venerdì, 31 ottobre 2008

La famiglia dell’alunno Nic era decisamente fuori dell’usuale. Madre casalinga, padre artigiano, ma dai lavori saltuari, perlomeno tre figli, il maggiore dei quali con forti disturbi di comportamento per i quali era seguito a scuola da un insegnante di sostegno, e la strana abitudine di cambiare abitazione e città, in media ogni diciotto mesi, due anni. Voci maligne sostenevano che ciò accadesse in seguito ai debiti che la famiglia contraeva e mai pagava, come l’affitto tra l’altro, per cui succedeva che rimanessero in un determinato luogo fino a che la situazione diventava insostenibile, riprendendo poi la via per un altro domicilio, nuova categoria di nomadi inseguiti dai creditori.

Naturalmente, gli spostamenti avvenivano senza tener conto di calendari scolastici, necessità dei figli o altro, per cui ogni trasloco comportava anche un cambio di scuola e fu per questo che Nic piombò nella nostra scuola a febbraio inoltrato, un lunedì. E fu un arrivo che non passò certo inosservato, diventando subito foriero di seri problemi.

Per decisione dell’allora preside, Nic venne inserito nella 1G, probabilmente la meno numerosa tra le classi prime e probabilmente senza tener conto della presenza nella stessa classe di un ragazzino originario di un paese del Centro America, vero “castigo di Dio”, capace di stroncare anche la resistenza dell’insegnante più tosto. E naturalmente, già dopo un paio di giorni, i due diventarono una micidiale coppia…da guerra alla scuola, perché come spesso accade, si era immediatamente avviato quel processo di attrazione fra “compagni di merende” (fin dal secondo giorno di scuola Nic si era aggregato, alla ricreazione in cortile, al gruppetto trasversale dei “gioielli della corona”).

Compatti, allora, i docenti di quel corso si recarono dal preside, che, di fronte alle sentite e comprensibili rimostranze, decise seduta stante di spostare l’alunno Nic da quella classe in un’altra. Ma, quale? Ovviamente i vari coordinatori, debitamente interpellati, esposero al capo d’istituto il cahier de doleances di ogni classe, in ognuna delle quali c’era qualche situazione perigliosa, meno grave di quella del corsoG, ma c’era. Fu così che, il sabato mattina, in presidenza, si ricorse al democratico sistema del pubblico sorteggio.

Per noi andò a presenziare il collega Sandro, al quale raccomandammo di portarci al più presto notizie, tenendo bene incrociate le dita, ma di lui non avemmo cenno alcuno.

-E’ nostro!- mi disse la collega Elena –Lo sento!-

E aveva ragione. Nic era stato “vinto” dalla prima B, in cui cominciò a frequentare il lunedì successivo. Primi due-tre giorni passati a studiare il nuovo ambiente e poi l’amico si dette da fare. Del tutto indomabile in certe ore, più controllato in altre; con me, insegnante di storia e geografia, a giornate alterne. A volte seduto nel suo banco, con la mente rivolta ai suoi pensieri, altre più attivo e…canticchiante in modo sommesso. Sommesso ma continuo. Allora “vestivo” un abito di esteriore aplombica indifferenza che faceva a pugni con la mia indole un po’ irruente che mi avrebbe spinta a tappargli la bocca con un mega cerotto Hansaplast e continuavo la mia lezione, con gli altri alunni che, a mo’ di santi precoci, non si lasciavano distrarre dal giovane.

Tentai perciò di coinvolgerlo in lavori più soddisfacenti. Portai in classe volumi di storia e geografia che giacevano inutilizzati nello scantinato, grandi fogli di carta da pacco, forbici, colla, pennarelli e lo invitai ad allestire cartelloni esemplificativi sulle regioni italiane, sugli usi e costumi dei Romani…

-Cosa posso ritagliare, prof?-

-Le cartine delle regioni, guarda, per esempio, la valle d’Aosta, la ritagli poi la incolli e scrivi il nome sotto..-

-E se lo scrivo sopra, prof?-

-Va bene so stesso… -

-Prof, ma che pennarello posso usare? Va bene quello rosso, prof? Prof, o è meglio quello blu? Chi ha un pennarello grosso? E questo, prof? Ma come si chiama questa regione, prof?-

E via di questo passo. Ogni lezione, un happening. Nic, disteso a terra, vicino alla cattedra o in fondo alla classe, con forbici, colla, cartellone e domande, e prof, prof … Questo quando tutto andava bene, naturalmente. Altrimenti non si sapeva a che santo votarsi.

Da parte mia, profondi respiri, auto-esortazioni a stare calma e a pensare al mio fegato e, in un modo o nell’altro, le lezioni andavano avanti.    

Intanto le settimane passavano e si giunse alla fine dell’anno. Allo scrutinio finale, l’alunno Nic fu bocciato, con voti quasi unanimi. Gli unici tre ad alzare timidamente la mano per la promozione, pur con motivazioni diverse, furono il preside, il collega di musica e la sottoscritta.

Bocciato! Nic sarebbe stato mio alunno anche l’anno successivo. Che bella prospettiva!

Fui salvata solo dall’ennesimo trasferimento della famiglia che ai primi di settembre lasciò Trento per altri lidi. E di lui non sapemmo più nulla.

