venerdì, 30 gennaio 2009

Facendo una breve visita sul sito di Repubblica, scopro che stasera ricomincia la 14° stagione di ER-medici in prima linea. La quattordicesima! Che telefilm longevo!

Possibile, mi domando, siano passati così tanti anni dalla prima serie che ci aveva fatto conoscere quei medici del pronto soccorso di un ospedale di Chicago, così attivi ed efficienti pur in mezzo a mille traversie?

E quanti di noi si erano affezionati a George Clooney, alias Doug Ross, quel pediatra un po’ così, che poi tanto successo avrebbe avuto sugli schermi e al dottor Greene e al giovane Carter e al tenebroso e sempre corrucciato dottor Benton?

Con quanta passione avevo allora seguito le prime serie, cercando di non perdere neppure una puntata, partecipando emotivamente alla vita convulsa di quel luogo pieno di umanità dolente e sofferente. Del resto, se si pensa che la serie era stata ideata da uno scrittore del calibro di Michael Crichton, non poteva non esserci un’atmosfera di grande coinvolgimento…

Poi, col passare degli anni, il cast iniziale si era via via “assottigliato”, mentre entravano sempre nuovi personaggi e anche il mio interesse di spettatrice era progressivamente scemato, fino a giungere alla completa indifferenza.

Però, guardando la galleria fotografica acclusa al breve trafiletto, una leggera nostalgia mi ha colpito, per cui…chissà che stasera non “lanci” un’occhiata a questa nuova serie!

Ecco i "mitici" protagonisti della prima serie....

 

E.R

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categoria:ricordi, televisione, telefilm
giovedì, 29 gennaio 2009

Cercasi urgentemente chiusura ermetica da applicare a bocca umana di normali dimensioni, con possibilità di apertura solo ad ore fisse per moderati approvvigionamenti che non superino le 1300 calorie giornaliere.

Si richiede congegno di solido materiale che garantisca una buona durata e refrattario a cioccolata e dolci in genere.

Nessun limite di spesa.

 

Tel. 24354657682, ore pasti.

 

 

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categoria:dieta, richiesta, golosità
mercoledì, 28 gennaio 2009

In quell’ormai lontano 1974 la Maria Stella Gelmini forse faceva solo danni alla scuola materna, magari scombinando i colori delle formine di plastica da giardino.. e il ministro della P.I. era un tale Malfatti, Enrico Maria per la precisione, che era stato il padre dei Decreti Delegati, che tanto scalpore e tante aspettative avevano creato per poi dimostrarsi un complesso contenitore… di nulla.

Questo per dire che allora la professione dell’insegnante, classi indisciplinate a parte, era assai più tranquilla e gli adempimenti burocratici erano ridotti al minimo. Ma ce n’erano alcuni anche in quegli anni…

 

E infatti, una bella mattina, salite le consunte scale del vetusto edificio, fui accolta dalla bidella di postazione al secondo piano con un “Professoressa, gh’è n’aviso per ela!, mentre mi consegnava un foglietto bianco ben graffettato, proveniente dalla segreteria.

-Oh Madonna!- l’esclamazione proruppe spontanea dalle mie labbra, dopo aver letto “l’avviso”, col quale, in termini un po’ perentori, ero “invitata” a presentare al più presto, il PIANO DI LAVORO ANNUALE DI LETTERE PER LA CLASSE 2E. Piano di lavoro annuale? Cos’era mai “costui”? Non ne avevo mai visto uno, prima di allora e adesso dovevo presentare il mio! Ma se non sapevo neppure quanto sarei rimasta al lavoro, dato che la sofferente futura mamma prolungava la sua assenza di quindici-venti giorni alla volta..

-Oh Madonna- ripetei –e come faccio?-

-Cosa devela far? El piano de lavoro?- la bidella si era mossa a compassione, vedendo la mia espressione un po’ smarrita. –La vegna con mi, professoressa- e, accertatasi che nessuno fosse nelle vicinanze, staccò dal muro una chiave e mi invitò a seguirla fino all’ingresso della sala insegnanti.

