domenica, 30 novembre 2008

In queste domeniche di “riposo escursionistico”, ho pensato fosse simpatico, per i miei pazienti lettori, raccontare di qualche precedente uscita del 2008. Quindi, ecco la prima gita della stagione appena conclusa.

 

13 gennaio 2008. Ricomincia la stagione delle escursioni Sat, con una scialpinistica aperta anche agli amanti della ciaspola e come sempre succede, siamo numerosi a pullman pressoché completo, a presentarci al consueto ritrovo di lungadige Monte Grappa.

E’ una mattinata grigia e tetra, degna erede di un sabato così piovoso e con scrosci così violenti da aver fatto temere possibili alluvioni; oggi invece non piove, ma il cielo ancora buio delle 7, è gravato da cupe nuvole basse che suscitano qualche apprensione anche negli animi dei più ottimisti. La meta non è quella prevista dal calendario ufficiale, cancellata per scarsità di neve, ma il monte Sattelberg, nella vicina Austria dove problemi legati allo scarso innevamento sono pressoché sconosciuti, come cambiata è anche la figura del capogita e nostra odierna guida sarà l’amico Ezio, sempre pronto a farsi carico delle emergenze dell’ultima ora.

Ed eccoci finalmente a bordo del confortevole mezzo, già allegri e festanti nel grigiore del mattino, dopo aver depositato nella capiente bagagliera tutta l’ingombrante attrezzatura invernale.

-Me raccomando! Gli sci da ‘sta banda! Le ciaspole dal’altra!- ha avuto il suo bel daffare, il povero Ezio, a cercar di dare una parvenza di ordine e a mettere “in riga” questi baldi giovanotti di mezz’età, talora più disobbedienti di studentini di terza media…

E oggi celebro anch’io il ritorno all’escursione, dopo la forzata assenza degli ultimi mesi del 2007, conseguenza di una “banale” caduta su modesto sentiero che mi era costata la frattura composta della rotula del ginocchio destro (guarita comunque da sola, essendo stata “scoperta” con radiografia ben 35 giorni dopo l’accaduto). Sono un po’ preoccupata per la tenuta dell’articolazione, ma ho deciso comunque di partecipare avendo saputo che pressappoco a metà strada tra il punto di partenza e la vetta, c’è una grande malga oggi fornito e attivo self service per gli amanti dello scialpinismo. Arriverò fin lì e attenderò il ritorno degli altri, mi sono detta e, per non annoiarmi, mi porterò qualcosa da leggere. Nel mio zaino, infatti, giace anche un libro… da gita.

Anche al di là del Brennero siamo accolti da un cielo assai grigio e tale è nel paesino di Gries, dove il pullman ci scarica con tutta la nostra invernale attrezzatura. Ci prepariamo in breve tempo, quindi, sci in spalla o ciaspole agganciate allo zaino ci incamminiamo lungo la strada asfaltata fin all’imbocco di un’ex pista da sci, lungo la quale saliremo per un tratto. C’è parecchia neve, ma il fondo stradale in molti punti è gelato, perciò procedo con attenzione estrema, intenzionata ad evitare pericolose scivolate sull’insidioso strato di ghiaccio.

Sattelberg 1Siamo finalmente alla ex pista ed ora, dislivello a parte, è più semplice camminare perché la neve è compatta e abbondante; calzo perciò le amate-odiate ciaspole, supero il punto dove Ezio e qualche altro samaritano fanno la prova Arva (quello strumento che dovrebbe farci individuare qualora fossimo travolti da una valanga) e comincio a risalire l’erto pendio. Il primo tratto è veramente ripido e ciascuno lo affronta con modalità proprie, chi già a passo di carica, chi con calma, chi facendo una sosta ogni tre passi… e, nonostante il mio scarso allenamento, passo dopo passo, lentamente ma senza mai fermarmi, raggiungo le sparse case soprastanti. Di qui in avanti, mi dice Ezio, la salita si fa più clemente, almeno fino alla malga, aggiunge. Per fortuna, mi dico, perché sono già tra gli ultimi del gruppo; l’husband è già avanti da mo’, intendendo egli raggiungere la cima, così come la maggior parte dei nostri. Dietro di me, solo i due “poveri cristi”, A. e D., talmente lenti da essere superati perfino da me…

-Va’ pure- dico al nostro capogita, fermo sugli sci, appoggiato ai bastoncini in loro attesa –Ghe darò mi n’ociada-Sattelberg 2

Ezio ringrazia e prende il largo. Sono sola, adesso, sull’ampia e silenziosa distesa nevosa. Nessuno davanti a me, soltanto neve bianca a perdita d’occhio e un profondo silenzio rotto di tanto in tanto dallo scricchiolare delle ciaspole quando calpestano tratti un po’ più compatti.

Non fa molto freddo per essere il 13 gennaio, tanto che cammino addirittura senza berretto e giacca a vento. Solo il fiato caldo che esce dalla bocca e mi appanna le lenti degli occhiali è indicatore di quanto sia bassa la temperatura. Ogni tanto mi fermo per controllare se i due derelitti sono in vista, ma nessuno appare all’orizzonte, così, passo dopo passo, eccomi alla Sattelbergalm, ufficialmente una grande malga, in realtà moderna e ampia struttura ricettiva, con sale e salette in stile tirolese, dove ciascuno può sostare e gustare di tutto e di più.