 

Nic è stato uno di quegli alunni per i quali la scuola non è riuscita a fare più di tanto, perlomeno nel periodo in cui l’ho conosciuto. I motivi? Diversi, ma non saprei dare una risposta completa. La famiglia, l’organizzazione scolastica, gli insegnanti? Sicuramente un concorso di … “colpe”.

Nic mi è tornato alla mente leggendo uno degli ultimi post di La Vostra Prof, insegnante ancora “in trincea” e alla quale auguro davvero un buon lavoro, in questi tempi duri, augurio che allargo a tutti gli insegnanti. Resistere, resistere, resistere come aveva detto, tempo fa, il procuratore capo Borrelli. Ed io vorrei aggiungere, il mio di motto: ripetere, ripetere, ripetere. 

 

 

 

postato da: cautelosa alle ore 07:05 | Permalink | commenti (35)
categoria:ricordi, problemi, scuola, colleghi, alunni
giovedì, 30 ottobre 2008

Nubi minacciose

Nubi minacciose 2  

 

 

 

 

Dedicato a tutti quelli che..

temevano che l’autunno, quello vero, non arrivasse più;

dicevano “ah, sarà bello fino a Natale”;

sospiravano “ah, non ci sono più le stagioni di una volta!”

speravano nell’arrivo delle perturbazioni perché sparissero raffreddori e mal di gola;

non vedevano l’ora di tirar fuori dall’armadio giacconi e cappotti (anche le pellicce, ma quelle si indossano un po’ di nascosto… della serie “siamo tutti ambientalisti..);

a tutti quelli,

eccovi accontentati.

Ieri pioggia e grigiore, oggi un bel venticello fresco (si fa per dire) e il sole che sembra sconfiggere le nubi, domani chissà.

Intanto la protezione civile è allertata e il supermercato dietro casa ha già addobbato la facciata con le natalizie luminarie. Per fortuna ancora spente. Ma tanto per non restare indietro. Meglio prendersi per tempo.

Buona giornata a tutti.

Ah, le foto sono dell’Husband, per dimostrare coram populo come io apprezzi l’arte…. 

postato da: cautelosa alle ore 07:44 | Permalink | commenti (34)
categoria:fotografie, stagioni, tempo, vento, autunno
mercoledì, 29 ottobre 2008

La fedele Yashica ci  seguì per numerosi altri anni; fotografò i tetti di Lisbona dall’alto del castello di San Giorgio, con uno sguardo a tutto tondo; fotografò tutti i vicoli di Ostuni, bianchi e freschi nell’abbagliante luce del sole estivo; fotografò decine di trulli della campagna pugliese; fotografò tutto quello che l’occhio acuto dell’Husband riteneva degno.

Poi, un giorno la famiglia si arricchì di un nuovo componente, un lucente cavalletto, sul quale la oramai vetusta macchina poteva essere appoggiata nel momento cruciale del clic. E allora venne il turno delle foto con autoscatto: il consorte ed io in posa, sul lungomare di una ventilata città olandese con i capelli mossi dal vento, su una deserta spiaggia irlandese, su una possente scogliera, nei pressi di una chiesa gotica in Germania. Sempre noi due, da soli, perché era ormai giunto il tempo in cui i figli avevano cominciato a trascorrere le vacanze senza genitori; noi, fidanzati di ritorno, ma sempre con il terzo incomodo, la “camera” fra le mani dell’Husband.

Ora non accadeva più che fossi lasciata solitaria in qualche luogo, in attesa del ritorno del cavaliere fotografante, ma le nostre itineranti vacanze erano caratterizzate da frequenti soste, con la sottoscritta che scalpitava, ogni tanto sbuffava o richiamava il compagno di vita…

-E alora, vegnet! Ancora con ste foto! Dai, che te n’hai fate asà! Tanto, dopo te n’ buti via meze!-

Un paio di volte mi era anche capitato di rivolgere la parola a perfetti sconosciuti, convinta di avere ancora a fianco l’husband che invece si era improvvisamente e silenziosamente allontanato, richiamato da qualche suggestivo scorcio….

E poi, durante la vacanza del 2003, a Londra e in Irlanda, l’anziana macchina cominciò a cedere strutturalmente. Accadde una sera, nei pressi di Trafalgar Square, quando il consorte si ritrovò fra le mani alcuni piccoli pezzi della leva di avanzamento del rullino, che non riuscì più a far combaciare in modo preciso. Un silenzio greve di disappunto e fotografica tristezza ci accompagnò allora lungo le affollate strade londinesi, con l’Husband che pensava a tutti gli scatti che gli sarebbero mancati e la sottoscritta che temeva due settimane di vacanza all’insegna del rimpianto. Ma, fortunatamente, una volta raggiunto il modesto alloggio in cui dimoravamo, con la pazienza che da sempre lo contraddistingue, il mio amato marito provò e riprovò finché il danno fu riparato. Alto fu il sollievo di entrambi e la valorosa Yashica poté continuare la sua missione in terra d’Albione ed isole limitrofe. Qualche patema ce lo dette, allora, il cavalletto che, scoprimmo, non si sarebbe potuto usare né nel palazzo di Hampton Court e neppure nei colleges di Cambridge, ma che svolse furtivamente il suo ruolo, con italica astuzia…

-Eh, ‘ntant che no me vede nesun!-

Il cavalletto poi mi costò un quarto d’ora di agitazione all’aeroporto londinese di Luton, al momento di imbarcarci verso l’Italia, quando, all’ultimo controllo prima di accedere al gate, un inflessibile funzionario rispedì l’Husband al banco del check-in perché l’attrezzo, a suo dire, non poteva stare in cabina, ma doveva essere aggiunto al bagaglio della stiva. A nulla valse spiegargli che a Dublino, da cui provenivamo, non avevano fatta alcuna obiezione a che il cavalletto viaggiasse come bagaglio a mano..