Qui, in una specie di piccola anticamera si trovavano antichi armadi-libreria, con ripiani colmi di libri che occhieggiavano tristi dietro vetri bruniti in alto, mentre quelli in basso erano celati da portelli in legno, chiusi a doppia mandata.

La bidella lanciò un'occhiata all’interno della grande sala dove un paio di colleghi erano intenti a proprie mansioni in attesa del suono del campanello, senza badare affatto a noi, poi guardò nel corridoio, deserto e agì.

Con la chiave aprì una delle porticine in basso: all’interno, ben allineata, tutta una serie di registrini dalla copertina color rosa pallido, contenenti, appunto i piani di lavoro. La signora, una matrona dall’aria materna di età indefinita, ne trasse uno, lesse il nome sull’etichetta, mi guardò e.. “Questo, dela professoressa Cappelletti, el pol nar ben per ela”, poi ne trasse un secondo, stesso rituale.. “No, questo dela professoressa Avancini, no, dirìa che no l’è adatto”, ne cercò un terzo.. “Sì, questo el va ben!”…

Nel giro di pochi minuti, ne evidenziò quattro-cinque, che secondo il suo parere, sarebbero “andati bene anche per me”, li spostò, uniti, sulla destra del ripiano, poi chiuse l’armadietto con la chiave e, sempre seguita dalla sottoscritta, tornò alla bidelleria, dove riappese il necessario attrezzo all’apposito gancio.

-Ecco, professoressa, mi g’ho insegnà la strada. Adesso, toca a ela!-

E così, quello stesso pomeriggio tornai a scuola, entrai nella bidelleria al momento vuota, tolsi la chiave e con fare sicuro ed estrema nonchalance andai, aprii l’armadietto, tolsi i registri “consigliati” dalla bidella e, nella deserta sala insegnanti, mi dedicai ad un antiquato e un po’ primitivo copia-incolla, una frase da quello della collega Cappelletti, un’altra dalla collega Verdinelli, quattro righe mutuate dalla prof Andreatta e nel giro di un paio d’ore, il mio piano di lavoro fu pronto. Un bel collage, una bella macedonia didattica …

Poi riposi ordinatamente i vari registri nell’armadietto, compreso quello della 2E, riappesi la chiave all’apposito gancetto in bidelleria e tutta sollevata me ne andai incontro al giovanotto col quale avevo appuntamento.

La missione era compiuta. Nessuno si accorse del “misfatto” ed i miei giorni di supplente procedettero tranquilli, 3E permettendo, of course!

 

Negli anni che seguirono, imparai a scrivere piani di lavoro, senz’altro migliori di quel primo “prototipo”, ricorrendo, comunque, in anni di modernità tecnologica, a più raffinati “copia-incolla”, convinta sempre più che le energie principali, nella scuola, vadano dedicate agli alunni in classe, non ad esercizi retorici con i quali mettere insieme una sfilza di belle parole che spesso rimangono efficaci solo sulla carta…

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categoria:ricordi, scuola, burocrazia, inesperienza, bidella
martedì, 27 gennaio 2009

Nel caso i miei affezionati 24 lettori avessero sentito la mancanza delle vicende di vita vissuta della sottoscritta, eccovi una nuova puntata….

Capitolo terzo.

Ritorno a casa. Prime esperienze nella scuola media.

 

Tornammo dalla vacanza in terra britannica nel tardo pomeriggio di un sabato ottobrino e non appena fui a casa, appresi la “lieta” novella: mi attendeva una supplenza nella vecchia scuola media “Giovanni Segantini”, la stessa dove avevo trascorso tre anni della mia adolescenza….