Naturalmente dei nostri non c’è nessuno, sono tutti saliti verso la cima, ma non importa, prendo posto accanto ad attempati e ben portanti teutonici con relative, prosperose Frau e mi gusto un austriaco cappuccino, del tutto simile ad uno italico tranne nel prezzo, assai più elevato.

E qui, comodamente seduta al calduccio, attendo i compagni: prima i due che ormai stavo dando per dispersi, poi via via gli audaci che sono giunti fino alla vetta, sfidando il forte vento che spazzava la cima.

Sattelberg 3Giunge anche l’Husband e ciascuno prende posto qui e là nelle affollate stube, prima di cominciare la discesa. Ma io non li attendo: temo un po’ la discesa e la reazione del ginocchio da poco guarito, per cui decido di partire in anticipo, ripercorrendo il tragitto dell’andata. Con la ciaspola, poi, bisogna ripercorrere tutta la strada un passo dopo l’altro; sono gli sciatori i fortunati che saettando eleganti (più o meno), un’ampia curva là, una bella derapata qua, in quattro e quattr’otto sono a fondovalle.

Ed io scendo con cautela (come potrebbe essere diversamente??) e con una certa tensione nelle gambe di cui mi rendo conto solo allorché, ferma per alleggerire il vestiario, mi accorgo del tremore nervoso di entrambi gli arti inferiori. Altro che passo rilassato!!

Finalmente sono sulla strada di fondovalle e, sempre con le ciaspole ai piedi per maggior sicurezza, arrivo fino al pullman, dove cambio le calzature e attendo il ritorno del consorte. Un’ultima sosta a gruppo riunito nell’unico grande locale pubblico di Gries am Brenner e siamo pronti al ritorno in patria. Tutti soddisfatti sia chi è arrivato sulla cima sia chi si è fermato alla malga.

Per me è stato un test non secondario e sono contenta della tenuta del ginocchio che non ha dato cenni di sofferenza.

Quello che ancora non so, è che per tre lunghi giorni le gambe pagheranno la fatica del giorno, con dolori muscolari fortissimi. Pazienza…

 

 

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venerdì, 28 novembre 2008

Ecco gli scatti dell'Husband per voi ...

Castello Buonconsiglio

Piazza Cesare BattistiVia Belenzani 1Via Belenzani 2Via CavourVia  GaribaldiPiazza Duomo 3Piazza Duomo 4Piazza Duomo 5Piazza Duomo 6Piazza Duomo 7Mercatino Natale 1Mercatino Natale 2Biciclette nella neveSulla strada di casa

 

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venerdì, 28 novembre 2008

Dopo la breve nevicata di lunedì scorso che aveva imbiancato gran parte dell’Italia settentrionale, mi ero impegnata in una danza per la neve, affinché potesse godere dello spettacolo anche chi non era stato “graziato” dalla sorte per meri motivi geografici.

Temo però di aver ecceduto nell’attività tersicorea, dato che qui, dalle 8,30 circa, sta nevicando alla grande e la bianca coltre ha già raggiunto un certo spessore…

Ehi, lassù, guarda che ci siamo capiti male! Non qui doveva nevicare, ma in altre regioni e città italiane, quelle quasi sempre dimenticate!! Puoi anche smettere, adesso, e cambiare zona. Chiaro?

Mi avrà sentito?

Mah…

E le foto della città innevata? Devo attendere il ritorno del guerriero, pardon, dell’husband….Perciò, un po’ di pazienza e saranno tutte per voi…

 

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giovedì, 27 novembre 2008

Prima di procedere con le nuove “avventure” negli ostelli inglesi, sono necessarie due digressioni, riguardanti il cosiddetto “the little job” e la “dotazione di famiglia”.

 

The little job

Era consuetudine degli ostelli inglesi far effettuare ogni mattina a ciascun ospite un semplice lavoro generalmente di pulizia, chiamato appunto “the little job”, che veniva assegnato dall’ostellante. Poteva trattarsi di svuotare il cestino della carta, di spazzare il pavimento della camera o della sala da pranzo o del locale cucina, oppure, il più sgradito, pulire le docce o i bagni. Insomma, un contributo che ciascuno doveva dare per mantenere l’ordine nella struttura. Vorrei sperare, col senno di adesso, che poi ci fosse qualcuno addetto a pulizie più a fondo e non ci si limitasse a quella parvenza ottenuta con “the little job”, vista la frettolosità con cui si operava…

La dotazione di famiglia

Naturalmente era stato il giovanotto ad occuparsi di bagaglio, attrezzature, oggetti da portare con noi nel viaggio, data la sua pregressa esperienza maturata in lunghi anni di scout e di utilizzo dell’autostop e nel capace zaino era finita una “dotazione minima” proveniente dalla cucina materna.

Insieme a due canovacci in lino, un po’ sfilacciati in qualche punto, ma sempre tela di pregio, due forchette, coltelli e cucchiai, una scatoletta di fiammiferi e, top fra i top, il pezzo forte, una chiavetta apriscatole modello Simmenthal, di quelle che oggi farebbero bella mostra di sé in qualche museo degli usi e dei costumi del secolo scorso, di una scomodità senza pari, tra l’altro.