-Dublin is Dublin!- tuonò l’ispettore – Here is London!-

E il consorte dovette correre a consegnare anche il cavalletto, mentre io attendevo fremente con tutti i nostri zainetti e borse e borsette fra le mani, col timore che non arrivasse in tempo… e infatti fummo gli ultimi passeggeri ad imbarcarsi!!

Così accadde che, l’anno successivo, giusto alla vigilia della partenza per un nuovo soggiorno in Irlanda prima e Londra poi (eh, quando si dice l’amore per l’idioma di Shakespeare!), l’Husband venne a casa raggiante con un involto fra le mani..

-Me son comprà la digitale!-

Bravo, la ne mancheva…       

Così partimmo, marito, moglie e mammà (perché, ormai “orfani” di figli avevamo per quel viaggio adottato la mamma dell’Husband, senz’altro più docile e obbediente…), con un cavalletto, un quaderno-diario e due macchine fotografiche due. Perché anche mammà ha la passione.

Ma questo, se avrete pazienza, lo racconterò un’altra volta.

postato da: cautelosa alle ore 08:24 | Permalink | commenti (32)
categoria:ricordi, vacanze, fotografie, marito, macchina fotografica
martedì, 28 ottobre 2008

Quando cominciò la mia storia con il giovanotto, futuro Husband, non sapevo ancora che la nostra vita futura sarebbe stata caratterizzata da una presenza muta ed estranea, capace talvolta di frapporsi, silenziosa e imperturbabile fra noi: la macchina fotografica.

Già, perché il Nostro apparteneva ad una famiglia appassionata di questa moderna arte, il fratello terzogenito, la sorella ed il cognato, lo zio materno e via via gli altri fratelli, fino alla mamma, ultima arrivata nell’amore per lo scatto.

La prima “camera”, una gloriosa Yashica, entrò a far parte del nucleo familiare nel 1979, quando Mattia aveva un anno e noi avevamo già festeggiato il terzo anniversario. Fino ad allora, l’Husband si era avvalso di una delle macchine del fratello, quasi sempre procedendo poi a domestici sviluppi delle pellicole e finalmente, nell’estate di quell’anno, diventammo in quattro, papà, mamma, bambino e ….. Yashica, appunto.

La prima conseguenza fu un immediato aumento di album fotografici che cominciarono ad accumularsi nei cassetti di casa, seguito dall’accatastamento di scatoline e caricatori per le diapositive che il consorte decise fossero più significative della semplice foto, naturalmente con il necessario proiettore e il non meno importante telo su cui proiettarle.

Era nato nel frattempo anche il secondogenito, Federico ed ora giravamo in cinque….

Sempre obbediente, la Yashica registrò, tappa dopo tappa, il crescere della nostra famiglia; compagna fedele ci seguiva dovunque, senza un lamento, senza stancarsi. Chi invece talvolta manifestava palesemente il suo dissenso, era la sottoscritta, soprattutto quanto sentiva proferire le ferali parole..

-Ste chi (oppure Stamattina..) che vago a far do foto!-

E fu così che, alla vigilia di Pasqua del 1987, trascorse quasi l’intero pomeriggio nel grande giardino dell’isola Kampa, a Praga, con due bambini di 9 e 5 anni, senza un documento, senza una corona, (-tegno tut mi, se no magari te i perdi…-), imprecando via via passava il tempo, ipotizzando tetre ipotesi sulla sorte del congiunto (ai tempi i paesi dell’est erano assai tosti…), appena appena risollevandosi d’animo nel ricordare l’ubicazione dell’ambasciata italiana, vista al mattino… E per fortuna era un tiepido pomeriggio di sole!!

Per non parlare di un altro pomeriggio, forse sempre di quello stesso anno, stavolta nell’allora Jugoslavia, isola di Hvar, quando il Nostro, che al mattino aveva subito un improvviso e pubblico colpo della strega, al quale aveva partecipato moralmente e attivamente buona parte dei campeggiatori nostri vicini di tenda (erano giunti in suo soccorso in cinque-sei con pomate di varia nazionalità…) disse: -vago a far benzina.-

L’indomani saremmo infatti ripartiti alla volta dell’Italia ed il carburante era una necessità inderogabile. L’Husband lasciò quindi il campeggio; era sofferente, ma partì. Doveva recarsi a Jelsa, ridente località distante forse una decina di km e collegata a Vrboska, laddove eravamo noi, da una tipica stradina jugoslava, panoramicissima, ma così stretta e piena di curve che ti dovevi raccomandare l’anima a Dio ogni volta si incrociava un’auto.

Saranno state le 4 del pomeriggio; i bambini ed io scendemmo al mare, trascorremmo là tutto il tempo che ritenemmo giusto e infine risalimmo alla nostra tenda. Dell’Husband, nessuna traccia. E nessuna traccia neppure per l’ora successiva. Si erano intanto fatte le 7, l’ora della cena si avvicinava e nessuno si faceva vivo. Cercavo di mantenere una apparente calma esteriore, ma dentro di me si scatenavano tempeste burrascose, in cui mi vedevo già giovane vedova con due figli da tirar su da sola… Che cosa gli sarà successo? mi chiedevo mentre scrutavo il vialetto d’accesso del campeggio o tendevo l’orecchio ad ogni rumore di auto che entrava nel camping, sentendomi così vicina alla povera mamma di Giovanni Pascoli, quella sera del 10 agosto di più di un secolo fa…

E, finalmente, ecco la nostra gloriosa Renault 14. Era tornato!!