Neanche il tempo di rendermene conto e fu lunedì. Alle otto del mattino, puntuale mi presentai alla segreteria, scoprendo che avrei dovuto supplire un’insegnante in congedo per una difficile maternità, in due classi, una seconda ed una terza. Maschili, perché nell’illustre scuola, guidata ancora dall’illustre e attempato preside dei miei tempi, vigeva sempre la consuetudine di formare classi ben distinte per sesso. Miste, solo quelle risultanti dall’unione dei sopravissuti a drastiche bocciature, com’era successo anni prima alla mia, di classe…

Così ebbe inizio la mia carriera di insegnante alla scuola media. Prima di quell’ottobre 1974, avevo fatto qualche supplenza nella scuola elementare e avevo lavorato ben quattro anni nei doposcuola gestiti dal Patronato Scolastico, nei quali mi ero fatta un bagaglio di esperienze in attività varie, svolgimento compiti, preparazione di recite scolastiche, “lavoretti manuali” di ogni tipologia, per portare a termine alcuni dei quali talora avevo coinvolto l’intera famiglia…

Ma di tecniche di insegnamento vere e proprie ero totalmente digiuna e assieme alla mia inesperienza venni catapultata in classe. L’impatto fu diverso: senza alcun problema nella seconda, devastante nella terza. In una classe non incontrai difficoltà alcuna, il rapporto con i ragazzi fu da subito positivo e lavorai in un clima favorevole, con buoni risultati generali. Ahimé, questo invece non avvenne in terza! Vuoi per la mia giovane età e la mia allora incapacità a gestire situazioni problematiche, vuoi che là insegnavo “soltanto” storia e geografia, sta di fatto che quei 25 o giù di lì adolescenti di buona famiglia, in gran parte figli di stimati e noti professionisti, fra cui un paio di primari ospedalieri, rappresentarono una palestra durissima. Non era una classe facile neppure con qualche altro insegnante, con maggior esperienza di me, ma questo non era motivo di consolazione e ricordo alcuni momenti di scoramento totale…

Tra l’altro ero diventata collega di alcuni dei miei “vecchi” insegnanti, il caro prof.Gardener di religione e la prof. Garofalo, un tempo terribile e temuta docente di matematica e che adesso scoprivo persona di grande umanità, i quali mi presero sotto l’ala protettrice… Mi ritrovai fianco a fianco anche dell’orrido prof di disegno e rividi l’altrettanto orrida prof di lettere, dai quali mi guardai bene dal farmi riconoscere, tali erano i ricordi negativi che conservavo. Ma non erano cambiati e un giorno, in sala insegnanti, sentii la “cara” ex docente parlare in tono sprezzante di quelle “bestione delle sue alunne”. No, non era affatto cambiata e provai un empito di umana solidarietà per quelle povere fanciulle affidate alle sue “cure”…

Comunque, c’erano le gioie e le soddisfazioni della vita quotidiana al di fuori del tetro edificio a compensare il duro tirocinio di quella difficile terza E.

Il giovanotto ed io ci incontravamo quotidianamente e trascorrevamo assieme tutto il tempo possibile, da soli o in compagnia del folto gruppo di amici, in un susseguirsi di momenti felici, pieni di allegria e di esperienze sempre nuove.

E feci anche l’ingresso “ufficiale” in casa dell’amato bene. Naturalmente già frequentavo l’ambiente familiare e avevo conosciuto i genitori ed il folto stuolo dei fratelli, ma in occasione del compleanno del giovanotto, quel 17 novembre 1974, fui ufficialmente invitata a pranzo e la futura suocera cucinò per l’amato primogenito e “l’amica” (la parola “fidanzata” era un termine ignoto, quasi tabù, nella famiglia…) alcuni dei piatti classici del suo repertorio culinario.

In quel periodo il giovanotto, pur con un diploma di perito elettrotecnico e gli studi in corso alla facoltà di sociologia, sbarcava il lunario lavorando come insegnante di sostegno nella scuola elementare. Il processo d’inserimento dei portatori di handicap nella scuola era agli inizi ed era il Patronato Scolastico ad assumere il personale che doveva collaborare con l’insegnante titolare. E lui fu assunto pur sprovvisto di diploma magistrale… ma non ci fu insegnante di sostegno più attivo, brillante e pieno di iniziativa…. Avevate qualche dubbio?

