La famiglia dell’alunno Nic era decisamente fuori dell’usuale. Madre casalinga, padre artigiano, ma dai lavori saltuari, perlomeno tre figli, il maggiore dei quali con forti disturbi di comportamento per i quali era seguito a scuola da un insegnante di sostegno, e la strana abitudine di cambiare abitazione e città, in media ogni diciotto mesi, due anni. Voci maligne sostenevano che ciò accadesse in seguito ai debiti che la famiglia contraeva e mai pagava, come l’affitto tra l’altro, per cui succedeva che rimanessero in un determinato luogo fino a che la situazione diventava insostenibile, riprendendo poi la via per un altro domicilio, nuova categoria di nomadi inseguiti dai creditori.
Naturalmente, gli spostamenti avvenivano senza tener conto di calendari scolastici, necessità dei figli o altro, per cui ogni trasloco comportava anche un cambio di scuola e fu per questo che Nic piombò nella nostra scuola a febbraio inoltrato, un lunedì. E fu un arrivo che non passò certo inosservato, diventando subito foriero di seri problemi.
Per decisione dell’allora preside, Nic venne inserito nella 1G, probabilmente la meno numerosa tra le classi prime e probabilmente senza tener conto della presenza nella stessa classe di un ragazzino originario di un paese del Centro America, vero “castigo di Dio”, capace di stroncare anche la resistenza dell’insegnante più tosto. E naturalmente, già dopo un paio di giorni, i due diventarono una micidiale coppia…da guerra alla scuola, perché come spesso accade, si era immediatamente avviato quel processo di attrazione fra “compagni di merende” (fin dal secondo giorno di scuola Nic si era aggregato, alla ricreazione in cortile, al gruppetto trasversale dei “gioielli della corona”).
Compatti, allora, i docenti di quel corso si recarono dal preside, che, di fronte alle sentite e comprensibili rimostranze, decise seduta stante di spostare l’alunno Nic da quella classe in un’altra. Ma, quale? Ovviamente i vari coordinatori, debitamente interpellati, esposero al capo d’istituto il cahier de doleances di ogni classe, in ognuna delle quali c’era qualche situazione perigliosa, meno grave di quella del corsoG, ma c’era. Fu così che, il sabato mattina, in presidenza, si ricorse al democratico sistema del pubblico sorteggio.
Per noi andò a presenziare il collega Sandro, al quale raccomandammo di portarci al più presto notizie, tenendo bene incrociate le dita, ma di lui non avemmo cenno alcuno.
-E’ nostro!- mi disse la collega Elena –Lo sento!-
E aveva ragione. Nic era stato “vinto” dalla prima B, in cui cominciò a frequentare il lunedì successivo. Primi due-tre giorni passati a studiare il nuovo ambiente e poi l’amico si dette da fare. Del tutto indomabile in certe ore, più controllato in altre; con me, insegnante di storia e geografia, a giornate alterne. A volte seduto nel suo banco, con la mente rivolta ai suoi pensieri, altre più attivo e…canticchiante in modo sommesso. Sommesso ma continuo. Allora “vestivo” un abito di esteriore aplombica indifferenza che faceva a pugni con la mia indole un po’ irruente che mi avrebbe spinta a tappargli la bocca con un mega cerotto Hansaplast e continuavo la mia lezione, con gli altri alunni che, a mo’ di santi precoci, non si lasciavano distrarre dal giovane.
Tentai perciò di coinvolgerlo in lavori più soddisfacenti. Portai in classe volumi di storia e geografia che giacevano inutilizzati nello scantinato, grandi fogli di carta da pacco, forbici, colla, pennarelli e lo invitai ad allestire cartelloni esemplificativi sulle regioni italiane, sugli usi e costumi dei Romani…
-Cosa posso ritagliare, prof?-
-Le cartine delle regioni, guarda, per esempio, la valle d’Aosta, la ritagli poi la incolli e scrivi il nome sotto..-
-E se lo scrivo sopra, prof?-
-Va bene so stesso… -
-Prof, ma che pennarello posso usare? Va bene quello rosso, prof? Prof, o è meglio quello blu? Chi ha un pennarello grosso? E questo, prof? Ma come si chiama questa regione, prof?-
E via di questo passo. Ogni lezione, un happening. Nic, disteso a terra, vicino alla cattedra o in fondo alla classe, con forbici, colla, cartellone e domande, e prof, prof … Questo quando tutto andava bene, naturalmente. Altrimenti non si sapeva a che santo votarsi.
Da parte mia, profondi respiri, auto-esortazioni a stare calma e a pensare al mio fegato e, in un modo o nell’altro, le lezioni andavano avanti.
Intanto le settimane passavano e si giunse alla fine dell’anno. Allo scrutinio finale, l’alunno Nic fu bocciato, con voti quasi unanimi. Gli unici tre ad alzare timidamente la mano per la promozione, pur con motivazioni diverse, furono il preside, il collega di musica e la sottoscritta.
Bocciato! Nic sarebbe stato mio alunno anche l’anno successivo. Che bella prospettiva!
Fui salvata solo dall’ennesimo trasferimento della famiglia che ai primi di settembre lasciò Trento per altri lidi. E di lui non sapemmo più nulla.
Nic è stato uno di quegli alunni per i quali la scuola non è riuscita a fare più di tanto, perlomeno nel periodo in cui l’ho conosciuto. I motivi? Diversi, ma non saprei dare una risposta completa. La famiglia, l’organizzazione scolastica, gli insegnanti? Sicuramente un concorso di … “colpe”.
Nic mi è tornato alla mente leggendo uno degli ultimi post di La Vostra Prof, insegnante ancora “in trincea” e alla quale auguro davvero un buon lavoro, in questi tempi duri, augurio che allargo a tutti gli insegnanti. Resistere, resistere, resistere come aveva detto, tempo fa, il procuratore capo Borrelli. Ed io vorrei aggiungere, il mio di motto: ripetere, ripetere, ripetere.







Finalmente siamo pronti. Un primo sguardo alle verdeggianti pendici dei monti del versante orientale, un altro ai lussureggianti balconi fioriti, vera esplosione di colori ed il folto gruppo si mette in marcia, occupando tutta la sede stradale, colorato e chiassoso “gregge” umano che costringe le (fortunatamente) poche automobili a imprevisti rallentamenti.