-Come mai?- chiesi con apparente nonchalanche al consorte mentre usciva, ancora un po’ storto dall’abitacolo.

-Son na anca a far do foto..-

L’avrei ucciso! Quasi quattro ore! Con il colpo della strega! Per due foto! Mi chiusi in uno sdegnato silenzio, ma la punizione gli venne dal fato, dato che quel rullino andò, per motivi mai chiariti, bruciato!

-Tuta la me fadiga!- disse lui.

Già. Tuta la so fadiga.

(Fine della prima puntata)

  

postato da: cautelosa alle ore 07:23 | Permalink | commenti (23)
categoria:hobbies, marito, macchina fotografica, figli
domenica, 26 ottobre 2008

Un ottobre eccezionale, questo, che ci sta regalando una serie di splendide domeniche autunnali.

E splendida è anche la giornata odierna, in cui percorriamo il terzo tratto del Keschtnweg, vale a dire il Sentiero delle castagne, lungo tragitto che si snoda a mezza costa sul versante occidentale della Val d’Isarco, da Varna a Bolzano, attraverso campi e prati, castagneti secolari, masi solitari e ridenti paesini. Il tratto odierno ci condurrà da Barbiano, ridente centro poco distante dalla cittadina di Chiusa, a Collalbo, turistico paese sull’altopiano del Renon.

Anche stamani la partenza avviene alle 7, quando oramai è giorno fatto, essendo tornati proprio stanotte all’ora solare; siamo molto numerosi, ben 85 persone che prendono posto sui due pullman gran turismo, quest’oggi condotti da due dei più atletici autisti della Trentino Trasporti, gran camminatori che spesso ci hanno accompagnato nelle nostre escursioni.

La capogita è la “signora delle castagne”, Marina, che ha già condotto le due prime tappe negli anni passati, anche oggi coadiuvata dal fidato Ezio, “conducator” del pullman n° 2 e con il compito di camminare in testa al gruppo.

-Io invece starò in coda- dice la capogita.

Alle 8 appena passate siamo a Barbiano e ci vuole una buona mezz’ora prima che riusciamo a metterci in cammino, dopo una lunga sosta nei due bar del posto per l’abituale caffè ante partenza, con un’attempata barista che non sa più a quale santo votarsi per riuscire a soddisfare le richieste dei numerosi gitanti.

La lunga filaFinalmente siamo pronti. Un primo sguardo alle verdeggianti pendici dei monti del versante orientale, un altro ai lussureggianti balconi fioriti, vera esplosione di colori ed il folto gruppo si mette in marcia, occupando tutta la sede stradale, colorato e chiassoso “gregge” umano che costringe le (fortunatamente) poche automobili a imprevisti rallentamenti.

Il primo tratto si svolge dapprima lungo la strada provinciale, per poi inoltrarsi nel fitto bosco di castagni, camminando su un tappeto di ricci e foglie. E’ un percorso pianeggiante e affatto faticoso; si cammina e si chiacchiera con chi si ha vicino, si ammira ora il verde brillante dei prati, ora il giallo di alcuni alberi contrastante con le tonalità di rosso di altri, si ascolta lo scricchiolio delle foglie secche sotto i pesanti scarponi.

Fra i primi del gruppo, instancabile e veloce, cammina Samuele, il nipotino di otto anni di nonna Ariella, sicura promessa dell’alpinismo giovanile e quest’oggi nostra mascotte. E sempre in testa c’è pure l’Husband, l’instancabile fotografo, che non perde l’occasione di cercare “l’inquadratura perfetta” da inserire nel suo “album dai monti” (e nel mio blog, off course!).Lasciamo l

Passiamo ora accanto ad alcuni masi dalle bianche facciate in parte coperte da fitti rampicanti dal rosso fogliame, osserviamo alcuni campi coltivati a granoturco, con gli alti steli giallastri, spogliati dei loro frutti e ormai secchi, simili ad uno stanco esercito reduce da perdute battaglie, quindi ci attende una salita nel bosco per raggiungere la sommità del colle sul quale sorge la chiesetta dedicata a S.Verena.

E’ il momento di una sosta per riunire il gruppo ed è il momento per un rapido spuntino, prima di riprendere il sentiero. Scendiamo dal colle e di nuovo lungo comode stradine pianeggianti, passando accanto a prati verdi, a tipiche ed eleganti costruzioni, ricche di anni e di storia (magnifico il complesso del Penzl Hof, oggi agritur di classe) e, verso le 11.30 siamo all’albergo Zuner, dove è prevista la pausa pranzo.Penzl Hof

Così ci sistemiamo, qualcuno all’aperto, nel verde e soleggiato giardino, qualcuno nell’antica e caratteristica stube interna, dove si possono degustare tipiche altoatesine pietanze, quali gli knodel di vario tipo, al formaggio, allo speck, ai finferli ed invitanti torte, con o senza panna… Veri attentati per la linea!