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categoria:scuola, lavoro, marito, difficoltà
sabato, 24 gennaio 2009

Certo che una settimana più bianca di questa non avremmo potuto averla, neppure se l’avessimo prenotata direttamente al servizio meteo. Due giorni e mezzo di neve che cade incessante, a tratti a larghe falde, in altri momenti più sottile e ghiacciata, un’infinità di aghi pungenti che imbiancano un paesaggio già candido e si accumulano su strati e strati già abbondanti. Una quantità difficile da stimare, un metro? due metri? Mah, circa un metro solo quella più recente, il resto, all’immaginazione di ciascuno…

Peccato che sia stato il sole ad essere un po’ latitante, tranne in qualche felice momento, ma nell’insieme non c’è da lamentarsi. Passeggiate, relax, tranquillità, buon cibo, non ci siamo lasciati mancare nulla…

Partiti da Trento nel primissimo pomeriggio di sabato 17; viaggio tranquillo e veloce sia sull’Autobrennero sia lungo le non sempre scorrevoli strade della val Pusteria, questa volta invece poco trafficate e alle 14.30 siamo a Moso, frazione di Sesto Pusteria, a circa sette km da S.Candido, dove ci attende una confortevole stanza presso il grande e accogliente hotel Alpenblick. E’ la terza volta che siamo ospiti in questo albergo dove ci siamo sempre trovati un gran bene, calda accoglienza, ambiente curato, cibo da gourmet, possibilità di usufruire di saune e bagno turco…

E anche stavolta non rimaniamo delusi.

Le giornate si susseguono con ritmi costanti: sostanziosa colazione (quest’anno c’è la novità di un cuoco che prepara omelettes, waffeln, uova in tutte le salse..), poi uscita sulla neve, ciaspole ai piedi, per una lunga camminata, ritorno nel primo pomeriggio, “degustazione” dal buffet di minestre calde e torte, quindi passaggio nella zona wellness, con saune e tranquille attività di rilassamento nell’apposita sala, per concludere con la cena e quattro chiacchiere nella zona soggiorno prima di coricarsi. Insomma, una vacanza di tutto riposo e tranquillità, come si suol dire, “serviti e riveriti” (più il primo del secondo, eh!)

Abbiamo fatto ogni giorno le nostre belle passeggiate, anche sotto la neve, sfruttando le opportunità che offre la zona: la val Fiscalina, la piana di Sesto, una volta fino a S.Candido, lungo il percorso dell’estiva pista ciclabile e due soddisfacenti escursioni, al rifugio Tre Scarperi e alla malga di Nemes, in ambienti così vasti e incontaminati da farci sentire insignificanti particelle del vasto mondo della natura.

E quest’ultima escursione è stata la più gratificante dell’intera settimana, compiuta percorrendo in gran parte una stretta traccia nel bosco, lasciata da qualche audace passato prima di noi. Siamo in tre a procedere in silenzio: l’husband davanti, io e Nives, una giovane signora bergamasca, nostra vicina di tavolo, che chiude la breve fila.

Nives non è provvista di ciaspole, ma lungo lo stretto sentiero la neve è ben pressata e si riesce a camminare anche con i soli scarponi. Il nostro intento sarebbe quello di raggiungere la malga Klammbach, vicina a Moso e passo dopo passo risaliamo il pendio. Per fortuna la pendenza è graduale e mantenendo un’andatura costante e cadenzata, la fatica non è molta; frequenti sono i tratti pianeggianti, che si susseguono a brevi strappi più ripidi. Intorno a noi, neve, neve, neve; sugli abeti, carichi all’inverosimile, sui cartelli segnaletici di cui si intravede solo la parte più elevata, affondati come sono nel bianco manto, su qualche grande crocefisso, posto lungo il sentiero, quasi a protezione del “povero Cristo”, seminudo nella fredda mattinata invernale. Ed è così alta la neve, che quando l’husband esce dalla traccia per fotografare appunto il povero Cristo in croce, gli bastano due passi per trovarsi affondato fin quasi all’inguine, nonostante le ciaspole… e menomale che è vigoroso e forzuto, altrimenti sai che fatica tirarsi fuori da quella massa farinosa!