E tutto l’involto di famiglia non veniva lasciato, al momento di coricarci, nelle cucine degli ostelli in cui via via soggiornavamo, in uno degli armadietti-scaffali a disposizione degli ospiti assieme alle nostre vettovaglie contenute in una robusta borsa in plastica azzurra made in England, comprata in un supermercato, ma accompagnava il giovanotto nella stanza da letto, ben celato all’interno dello zaino.

-No te vorai miga che qualchedun me lo porta via!- mi aveva risposto allorché un po’ stupita gli avevo chiesto una spiegazione.

Eh già, quegli oggetti di pregio meritavano di essere adeguatamente custoditi!

 

Era passata più di una settimana da quando avevamo lasciato Londra ed eravamo ormai giunti ad Inverness, trovando alloggio nel grande e vecchiotto ostello, situato lungo il fiume che attraversa la città. Come le sere precedenti in altri ostelli, avevamo cucinato la nostra cena nel grande locale cucina, adiacente ad una rustica sala da pranzo, affollata di giovani di tutte le nazionalità, che come noi stavano viaggiando utilizzando l’economico sistema dell’autostop. Ricordo l’andirivieni attorno ai fornelli, chi cucinava, chi rigovernava le stoviglie usate, chi attendeva la pentola o il tegame per il suo turno ai fornelli e un giovane dai lunghissimi capelli, appena uscito dalla doccia, che pettinava la fluente chioma a due passi dai cuochi…

-Sta’ in parte!- imprecavo sottovoce temendo di ritrovare uno di quei lunghi crini biondi nel piatto della cena –ma sarà il modo di comportarsi! Pettinarsi dove si sta cucinando!-

E poi cenammo, fortunatamente senza sgradite sorprese, quindi rigovernammo, sistemammo le nostre vettovaglie in uno degli appositi spazi, facemmo una breve passeggiata lungo il fiume e ci ritirammo per la notte, il giovanotto di là ed io di qua,  in altra stanza.

-Buonanotte!-

-Buonanotte…, ma, ancora te porti le robe (la dotazione di famiglia n.d.a.) en camera?!!-

-Eh, no me fido a lasarle lì…-

Già, non si fidava! Le cibarie sì, ma le “peze da cosina” e la chiavetta Simmenthal no.. Le era dela mama…

La mattina seguente, come sempre del resto, mi alzai prima del giovanotto che amava (e ama ancora) fare lunghe dormite e raggiunsi la zona cucina. Sentivo nello stomaco quel certo languorino per cui avrei tanto volentieri mangiato la colazione, se solo l’amato bene si fosse fatto vivo. Decisi di attenderlo. Dieci minuti, un quarto d’ora, mezz’ora. Basta, avevo fame, che fosse presente o meno, mi sarei preparata la colazione e me la sarei mangiata!

Presi l’azzurra borsa con le nostre vettovaglie e tolsi il pane, il barattolo della marmellata ed il latte…. Accidenti, ma avevamo solo quello in barattolo, per aprire il quale era necessaria la famosa chiavetta Simmenthal che giaceva, forse sotto il cuscino, ben custodita dal proprietario. Che fare? Tra gli utensili a disposizione degli ospiti non trovai nulla con cui aprire il barattolo, provai con un coltello, niente e fu allora che mi venne l’idea. Sarei andata allo spaccio dell’ostello e avrei comprato del latte in bottiglia. Milk, lo sapevo dire, quattro monete le avevo, il gioco era fatto.

Non avevo però fatto i conti con il “little job” e, come fui dall’ostellante, non riuscii neppure a chiedere il latte che…

-…. the little job?- mi chiese. Non avevo capito la prima parte della domanda, ma il senso era chiaro.

-No, after- risposi – Before, milk…-

-Oh no! Before, the little job! After, milk-

L’ostellante fu irremovibile. Non ricordo che “little job” dovetti fare, ricordo solo che, una volta portatolo a termine, con la mia bottiglia del latte fra le mani, mi recai al limitare della zona riservata ai maschi e, con una certa impazienza…

-PAOLOOO!! E ALZARTEEE!!!-

Mi rispose una voce cavernosa che sembrava provenire dall’oltretomba…

-Arivo. N’atimo!-

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mercoledì, 26 novembre 2008

Delphine ed Affabile, nel giro di un paio di giorni, mi hanno invitata entrambe a proseguire una blog-catena, intitolata “dieci cose che non sai di me”.

Accidenti, mi sono detta, non è semplice scegliere quelle dieci più interessanti tra le centinaia a disposizione… Scherzi a parte, mi sono cimentata ed ecco qui l’elenco (sull'interessante... ai lettori l'ardua sentenza!):

 

  1. Fin da bambina sono stata molto curiosa ed ho imparato a leggere assai prima dell’ingresso nella scuola elementare.

 

  1. Dai sei anni in avanti, a chi mi chiedeva “cosa farai da grande?” ho sempre risposto “la maestra”. Era quindi destino che finissi nella scuola!

 

  1. Sono stata (e moderatamente ancora lo sono) una tifosa appassionata della Juventus, di cui ricordo anche adesso la formazione del campionato 1962-63… Mattrel, Castano, Salvadore (…) Miranda, Sivori, Stacchini. Ho tralasciato alcuni nomi per non annoiare il lettore…

 

  1. A sedici anni ho lavorato per un mese come assistente in una colonia estiva, sul litorale toscano in provincia di Pisa. Poveri quei bambini affidati alle cure di un’inesperta e spensierata giovincella!!