Poi, adeguatamente rifocillati, abbiamo il tempo di oziare al sole o di salire alla modesta altura sulla quale sorge la bianca chiesetta dedicata a S.Andrea e da cui si gode uno spettacolo magnifico: di fronte, ecco il gruppo dello Sciliar, con la caratteristica formazione rocciosa detta il Dente (dello Sciliar) e sullo sfondo i gruppi rocciosi del Sassolungo, mentre guardando verso destra, la cima boscosa del m. Balzo e, più in là, il Catinaccio o Rosengarten,  secondo la più romantica denominazione tedesca.Chiesetta alpina

Poi, sono appena passate le 13 e già il gruppo scalpita per rimettersi in cammino, come da programma, peraltro. Quanta fretta! E quel po’ di nervosismo che serpeggia tra i gitanti, spinge Ezio e Marina ad una partenza accelerata, mentre qualcuno non è ancora sceso dal modesto rilievo (il mio consorte, ad esempio)… Va bene che ci vogliono ancora tre ore e mezza (!!) di cammino, ma non corriamo certo il rischio di trovarci per strada al calare delle tenebre!

Via allora, e lungo tratti pianeggianti, poi una prima salita, quindi di nuovo su strada asfaltata ed infine, si ritorna nel bosco. Lo Sciliar e il suo Dente

-Come si cammina bene- dice la mia amica Edda –E’ un sentiero così tranquillo..-

Ma, come spesso succede, ecco, il sentiero comincia a scendere decisamente, sempre più ripido fino al fondo di un vallone, quindi, superato un ponticello, ci attende una salita altrettanto decisa. Passo dopo passo, lasciando sul terreno anche qualche stilla di sudore, riprendiamo quota fino a raggiungere un vasto pianoro dove c’è un nuovo ricongiungimento del gruppo.

C’è il tempo di un’ultima sosta prima di affrontare le ultime fatiche della giornata, una nuova, breve ma erta salita che ci porta alle prime case di Collalbo, sull’altopiano del Renon.

E’ fatta! Siamo alla meta!

Esalo un silenzioso sospiro di sollievo, perché è stata sì un’escursione bellissima, in una giornata che meglio di così non si poteva chiedere, con paesaggi splendidi e panorami da cartolina, colori stupendi…. ma non vedo l’ora di togliermi gli scarponi! Invece, mi (e ci) tocca camminare circa un’altra mezz’ora lungo le vie del pittoresco centro altoatesino prima di giungere ai pullman, che ripartiranno, puntuali, con il loro carico di gitanti soddisfatti, verso il capoluogo trentino.

E le castagne? Ahimé, non ne abbiamo trovate da nessuna parte…. 

.   

  

 

 

postato da: cautelosa alle ore 22:51 | Permalink | commenti (37)
categoria:amici, marito, escursioni, domenica
sabato, 25 ottobre 2008

“Con il corpo sono qui, ma la mente mia non c’è, corre dietro a dei ricordi e chi la ferma più…”, cantava quarant’anni fa l’allora “Casco d’oro”, Caterina Caselli.

E anch’io, oggi, sabato 25 ottobre, con il corpo sono a Trento, mentre con il cuore e con la mente corro a Roma. Insieme a quelle migliaia di persone che oggi sfileranno.

Sono anch’io con loro.

postato da: cautelosa alle ore 09:02 | Permalink | commenti (15)
categoria:roma, manifestazione
venerdì, 24 ottobre 2008

Per la serie “Vite vissute”, ecco il secondo capitolo. Dopo L’incontro, a voi , L’appuntamento. (E poi mi fermerò)

 

Il giovanotto telefonò circa alle 14 del venerdì 15 febbraio.

-Vieni a mangiare una pizza domani sera?-

Non finsi neppure di consultare un’inesistente agenda degli impegni e la mia risposta fu immediata. Certamente sarei andata. C’erano dubbi?

-Sì, volentieri-

Ci accordammo così per ora e luogo dell’incontro e per tutto il pomeriggio e la giornata successiva, non riuscii a non pensare all’appuntamento. Andai perfino dalla parrucchiera, per una veloce piega, in modo da presentarmi al meglio e scelsi con cura l’abbigliamento. Oddio, non che avessi una gran scelta, una povera maestrina di doposcuola che guadagnava giusto due lire, non aveva certo armadi di grande spessore. Non ascoltai neppure i consigli dell’allora amica L, con la quale mi ero incontrata qualche ora prima dell’Evento.

-Non illuderti- mi aveva ripetuto, (quasi un mantra quelle due parole) -tanto è anche più giovane di te- (o almeno così credeva, essendo stata in classe con la di lui sorella…)

E venne l’ora. Il luogo scelto dal giovanotto per quel primo incontro fu una pizzeria, oggi non più attiva, nel centro di Trento, dove prendemmo posto ad un tavolo d’angolo. Il giovanotto mi parve più bello che mai, con quei capelli sottili e un po’ lunghi che gli scendevano sulla fronte, lo sguardo franco e sorridente, che mi guardava come se fossi unica. Indossava un maglione di casalinga fattura, a righe dai colori alternati, blu quelle più larghe, rosso tenue e beige le più sottili e altro non ricordo del suo abbigliamento. Certo, non posso dimenticare il montgomery nocciola, dagli ampi alamari e con cappuccio un po’ fratesco, che lo accompagnò per qualche inverno e che poi finì nelle profondità di qualche armadio della casa paterna.