Ecco finalmente il bivio verso la malga, ma…. manca qualsiasi traccia percorribile! Solo neve, alta per giunta. Non è il caso di avventurarci, tentando di aprirci una via, per cui non ci rimane che continuare lungo lo stretto intaglio battuto che ora attraversa un’ampia spianata a cui fanno corona, poco distanti, le fitte abetaie. Si è intanto levata una certa nebbiolina, per cui pare di essere in un’atmosfera surreale. Nives comincia a fare fatica: ogni tanto sprofonda nella neve, ora con uno scarpone ora con l’altro…

-Paolo, ma dove stiamo andando?- domanda al mio consorte che ci precede indomito.

-Andiamo alla malga Nemes! E’ un po’ più lontana, ma fra un po’ saremo sulla forestale con la neve battuta..- la rassicura.

Bleffa un po’ l’husband, ma non sbaglia e finalmente, ecco quasi un miraggio, delle figurette che camminano nella nebbia. Sono escursionisti che stanno risalendo verso la malga dal passo di Monte Croce: questo significa che la meta è poco distante! E così è infatti. Un’altra mezz’ora, un incontro ravvicinato con un gatto delle nevi che ci costringe a sprofondare nella neve a fianco della forestale per cedergli il passo e ci siamo. La più felice è senz’altro Nives che non finisce di ripetere che porterà con sé il ricordo di quest’escursione per tutta la vita. E noi siamo contenti per lei!

Poi, dopo una sosta rigenerante, una veloce discesa a passo Monte Croce e il ritorno a Moso… in autostop, dove all’Alpenblick zuppa e torte ci attendono. Davvero meritate!

 

E adesso, eccoci ritornati alla quotidiana routine, agli impegni, alle usuali incombenze. Così è….

 

veduta sulla val Fiscalinafondisti a Moso PusteriaDiscesa dal Monte ElmoCroda Rossa di Sestopasseggiata sotto la nevebaite e rastreliere sotto la neveabeti nella nebbialungo una tla traccia continuaCrocefisso nella neveincontri inaspettatial rifugio Alpe di Nemesal rifugio Tre Scarperifoto ricordo

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categoria:neve, marito, escursioni, vacanza, settimana bianca
sabato, 17 gennaio 2009

Carissime amiche e amici, mi prendo una settimana di ferie.... da pensionata! Ci risentiremo sabato prossimo....

Ma, se qualcuno mi  cercasse, mi potrà trovare su qualche strada forestale della val Pusteria (o in qualche malga, davanti ad uno strudel...)

Un abbraccio affettuoso!

moso pusteria 2 

 

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categoria:saluto, vacanza
venerdì, 16 gennaio 2009

Stamattina è ripartito. Bagaglio ridotto al minimo, uno zainetto stipato con le camicie appena stirate e ripiegate con cura “ben strizzate” all’interno, un pacchetto di caffè ed un pezzo di formaggio grana appresso. Destinazione Bristol, via Madrid per un veloce week-end con gli amici spagnoli conosciuti durante il periodo Erasmus in Olanda.

Bristol, nuova meta in terra britannica dopo quasi un anno di permanenza a Londra, che gli era tanto piaciuta nel corso di due brevi visite e dove spera di trovare lavoro.