 

  1. Non seguo mai le reti Mediaset, fatto che ha sconvolto più di un alunno (ma come fa, mamma, la prof a vivere senza guardare Italia1?- aveva chiesto stupefatto il giovane Giuseppe alla madre) Si può, si può…

 

  1. In cucina ho abilità limitate; in compenso amo e apprezzo assai mangiare (e se’l vede!)

 

  1. Mi piacerebbe visitare un’infinità di posti nella sola Europa che avrei bisogno, perlomeno, di altre due vite.

 

  1. Mi piacciono i film d’amore, romantici, che mi facciano sognare, perché sono rimasta un’inguaribile romantica, come direbbe Vasco Rossi, anche se all’apparenza non sembrerebbe..

 

  1. Non guido l’automobile da più di vent’anni; l’Husband, comunque, mi “accusa” di frenare al posto suo, quando siedo al suo fianco. Se riprendessi il volante fra le mani, sarei un vero pericolo pubblico.

 

  1. Prima della “scoperta” del blog-mondo mi divertivo a giocare ai “solitari di carte” di SolSuit, ora caduti nel dimenticatoio, avendo trovato un’assai più interessante attività.

 

Ecco, ho eseguito il compito ed ora rilancio la palla a chi volesse raccogliere la sfida.

Chi vuole il testimone?

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martedì, 25 novembre 2008
Ecco com'era, ieri mattina, la vista dal balcone di casa mia...nevicata 24_11nevicata 24_11_08
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domenica, 23 novembre 2008

E finalmente sono riuscita a trascorrere una giornata a Venezia, dopo un anno e più che l’avevo messa in programma, tanto che sembrava essere diventata la città irraggiungibile, quella che tutti vogliono visitare ma poi dove nessuno (degli amici) va…

Tralascio per amor di patria di elencare tutte le persone a cui l’avevo proposto e che, dopo un assenso di solito abbastanza entusiasta, al momento dei fatti si erano tirate indietro con scuse varie, comunque adesso è fatta, partiamo in questa domenica di novembre, l’husband, la di lui sorella Adriana col marito Giorgio ed io, incuranti delle tetre previsioni meteo che danno sì una giornata soleggiata, ma ventosa e fredda assai.

-Ci vestiremo in modo adeguato- diciamo ai parenti che ci commiserano un pochettino.

E infatti, ben abbigliati come se andassimo incontro a quasi artiche temperature, con sciarpa, guanti e berretto di lana in borsetta, che non si sa mai, partiamo alle 7.05 con il nuovo e moderno convoglio ferroviario che, percorrendo dapprima la Valsugana, quindi dopo Bassano l’ampia pianura veneta, ci condurrà in poco più di tre ore alla nostra meta.

Venezia 1Come previsto, la giornata si rivela splendida, soleggiata, con un cielo sereno e sgombro da qualsiasi nube, tanto che da Bassano in poi, man mano il panorama si allarga, possiamo ammirare la cinta lontana delle montagne innevate che brillano nella luce mattutina.

Puntuale, il treno giunge alla stazione S.Lucia e noi siamo pronti, scattanti e pieni di aspettative, guida Touring sotto il braccio, alla scoperta della città. L’ultima volta in cui sono stata qui, è stato sei anni fa in gita scolastica (eh, è una meta classica…), alla fine di maggio, in una calda giornata tardo-primaverile.. Ma anche oggi il tempo ci è amico: contraddicendo le fosche previsioni riguardo la temperatura, siamo accolti da un tiepido sole che riscalda anche i nostri animi. Certo, all’ombra è meglio non soffermarsi, ma che importa, basta spostarsi un po’ più in là e tutto cambia.

La prima meta è il nuovo ponte progettato dall’architetto Calatrava, che tante polemiche aveva suscitato e che sorge, con la sua snella e ardita campata, a pochi passi dalla stazione, già diventato moderno richiamo per i turisti. Lo raggiungiamo in pochi passi, vi saliamo, fermandoci sulla sommità ad osservare il panorama e, con grande meraviglia, possiamo spaziare la vista fino alle distanti Dolomiti, rocciose ed innevate. Che spettacolo, qua i canali ed il mare, laggiù le montagne, le meraviglie della natura abbracciate in un unico sguardo!

Venezia 2Riprendiamo adesso la strada: vogliamo rimanere sulla riva destra del Canal Grande, raggiungendo la punta della Salute, dove sorge la grande chiesa dedicata a S.Maria della Salute, capolavoro dell’architetto Baldassare Longhena; di qui torneremo sui nostri passi fino al museo Guggenheim, quindi, passando sulla sponda sinistra, a piazza S.Marco e zone limitrofe. Una bella camminata…

Percorriamo così strade soleggiate che costeggiano secondari canali, attraversiamo strette ed ombreggiate calli, sostiamo in alcune piazze (campi) nei pressi di importanti chiese, quali S.Rocco e S. Maria dei Frari, seguendo un percorso meno affollato, un po’ dimenticato dal fiume di turisti che si concentrano lungo alcuni, soliti itinerari. Queste sono zone abitate da “locali”, che si possono incontrare nella mattinata domenicale sulle panchine soleggiate di campo S. Margherita, mentre piccoli bimbi si rincorrono gridando o corrono su veloci monopattini…

E, camminando un po’ liberamente, senza consultare continuamente la cartina, Adriana ed io davanti, i due consorti ora dietro, ora più in là, intenti come sono a scattare una foto dopo l’altra, raggiungiamo il grande canale della Giudecca, proprio all’altezza della Stazione Marittima. Che colpo d’occhio! Che meraviglia! Il grande bacino, lungo il quale sorgono imponenti palazzi testimoni del glorioso passato della Serenissima, è solcato da decine di imbarcazioni, che sollevano spruzzi, mentre il sole crea giochi di luce sull’acqua che brilla lucente.