Ordinammo. Io, una pizza di qualche tipo, lui un piatto di insalata di riso. E parlammo, in attesa delle pietanze, mentre mangiavamo, dopo mangiato. Parlammo soprattutto di noi stessi, parole leggere e scelte con cura, parole per conoscerci. Scoprii che l’amica L. mi aveva parlato del  “fratello sbagliato” della compagna, essendo il giovanotto più vecchio di me di due anni, che era il primogenito di sette figli, che sbarcava il lunario arrabattandosi con lavoretti di ogni genere mentre finiva la facoltà di sociologia. Scoprii che aveva girato mezza Europa in autostop, che era stato in Sud America per lavorare alcuni mesi in una missione, che era stato per anni negli scout, e più parlava, più capivo quanto fosse in gamba.

Ma, nello stesso tempo cominciai ad essere assillata da un dilemma: che fare, al momento del conto? Lasciar pagare lui o fare alla romana? Avevo appena saputo che di soldi non doveva averne più di tanti, non che fossi “ricca” io, ma alla fine di ogni mese, almeno fino alla fine di maggio, quei quattro soldi mi sarebbero entrati in tasca. Non avrei però voluto che si offendesse se avessi chiesto di dividere il conto… Del resto allora era normale che fossero i cavalieri a pagare le consumazioni, ma non potevo neppure far finta di niente e lasciargli l’onore e l’onere di offrirmi la pizza, sapendo che ….

Insomma, gira e rigira, era un bel problema….

-Andiamo?-

-Certo-

Ci alzammo, indossammo i nostri cappotti e ci avviammo verso la cassa. Il giovanotto davanti ed io dietro di lui.

-Duemila lire- disse la cassiera. Lui trasse il portafoglio di tasca, estrasse una banconota da diecimila lire e pagò. Prese il resto e lo stava riponendo, quando io gli allungai mille lire. La mia parte.

-Mi pare che … questa sia…. la mia parte…-

-Sì, grazie- e lui le prese.

Le prese e le ripose insieme alle altre, mentre io esalavo un silenzioso sospiro di sollievo. L’istinto mi aveva suggerito la mossa giusta.

 

Qualche mese più tardi, una sera il giovanotto mi disse che quel mio gesto gli aveva fatto capire che potevo essere la ragazza “giusta” per lui, compatibile cioè con le sue finanze.

Ed io allora pensai ai casi della vita, a come il destino possa dipendere da fatti così semplici e banali. Mille lire!! “Conquistato” con mille lire!

postato da: cautelosa alle ore 07:25 | Permalink | commenti (39)
categoria:amore, vita, marito, appuntamento
mercoledì, 22 ottobre 2008

Ieri sera sono andata al cinema Astra dove proiettavano il film francese, vincitore della Palma d’Oro di Cannes, “La classe” (Entre les murs), tutto ambientato all’interno di una scuola media superiore della periferia parigina.

Una classe multietnica, con ragazzi di recente e di “antica” immigrazione che non sempre riuscivano ad avere buoni rapporti interpersonali, una classe difficile, con studenti poco interessati alla scuola, allo studio, all’impegno.Entre les murs1

E, sopra tutti, la figura del giovane insegnante di lettere, Francois, che con pazienza indicibile cercava di aprire quelle menti alla conoscenza e alla curiosità.

 

Casualmente, l’Husband ed io siamo finiti accanto ad un ex insegnante di nostra conoscenza, che nelle scene clou ha sempre commentato, con un misto di stupore, di umana compassione e di sollievo –ah, ma per fortuna erano meglio i nostri ragazzi…-

Sì, per fortuna! Non ho mai incontrato situazioni simili ed ho sempre potuto lavorare con buona (o perlomeno discreta) soddisfazione. Altrimenti, per dirla con un’espressione giovanile, sarei sclerata in poco tempo.. E di Esmeraldà, grazie a Dio, non ne ho mai incontrate!

 

Comunque, consiglio il film a tutti, ministrella in primis. Forse capirebbe qualcosa della fatica di insegnare.

postato da: cautelosa alle ore 21:13 | Permalink | commenti (20)
categoria:film, problemi, scuola, alunni
mercoledì, 22 ottobre 2008

Al Tonale tornammo nel dicembre 1996, proprio la settimana prima dell’inizio delle vacanze di Natale. Questa volta eravamo pronti a qualsiasi attacco, di virus, di batteri, di qualsiasi nemico si fosse presentato alla porta.

Prima della partenza, infatti, ogni alunno della 2B di quell’anno aveva portato un foglietto, scritto e firmato da uno dei genitori con tutte le prescrizioni in caso di improvviso attacco febbrile, con allegate le necessarie medicine e così i miei bagagli furono appesantiti e da una robusta teca con le domestiche “cartelle mediche” di ciascuno e da una altrettanto robusta borsa di plastica con flaconi di aspirine, tachipirine, novalgine, gocce per le orecchie, sciroppi per la tosse… ciascuno col suo bravo nome del proprietario scritto a chiare lettere. La mia stanza si trasformò subito nella dependance di una farmacia, con tubetti, bottigliette, flaconcini e quant’altro, bene allineati sulla mensola a fianco della finestra. Ce n’erano da curare un battaglione e, come sempre succede in questi casi, nessuno ne ebbe bisogno. Meglio così. Le medicine si limitarono a cambiare aria.