Ed io lo guardo partire, nello stesso tempo contenta perché lo vedo contento, sereno e convinto delle sue scelte, come è sempre stato da diversi anni a questa parte e contemporaneamente con un po’ di commozione e di leggera preoccupazione, da brava mamma italiana, come se lontano da casa non sapesse cavarsela… Sorriderebbe l’husband, se mi sentisse, scuotendo leggermente il capo…

Mandami uno sms, gli ho detto salutandolo. Tutto ok. Mi bastano due parole…

 

Vai, Federico, alla ricerca della tua strada. E che tu possa trovarla, dovunque essa ti porti, ricca di soddisfazioni e di serenità… Te lo augura la tua mamma.

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categoria:partenza, figlio, commozione
mercoledì, 14 gennaio 2009

Poco tempo fa, ho partecipato ad Amarcord, una raccolta di ricordi scolastici, poi pubblicati nel blog di Rossana,www.balsamodicartascritta.splinder, con questo testo in cui rievoco il mio primo anno di scuola elementare e la mia cara maestra, Piera Bertelli.

 

 

LA MAESTRA PIERA

 

Avrei dovuto cominciare la prima elementare l’1 ottobre 1956, ma dovetti rimandare l’inizio a qualche settimana più tardi, per motivi che sarebbe troppo lungo raccontare e fu pertanto un lunedì qualunque dell’ottobre di quell’anno che mi presentai, accompagnata dalla mamma e dal fratellino, alla maestra Graziella Tecilla nella scuola di Man, piccolo agglomerato di case lungo la statale del Brennero a circa 3 km da Trento.

Una scuola formata da un’unica aula dove trovavano posto i 20 alunni della pluriclasse comprendente prima, seconda e terza elementare, al pianterreno di una casa d’abitazione, con due file di banchi di legno, dalla profonda seduta ed il calamaio sullo scrittoio che veniva periodicamente riempito travasando il nero liquido da uno speciale bottiglione. Due finestre laterali che si affacciavano sul piccolo cortile dove si svolgeva la ricreazione ed una in fondo, che guardava sui tre scalini che portavano nello spoglio atrio antistante l’aula. Due lavagne, dietro cui c’era l’armadio e sul fondo, la stufa di terracotta, alimentata al mattino dalla bidella Albina che provvedeva a farci trovare l’ambiente caldo nella stagione invernale. E questo era tutto.

-Sa già leggere- disse la mamma alla maestra che ci aveva accolti quel mattino.

-Ah… Leggi che cosa è scritto sulla lavagna-

Ed io lessi senza esitare la lunga fila di nomi bisillabi ognuno dei quali aveva accanto il piccolo disegno colorato. Pino, sole, luna, casa…

-Ma legge perché vede i disegni..- l’insegnante era dubbiosa –Guardi come leggono i compagni. Giannina!- e quella che sarebbe stata la mia compagna di banco si alzò e si avvicinò. –Leggi-

La maestra coprì con la mano il disegnino del pino e Giannina lesse –pi-no. Pino- poi tornò al posto.

Ma io, sapevo leggere. Avevo imparato da sola, già da più di un anno e finalmente se ne convinse anche la maestra Tecilla, dopo che ebbi affrontato senza esitazione e senza errori un breve testo dal sussidiario di terza. E senza immagini facilitanti.

La mamma ed il fratellino se ne andarono e cominciò la mia vita di scolara.

Seduta accanto a Giannina, nel secondo banco della fila di sinistra, quella accanto alle finestre. Davanti, Paola e Tullia, dietro Vincenzo e Renzo, poi Silvano e la classe prima era tutta qui. Mancava solo Adriana che si sarebbe aggiunta qualche mese più tardi.

Agli inizi di novembre, la maestra Tecilla lasciò la scuola per un periodo di aspettativa, presumo ed al suo posto giunse una giovane supplente, Piera Bertelli che per me sarebbe stata la vera MAESTRA. La ricordo con il suo grembiule di rasatello nero, sul quale indossava un golf nero dai profili colorati, mentre ai piedi calzava comode e calde pantofole con l’interno di morbido pelo. Castani capelli ricciuti le circondavano il volto sorridente. Era bella la maestra Piera e seppe accattivarsi subito l’affetto della classe.