Canale della GiudeccaE’ quasi mezzogiorno e la temperatura non potrebbe essere più clemente; sotto il tiepido sole risaliamo le Zattere, come viene chiamata l’ampia strada che costeggia il canale, della lunghezza di circa due chilometri, fino alla chiesa del Longhena, purtroppo oggi in restauro ed ora siamo alla confluenza dei due canali più importanti della città, la Giudecca, appunto ed il più celebre Canal Grande. Uno sguardo ammirato allo spettacolare panorama e ci dirigiamo verso il Museo Guggenheim, passando per strette ed affollate calli, sulle quali si affacciano vetrine e vetrine di negozi, più o meno eleganti che vendono i caratteristici vetri di Murano, sempre che non siano… made in China!!

Ma a questo punto, prima di visitare il Museo e le collezioni della defunta ed eccentrica miliardaria americana, urge trovare un luogo in cui rifocillare gli stomaci…brontolanti e non è facile coniugare i piaceri della tavola con le esigenze del portafoglio, perché si sa, Venezia è sempre Venezia e spesso i suoi prezzi non sono, diciamo così, molto economici. Gira ed osserva, osserva e gira, alla fine ci sistemiamo all’aperto di un bar-panineria-gelateria affacciato sul canale della Giudecca e ci sfamiamo con dei semplici panini, concedendo una salutare pausa anche agli arti inferiori. Canal Grande

Raggiungiamo ora il Museo Peggy Guggenheim, dove visitiamo con grande apprezzamento le collezioni di arte moderna con opere dei più importanti artisti del secolo scorso, senza peraltro dimenticare un’uscita nel giardinetto ricco di sculture che si affaccia sul Canal Grande: una gemma nella più grande raccolta di gemme che è la città stessa.

Ed adesso ci tuffiamo nella Venezia più monumentale e turistica, attraversando il ponte dell’Accademia e raggiungendo, per strade affollate in cui si fatica a procedere, l’immensa piazza S.Marco: non c’è la folla delle grandi occasioni, ma c’è comunque tanta gente, di Campanile di San Marcoogni nazionalità e razza, come i due giovani neo-sposi cinesi, con la moglie in audace (per la stagione!), scollato abito bianco, con le spalle coperte solo da un leggerissimo velo e tutti gli “orfani” del grano per sfamare i piccioni, che si fanno fotografare con quei poco simpatici volatili. Una lunghissima fila sta inoltre attendendo di poter entrare nella basilica e una fiume di persone sta giungendo dalla Riva degli Schiavoni.

E noi la percorriamo in senso inverso, fino a che non deviamo verso l’interno, intenzionati a raggiungere la stazione ferroviaria, camminando per zone meno affollate e più “reali”.

E’l’ultima, lunga camminata della giornata che ci porta al treno delle 17.42 col quale torneremo a Trento e alle nostre case. Viaggio “allietato” nel tratto Venezia-Vicenza da un folto gruppo di bambini in età di scuola elementare, talmente urlanti e schiamazzanti che quando finalmente scendono, “scoppia” improvviso il silenzio, mai stato tanto gradito.

In conclusione, una bella giornata che speriamo di ripetere… senza dover attendere altri sei anni!

 

 

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venerdì, 21 novembre 2008

Classe 3 E 

La quiete prima della tempesta, ecco cosa rappresenta questa vecchia fotografia, un po’ sfocata, unica testimonianza di quella gita da manuale.

Era la mattina del martedì ed eravamo a Lucca.

Già l’autista ci aveva regalato altri due minuti di brivido, allorché quella stessa mattina, accorgendosi di aver sbagliato direzione, aveva fatto un’inversione di marcia su una superstrada a quattro corsie, ovviamente senza guard-rail centrale. Tra l’assordante silenzio delle cinque derelitte accompagnatrici e il cicaleccio consueto dei ragazzi che non si erano accorti di nulla.

Già avevo trascorso una notte un po’ così nel venerando tre stelle prenotato dalla scuola (-Ma prof, a quando risalgono, quelle tre stelle?- avevano chiesto gli alunni più spiritosi –Forse al tempo di Mussolini??-  Probabilmente sì), per il fatto che i miei otto discepoli maschi erano stati sistemati nella dependance staccata dal corpo centrale dell’hotel e, al momento di coricarmi, mi erano passate per la mente tutte le ipotesi più tetre, col risultato di rimanere con gli occhietti aperti gran parte delle ore notturne…. E’ vero che non erano degli scalmanati, è vero che mi avevano rassicurata,..no, prof, stia tranquilla, non faremo “casino”… In verità, del “casino” a me interessava poco o niente, la paura era che uscissero da quel basso edificio a due passi dalla spiaggia… Al mattino, comunque, si erano presentati puntuali a colazione, gli occhi un po’ assonnati (non è che abbiamo dormito tanto…) ma sani e salvi. Pfuii, sospiro di sollievo.