Stessa farmacia e stessa robusta teca, nell’ottobre del 1998, l’ultima volta che venimmo al Tonale prima della chiusura del Centro, per una settimana non tanto bianca, quanto “verdolina”  (e umidina, giusto per fare rima). Anche allora, tutti sani e felici. Ma quella fu la volta… dell’incendio.

Un incendio inesistente, solamente immaginato dalle fervide menti delle nostre neppure tredicenni discepole, ma che tenne banco nei discorsi per quasi tutta la durata del soggiorno.

La “sindrome da incendio” scoppiò nella tarda serata del martedì. Era stata una giornata piovosa e sulla zona gravava una densa foschia, che rendeva ancora più inquietante il buio della notte.

I ragazzi si erano coricati, stanchi della lunga giornata densa di attività e finalmente, verso le 11, nel Centro regnò la quiete. Ciascuno nella propria stanza, luci spente, silenzio.

Noi insegnanti allora scendemmo nella saletta del bar, per un momento conviviale da trascorrere assieme, in tranquillità, facendo quattro chiacchiere e quattro risate.

Stavamo bevendo una tisana, quando, improvviso, scoppiò il finimondo. Alte grida femminili si erano alzate dal piano superiore, urla un po’ isteriche che non accennavano a diminuire d’intensità. Di slancio allora corremmo lungo le scale e, giunti al piano delle ragazze, le trovammo tutte sul corridoio, che strillavano, gridavano, qualcuna piangeva, qualcuna batteva i denti, abbracciata ad una strillante compagna e, tra loro, la direttrice del centro che gridava a sua volta cercando di riportare la calma, ma non riuscendo a soverchiare le loro, di voci. Si calmarono un po’, vedendoci.   

-Che succede? Cosa fate qua fuori?-

-Ah., prof, prof, ih, ih, l’incendio, c’è l’incendio…-

-L’incendio?? Dove?-

-Lì, lì- e indicavano le finestre delle stanze.

-Lì, dove?-

E allora capimmo. Dalle finestre delle stanze che guardavano verso est, in lontananza, ma grande lontananza, laddove sorgono i deturpanti edifici del passo Tonale, orribili condomini per turisti, alcuni mega-alberghi, si vedeva un bagliore rossastro che illuminava, fiocamente tra l’altro, la densa foschia.

-QUELLO? L’INCENDIO SAREBBE QUELLO?- A quell’ora la pazienza di noi insegnanti aveva raggiunto il livello minimo.

-Sììì-

-QUELLE SONO LE LUCI DEL TONALE! E ADESSO A LETTO!!-

Non erano convinte. Si erano zittite, tornando più simili ad agnelli che alle aquile di poc’anzi, ma non erano dome.

-Ma quelle sono fiamme! E se arrivano fin qui?-

Da sottolineare che il nostro edificio sorge, solitario, in una spianata erbosa a un km abbondante dal “centro” abitato..

-Non è un incendio… E se anche fosse, qui, noi siamo al sicuro…-

-Ma se stanotte le fiamme arrivano…

-SE LE FIAMME ARRIVANO, VENITE A CHIAMARCI E VI SALVEREMO!! E ADESSO, BUONANOTTE!!-

Finalmente riuscimmo a farle tornare nelle rispettive stanze e potemmo coricarci pure noi.

Il mattino seguente, quando andammo a svegliarle, le invitammo alla finestra, mostrando loro il consueto paesaggio, ma non riuscimmo a convincerle. L’incendio, secondo loro c’era stato e se ne vedevano i segni sulle case.

-Guardi, prof, si vedono i segni delle fiamme-

-Ma sono i poggioli! Di legno! Un po’ rovinati, d’accordo, ma sono i poggioli!-

Le creature parlarono per giorni dell’incendio e delle sue conseguenze e si convinsero solo quando le portammo in paese, dove, novelle sante Tommase, constatarono “de visu” che la casa bruciata era ancora intatta.

E chissà se davvero se ne convinsero! 

postato da: cautelosa alle ore 07:23 | Permalink | commenti (9)
categoria:ricordi, scuola, neve, alunni, incendio
martedì, 21 ottobre 2008

Il rapido passaggio, domenica mattina, al rifugio Sores ha dissepolto valanghe di ricordi di passate settimane bianche…

Di settimane bianche, nella mia passata vita da insegnante, ne ho fatte ben dieci, sempre in compagnia degli amati rampolli e di simpatici e collaborativi colleghi, coi quali si condividevano preoccupazioni e risate, momenti allegri ed altri un po’ più problematici.

Ogni volta un’esperienza diversa, ogni volta episodi, vicende, sensazioni, ragazzi, volti diversi, ma ognuna importante nella sua unicità.

La prima esperienza avvenne nel 1986, giusto pochi giorni dopo l’incidente di Chernobyl, in un tiepido fine aprile ancora ricco di neve, lassù al passo del Tonale, nell’accogliente struttura della Provincia di Trento, oggi chiusa e inagibile. Sei giorni di sole, sci da fondo, attività programmate, serate festose e qualche preoccupazione per quanto successo così lontano da noi, ma allo stesso tempo così vicino da subirne le conseguenze.

Fu poi la volta dell’aprile 1989, una settimana, stavolta, di bufere di neve e pioggia, tanto che fu chiusa la strada di collegamento con Vermiglio, la val di Sole e Trento e fummo costretti ad un lungo viaggio di ritorno attraverso la val Camonica e Brescia… Un’avventura!