Mi piaceva andare a scuola, tutto mi sembrava facile ed ero svelta nell’eseguire i compiti a casa e le consegne in classe. E quando avevo finito quello che mi era stato assegnato, mi piaceva ascoltare quanto la maestra spiegava ai compagni di terza, la storia soprattutto.

Quanto era bello, poi, ascoltare la maestra Piera quando, alla fine del pomeriggio, ci leggeva qualche racconto a puntate. Ricordo che soffrii moltissimo per la tragica fine di Leonida e dei suoi soldati alle Termopili, tanto che pensai a lungo a quel coraggioso sovrano che non aveva esitato a sacrificare la vita per ritardare l’avanzata del nemico.

La maestra Piera ci riservò spesso gradite sorprese. Il mattino del 13 dicembre trovammo sulla lavagna una lettera scritta con i gessetti colorati, a firma di Santa Lucia e su ciascun banco un piccolo dono, che io accolsi con stupore e meraviglia, ancora fiduciosa e “credente” al contrario di tanti compagni che già erano stati edotti sulle realtà del mondo.

A Carnevale, invece, organizzò una tombola con bei premi e un regalino di consolazione per coloro che non avessero vinto nulla, fra i quali, delusa e un po’ arrabbiata, c’ero anch’io, tanto che divorai il grosso cioccolatino consolatorio non appena fui al di fuori dell’edificio…

Un giorno ci fece trovare un grande cartellone quadrettato sul quale era disegnato un bel paesaggio montano. Alla base, in corrispondenza di ogni quadretto, era scritto il nome di un alunno e la colonna soprastante sarebbe stata quella che ciascuno avrebbe dovuto “scalare” per raggiungere la meta. Un puntino rosso ogni volta che avessimo fatto bene un compito, saputo le caselline, letto con espressione…. Fui la prima (ed unica) ad arrivare alla sommità, con un certo vantaggio sugli altri compagni (e nonostante un mattino, accertatami che nessuno mi vedesse, mi fossi velocemente assegnata un punto rosso abusivo…) e la maestra mi regalò un bel libro di fiabe che conservai religiosamente per anni e anni, leggendo e rileggendo le storie in esso contenute.

Verso la fine dell’anno scolastico, coadiuvata dal catechista, padre Faustino, un omone che contrastava vistosamente con il diminutivo del suo nome, Piera organizzò per noi anche la gita scolastica, al santuario della Madonna del Lares, ad una quarantina di km da Trento, uscita che si concluse alla sua casa paterna, nel vicino paesino di Preore, dove la mamma e la zia avevano preparato per i piccoli alunni una merenda con torta casalinga. La quale torta, a me che allora amavo assai poco i dolci, sembrò talmente buona da farmi leccare perfino il piatto, facendo ridere di cuore la maestra e tutta la sua parentela.

 

 

La maestra Piera Bertelli è mancata nell’agosto del 2005. L’ho appreso quest’oggi da suo marito Umberto, presso la cui casella di posta avevo spedito il mio breve racconto.

Ed è con grande commozione che voglio salutarla ancora una volta, con tanto, tanto affetto, ricordandola sempre com'era allora, sorridente, amorevole, appassionata, giovane e bella, come appare su queste fotografie che Umberto era venuto a scattarci un pomeriggio di sole del febbraio 1957.

Cara Piera, che la terra ti sia lieve!

scuola Man 1957classe 1957con maestra 1957

 

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categoria:ricordi, scuola, infanzia, maestra
mercoledì, 14 gennaio 2009

Questa è l’ultima catena che sta girando per i blog e alla quale sono stata “incatenata” dall'amica Delphine. Eccovi quindi la mia “compilation”

 

ADESSO

sono: contenta

voglio: fare quello che mi piace

desidero: trascorrere una bella settimana in montagna 

sento: l’amato Leonard (Cohen)

cerco: di scrivere “cose” non banali…

piango: quasi mai (per fortuna, in questo periodo…)

dovrei: meglio, devo, dimagrire!!