 

Ed eccoci a Lucca, davanti ad una delle sue belle chiese.

-Svelti, la foto di gruppo…-

Tutti in posa sorridenti, professoresse al centro, l’Elvis che si fa cogliere di sorpresa, l’Antonella che guarda la felpa di Gabriele, ciak, la collega del corso A ha scattato, fatto!

Sciogliamo il gruppo e…

-Ma i due Cristian? [Quello scritto “normale” e quello con la K (già, Kristian!!)]? E il Carlo?-

-Prof, non ci sono!!!-

Non c’erano. Ci mancavano tre alunni! Attimi un po’ da panico, domande, dove saranno finiti, ma come, io ero davanti e tu chiudevi la fila, Madonna santa che facciamo, per fortuna sono in tre, speriamo si ricordino il nome dell’hotel di Camaiore, magari si rivolgono ad un vigile…

Poi la decisione.

-Io torno al pullman rifacendo la strada da cui siamo venuti- dissi alla collega Renata –e tu vai direttamente al parcheggio-

Ci dividemmo i restanti alunni, un gruppetto tornò con me, l’altro seguì la collega.

A passo di carica, a gruppo riunito, a formazione compatta, ripercorremmo le strade già camminate un paio d’ore prima. Dei tre dispersi, nessuna traccia. Con un senso di ansia crescente, arrivammo al pullman, parcheggiato lungo la cinta muraria della città e lì mi venne incontro Renata.

-I era qua, al pullman-

Grazie al cielo! Salii a bordo, ed eccoli lì, i tre dispersi, seduti ai primi posti, con lo sguardo un po’ basso. Probabilmente Renata non si era risparmiata nelle reprimenda. Mi guardarono di sottecchi, aspettandosi un altro fiume di parole…

-Presumo che la prof abbia già parlato…- dissi.

-Sì-

E mi spiegarono cos’era successo. Mentre procedevamo dalla piazza del Mercato verso la successiva meta, i tre erano stati attratti da una bancarella che vendeva occhiali e, come spesso accade a molti adolescenti in gita scolastica, del tutto indifferenti alle bellezze artistiche, si erano fermati davanti al “monumento” consumistico. Per pochi secondi, dissero, ma quando avevano distolto l’attenzione dalla paccottiglia in vendita, si erano accorti di essere… da soli. Tra i turisti che affollavano le strade di Lucca, ma soli. Che fare allora? E poiché erano ragazzini svegli e con un discreto senso dell’orientamento erano tornati al pullman, dove ci avevano atteso….

Non aggiunsi alcun rimprovero ma ricordai loro che è facile perdersi di vista quando si cammina per strade affollate e che “bancarelle se ne trovano dappertutto!”

 

E, per concludere in gloria la giornata ci fu ancora il repentino e travolgente innamoramento dell’alunna Marcella, che nel pomeriggio, nella piazza dei Miracoli di Pisa, si trovò a scambiare quattro parole con uno sconosciuto studente di bell’aspetto, anch’egli in viaggio di istruzione e tanto bastò per farla piombare in uno stato di esaltazione e sofferenza che ci accompagnò tutta la sera…

-Prof, sono disperata! Ho conosciuto il ragazzo della mia vita e l’ho perso! Prof, non so come potrò continuare a vivere!! Prof, sono disperata!-

Se questi erano i discorsi fatti a noi insegnanti, che, per quanto amichevoli, sempre insegnanti eravamo, lascio immaginare quelli rivolti alle compagne che dopo qualche ora non ne poterono davvero più. E ci vollero le parole anche troppo drastiche della collega Renata, il mattino successivo (!!) per riportare la tranquillità nel gruppo ed in Marcella stessa.

 

Il terzo giorno non successe nulla di particolare all’infuori di una lieve pioggerella che ci accompagnò lungo tutto il tratto del Sentiero dell’Amore, nella zona delle Cinque Terre…

Ma, a fronte dei giorni precedenti, cos’erano mai due gocce d’acqua??

 

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categoria:ricordi, scuola, colleghi, disavventure, alunni, gita scolastica
giovedì, 20 novembre 2008

Fin dall’inizio avevo avuto il sentore che sarebbe stato impegnativo accompagnare quei venticinque “individui” di età compresa fra i tredici ed i quattordici anni, in un “viaggio di istruzione” della durata di tre giorni.

Già nelle settimane precedenti la partenza, infatti, avevo dovuto mettere in campo tutte le mie abilità diplomatiche per far sì che non ci fossero esclusioni nella scelta dei compagni di stanza, contattando una ad una quelle viperine di alunne in modo che anche le meno popolari trovassero la giusta sistemazione, senza correre il rischio di dovere dormire… con l’insegnante.

Già, poi, avevo dovuto rassicurare la mamma di Carlottina che appunto nessuno avrebbe voluta in stanza, ascoltando in sovrappiù un suo lungo, accorato e giustificato sfogo sull’emarginazione della figlia all’interno della classe.

Insomma, un percorso in salita ancor prima dell’evento in sé.