Tornai al Tonale, nel marzo 1991, nel novembre 1992, nel febbraio 1995 e questa volta fu una settimana….tragica, a causa di un virus influenzale che ci accompagnò dal primo all’ultimo giorno del soggiorno, col risultato di avere circa 50 malati su 95 alunni presenti!!. Un record e un inferno. Per insegnanti, ragazzi, famiglie.

Tutto cominciò il lunedì sera, al momento della cena.

-Non mi sento bene, prof- Giovanni si avvicinò al tavolo dove noi insegnanti stavamo mangiando- Credo di avere la febbre.-

E infatti l’aveva. La misurammo con il termometro della collega Carmen, che del tutto casualmente l’aveva portato con sé.

-Aspettiamo domani e se l’avrai ancora, telefoneremo a casa-

Il mattino seguente Giovanni era quasi sfebbrato, ma fu la volta di Marco, suo compagno di camera di lamentarsi; e stavolta la febbre era elevata, tanto che chiamammo casa sua ed i genitori vennero il prima possibile a prenderlo. Cose che succedono, ci dicemmo.

Ma, dal martedì pomeriggio, la situazione precipitò. Ad intervalli regolari, circa ogni due ore, qualcuno veniva a lamentarsi.. –Prof, non mi sento bene!- e via col termometro e via con la febbre! E a quel punto scattava l’operazione soccorso. L’insegnante del malcapitato telefonava, dal telefono a gettoni (di cellulari, al tempo, ne giravano pochi) a casa dell’infermo, si informavano i genitori della situazione, si chiedeva quale pastiglia eventualmente somministrare (nella quasi dismessa infermeria del Centro c’era solo qualche sparuta pastiglia di Aspirina e di Tachipirina) e assieme si decideva il da farsi. Molti genitori partivano immediatamente e nel giro di un’ora e mezzo circa erano già in loco a “ritirare” il sofferente che nel frattempo avevamo aiutato a preparare i bagagli. Altri invece, preferivano attendere qualche ora per vedere l’evolversi della situazione e in questi casi, “l’insegnante-infermiera” di turno curava il malato…

Sorella Carmen-Florence (Nightingale) prese il comando e coordinò gli interventi. La si vedeva salire le scale sempre con qualcosa fra le mani, il vassoio con the e biscotti , il prezioso termometro, un bicchiere, un asciugamanino bagnato e strizzato.

-Ti faccio Sampras- era una delle nostre battute ricorrenti, quando posavamo sulle fronti arrossate e febbricitanti il panno strizzato –O preferisci Connors? Ecco, un nuovo tennista con la sua bella fascia bianca!- riuscendo così a strappare qualche risata al malcapitato di turno.

Naturalmente la febbre colpiva anche di notte ed allora una o l’altra di noi (chissà perché venivano sempre a bussare alla porta delle insegnanti, dimenticando del tutto i colleghi maschi) veniva svegliata. Alcuni colpi alla porta, ma ne bastavano pochi perché dormivamo sempre con l’orecchio teso…

-Prof, sta male la Chiara!- e ci si alzava, si andava dalla malcapitata, le si tastava la fronte, la si consolava, la si faceva diventare la numero 1 del tennis femminile di quell’anno e .. non si dormiva più! Altre volte ci alzammo di nostra iniziativa per controllare qualche febbricitante. Insomma, una fatica.

Il virus malefico colpì, tra gli altri, anche mio figlio, lì con la sua classe, costretto ad un ritorno anticipato in quel di Trento sull’auto del collega Vincenzo, venuto anch’egli a “ritirare” il suo febbricitante figliolo. Tutto un via vai di genitori, valigie, alunni infermi, medico..

Perché chiamammo anche il medico di guardia della zona e una sera giunse una specie di marcantonio con la sua valigetta fra le mani, che per poco non mi travolse, inciampando nel rovinato linoleum del corridoio. Mancava solamente un abbraccio fuori programma tra un armadio di dottore ed un’insegnante! Almeno fosse stato un fusto!

Come Dio volle, giunse anche il sabato mattina ed il momento della partenza. Naturalmente, tanto per “facilitare” le cose, l’ultimo giorno ci fu una forte nevicata, che impedì ai pullman di salire fin sul cortile antistante l’ingresso e fummo costretti a scendere sulla provinciale con bagagli, alunni superstiti, sani o acciaccati. L’ultima fatica. Tra le altre cose, Carmen portava, ben arrotolato, il grande cartellone con i nomi di tutti gli alunni, dei quali in rosso quelli dei “caduti sul campo”, che sarebbe stato appeso nell’atrio della scuola a testimonianza della speciale settimana.

Ed ecco che cosa aveva scritto Nicola, uno dei miei “caduti”, sul diario collettivo dell’allora 2B

 

                                                      Ballata dei malati

Testo: Nicola S. –

Musica: Fabrizio De André

Lento e triste

 

Eran partiti

per andare al Tonale,

beata vacanza

dopo il tanto studiare..

Gli avevano dato

gli sci e i volantini

ed il consiglio

di tener caldi i piedini.

E quando gli dissero

di andare avanti

molti caderon

febbricitanti.

Troppi finiron

sul letto distesi

con la speranza

d’esser ripresi.

Ora è finita

e la scuola si gloria

d’una settimana

passata alla storia.

 

 

postato da: cautelosa alle ore 07:26 | Permalink | commenti (18)
categoria:ricordi, scuola, malattia, neve, alunni