Né fummo molto rassicurate, le quattro colleghe ed io, vedendo quel lunedì mattina di fine aprile 1988, il vetusto pullman noleggiato dalla segreteria che ci avrebbe accompagnati in terra toscana. Un “gran turismo”, sulla carta almeno, che aveva senz’altro visto giorni migliori qualche decennio prima.

Ma, quello ci passava il convento, quindi salimmo e via.

Tutto si svolse come da copione, autista silenzioso e immusonito, alunni pieni di lazzi, frizzi, musica, risate e noi insegnanti un po’ befanose a controllare… seduto là, abbassa il volume, non gridate… Tutto tranquillo, insomma, fino a che il “potente mezzo” non cominciò ad affrontare il tratto appenninico dell’autostrada del Sole, quando, piazzato dietro un tir senza mai riuscire a sorpassarlo, ci costrinse a respirare tutti i gas di scarico dell’autotreno che entravano dalle fessure dei finestrini impossibili da chiudere totalmente, lasciando in sovrappiù una densa scia di fumo nero dietro di sé.

Come Dio volle, giungemmo alla prima meta della giornata, San Gimignano. Avevamo a disposizione alcune ore per visitare la cittadina, prima di ripartire alla volta di Siena, dove avremmo trascorso il pomeriggio, mentre verso sera avremmo raggiunto l’albergo prenotato, al Lido di Camaiore. Una giornata intensa.

San Gimignano ci apparve bellissima, sulle colline prospicienti la val d’Elsa, con le sue quindici torri a dimostrazione di un glorioso passato medievale e per le vie del centro il folto gruppo di adolescenti trentini e delle loro accompagnatrici sciamò festoso, alla scoperta della città. Ancora più gioiosi, i nostri, quando scoprirono di poter godere di una ventina di minuti di “libertà” dagli sguardi attenti delle signore professoresse.

Il tempo di un caffè gustato in silenzio e “solitudine” e di nuovo a gruppo riunito raggiungemmo il parcheggio del pullman. Svelti a bordo e ripartimmo. Ci attendeva un invitante pomeriggio a Siena e stavo appunto anticipando quanto avremmo potuto ammirare nella bella città toscana, quando fui bloccata da un improvviso grido..

-Presto, sedetevi tutti sui sedili del lato destro, presto…

La voce concitata dell’autista ci lasciò in un silenzio ammutolito e in altrettanta ammutolita immobilità. Che stava succedendo?

-Svelti, dall’altra banda, dall’altra banda…-

-Su, ragazzi, tutti sui sedili di destra, anche in tre, dai che ci state, non fate storie- intervenimmo anche noi con decisione, pur senza capire il significato di quegli ordini.

Stavamo scendendo dalla collina verso Poggibonsi, un tratto in discesa…

-El pullman, gh’è qualcos che no va. Proven en de ‘sto modo… -

Un guasto. Evidentemente era successo qualcosa, sperando non al sistema frenante…

Il silenzio a bordo del pullman era assoluto. Non si sentiva quasi neppure respirare. Chi aveva tentato timide domande, era stato prontamente zittito.

-Zitto! L’autista deve guidare!-

Anche noi insegnanti ci guardavamo con muti sguardi interrogativi, mentre a velocità ridotta, l’autista guidava verso la pianura, seguito da una lunga colonna di impazienti automobilisti…

E fummo finalmente al piano, periferia di Poggibonsi, dove, provvidenziale comparve, prima l’insegna, poi la mole di una grande autofficina. La salvezza!!

Il pullman ebbe appena la forza di entrare dall’ampio, aperto cancello, raggiungendo il grande capannone delle riparazioni ed esalò l’ultimo, meccanico respiro.

 

Erano circa le 13.30 ed eravamo in una zona distante un paio di km dalla stazione ferroviaria di Poggibonsi, dove avremmo potuto prendere il treno per Siena. Un paio di km di trafficata strada statale, lungo il bordo della quale avrebbero dovuto camminare, ordinati come soldati prussiani, 50 alunni e cinque docenti, più la piccola figlia di una di esse. Ci consultammo brevemente e la maggior parte di noi decise che era un rischio eccessivo. Da parte mia, avrei tentato la sorte, ma fui l’unica….

Rimanemmo quindi in attesa della riparazione del pullman, nel fortunatamente grande piazzale dell’officina, in una zona secondaria vicina agli uffici, dove i ragazzi e noi inventammo tutta una serie di passatempi. E dovemmo ringraziare un frisbee casualmente portato nello zaino da qualcuno, mentre qualche mia alunna si dilettò a scoprire quanto fossero “carini” i meccanici più giovani, ronzando loro attorno come api attratte dal miele..

E, nonostante il prodigarsi del personale pressoché al completo attorno al nostro mezzo, esso fu pronto solo verso le 18.30.

Cinque ore in un’officina!!! E Siena? Ahimé, quel giorno non la vedemmo! E neppure gli altri due naturalmente.....

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mercoledì, 19 novembre 2008

Certo, viaggiando in autostop tre settimane come facemmo quell’anno, ogni tanto incontrammo tipi veramente curiosi o buffi.

Come quel macellaio, che ci accolse a bordo del furgone-frigorifero col quale trasportava grossi quarti di bovino di paese in paese. Un uomo di età indefinita, con grossi basettoni che scendevano fin quasi al mento e un mozzicone di sigaro all’angolo della bocca. Ci fece accomodare sul sedile anteriore (e unico), con il giovanotto al centro ed io di lato e cominciò a parlare. Le solite domande, quindi un monologo intercalato da risate sommesse e da una serie di yeees, oh yeees, ai quali il mio compagno di viaggio rispondeva con altrettante risatine e altri oh, yes, eheheh, yes.

Naturalmente fui subito incuriosita da quello strano dialogo, per cui chiesi

-Ma cosa diselo?-

-Eheh, yes,eheh, mi, yes,yes- rispose il giovanotto con aria imperturbabile- mi… eheh, no capiso… yes, eheh,…gnent!! Yes! Eheh!-

-Non ho capito una parola- disse poi, una volta che il macellaio ci ebbe lasciati ad un bivio –ma cosa dovevo far? Ho fat finta de capir tut!!-

 

Quello stesso giorno, un paio d’ore più tardi, eravamo fermi sul ciglio di una veloce arteria alla periferia di Newcastle, il giovanotto in piedi, con il pollice in alto, io seduta sulla borsa contenente la famosa tenda, uno-due metri più in là, sull’erba. Macchine che correvano veloci e poi, finalmente, si fermò una Mini Morris. La raggiungemmo speranzosi..

-Edinburgh?- chiese il mio compagno di viaggio.

-Edinburgh, yes- rispose l’autista.

Iuuuh uh, che colpo di fortuna! Fino ad Edimburgo! Non saremmo potuti essere più fortunati.

Salimmo. Il conducente era un uomo di mezz’età, con capelli già bianchi, non tanto alto di statura e stava tornando a casa da un viaggio di lavoro, ci spiegò. Poi tra lui ed il giovanotto si svolse il consueto dialogo ed io, ascoltando i due conversare, pian piano scivolai nel sonno e mi appisolai….

Mi risvegliai quando la macchina si fermò in una piazzola lungo il bordo della strada, proprio sulla sommità di una modestissima altura nei pressi di una grande tabella di metallo. Eravamo giunti al confine tra Inghilterra e Scozia. L’uomo ci invitò a scendere, tolse dal bagagliaio una capiente thermos e dei biscotti e li divise con noi, in un’improvvisata, frugale merenda, poi si volse verso nord, con sguardo festante, allargando le braccia e respirando a pieni polmoni…

-Scotland!!- pronunciò con voce alta e piena di gioia –Scotland!- ripeté. Si volse poi verso la direzione dalla quale stavamo provenendo e con un moto di fastidio, con un movimento della mano destra come per scacciare qualcosa di molesto –England, pfui, England…-

Risalimmo in auto, l’uomo rimise in moto e fece per immettersi nuovamente in strada. E fu allora che, per un puro caso, io mi girai verso il finestrino posteriore, facendo appena in tempo a veder volare dal tettuccio dell’auto il pesante giubbotto blu dell’amato bene. Probabilmente, al momento del the, l’aveva tolto e appoggiato, dimenticandolo poi al momento di ripartire.

-El giubet!!- Il mio grido d’allarme risuonò nell’abitacolo –El tò giubet!-

Prontamente recuperato l’indispensabile indumento, si poté ripartire ed il gentile signore scozzese ci condusse ad Edimburgo, addirittura fin sulla porta dell’ostello, un moderno edificio al limitare di un grande parco ricco di alberi secolari.

Alla faccia della tanto dileggiata avarizia scozzese.

 

L’ultima citazione di “generoso automobilista” spetta ad un giovanotto inglese, di Leeds, anch’egli in vacanza sulle strade scozzesi con la fidanzata, a bordo di una vecchia ma confortevole berlina.

Li incontrammo una mattina, appena fuori dell’abitato di Durness, quattro case sparse affacciate sull’oceano Atlantico, quando si fermarono per accoglierci a bordo. Andavano proprio ad Ullapool, la stessa località in cui eravamo diretti noi; un altro colpo di fortuna, non avremmo dovuto più tentare la sorte su quelle sperdute e poco trafficate strade.

Con loro non ci furono grandi discorsi, anzi per chilometri il silenzio regnò sovrano. Il giovane e la ragazza non si scambiarono che qualche rara, sommessa parola e lo stesso facemmo noi, seduti dietro. Viaggiammo lunghe ore, costeggiando rientranze e baie, penisole e promontori. Di tanto in tanto, il ragazzo si fermava, estraeva dal vano sotto il volante un potente binocolo, usciva dall’auto e osservava, presumo, la fauna del luogo, uccelli, soprattutto. Poi rientravamo nella macchina e via, di nuovo, in silenzio, verso la successiva sosta “naturale”, con qualche altra tappa o per la benzina o per fisiologiche necessità …

Il giovanotto accanto a me, invece, teneva fra le mani la carta della Scozia e cerchiava con precisione i luoghi dove si trovavano ampie spiagge, romantiche insenature e tutto quello che gli sembrava degno di nota. Ed io, al suo fianco, dormivo.

Con i due silenziosi inglesi viaggiammo altri due lunghi giorni, da Ullapool a Fort Williams e da lì, fino a Glasgow, dove le nostre strade si divisero. Tre giorni di silenzio, soste naturalistiche e, per me, lunghe dormite..

-Te dormivi sempre- ricorda ancor oggi l’amato. E cos’altro avrei potuto fare? Parlare in silenzio con me stessa? Beh, avevo finito tutti i discorsi!!

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