 

SÍ O NO

tieni un diario: no, elenco soltanto su un’agendina cosa faccio ogni giorno

ti piace cucinare: direi di no. In compenso amo mangiare…

hai un segreto che non conosce nessuno: mah…

ti mangi le unghie: no

credi nell'amore: si

ti vorresti sposare: volevo e l’ho fatto…

ti sei mai tatuata: no e non mi sfiora neppure l’idea…

ti fai delle paranoie sulla tua salute: eh, ogni tanto capita..

ti senti bene in compagnia di tua madre: si

ti piacciono le tempeste: quelle reali o quelle metaforiche? Meglio evitarle!!

 

SE FOSSI

se fossi un mese sarei: agosto

se fossi una stagione sarei: estate

se fossi un giorno della settimana sarei: sabato

se fossi un vino sarei: un bel prosecchino

se fossi un colore sarei: il blu

se fossi un numero sarei: il 5

se fossi un albero sarei: un abete

se fossi un frutto sarei: una ciliegia

se fossi un fiore sarei: una rosa, rossa

se fossi un animale sarei: un gatto

se fossi una calzatura sarei: un paio di scarponi? forse

se fossi un capo di abbigliamento sarei: una gonna ondeggiante

se fossi una materia prima sarei: l’acqua

se fossi un mobile sarei: una libreria

se fossi uno sport sarei: il calcio

 

NELL’ULTIMA SETTIMANA

hai pianto?: no

hai aiutato qualcuno?: non ricordo…

hai comprato qualcosa?: oh yeees!

ti sei ammalata?: no

sei andata al cinema?: no

sei andata al ristorante?: no

hai scritto una lettera?: via mail

hai parlato col tuo ex?: no, ma dove sarà? E chissene….

ti è mancato qualcuno?: no

hai abbracciato qualcuno?: oh yeees!

hai litigato con tua madre?: no

hai litigato con un amico?: no

 

E adesso, sotto a chi tocca… Volonterosi volontari cercasi!  

 

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categoria:catene
lunedì, 12 gennaio 2009

E così è ricominciata la stagione ufficiale delle escursioni… Quella “ufficiale”, perché in realtà la maggior parte dei valorosi iscritti alla Sat non si è mai fermata, tranne qualche debita eccezione, ed è già super allenata. E anch’io sono pronta a riprendere l’attività, nonostante recenti fieri proclami di “sciopero pedestre", ma l’escursione odierna sarà guidata dal mio caro consorte, è considerata facile e lungo il tragitto si trova anche un punto di ristoro, quindi, non avrei scusanti…

Eccomi pertanto, alle 6.30 del mattino, quando è ancora notte, a bordo del solito capiente pullman, in compagnia di altri 51 compagni di avventura. Meta, l’Alto Adige, precisamente il gruppo della Plose a due passi (si fa per dire..) da Bressanone. Viaggio tranquillo fino all’autogrill prossimo all’uscita, poi, mentre l’Husband coadiuvato dal fido Ezio distribuisce gli Arva a coloro che l’hanno noleggiato ed i riceventi con ardite manovre stanno “indossando” lo strumento, va in scena “il brivido dell’imprevisto”, quest’oggi nelle vesti di una valvola del pullman che improvvisamente comincia ad emettere un sibilo assordante.

-Sperente che no l’ se ferma..- è l’auspicio dell’autista e col fiato sospeso seguiamo le ardite manovre del nostro chauffeur che guida con perizia inerpicandosi lungo le strade di montagna e per fortuna, nonostante il sibilo rumoroso, l’automezzo giunge allo slargo del parcheggio, scaricando il suo “contenuto” umano. Preparativi frenetici per evitare il freddo pungente, prova Arva, quindi tutti in marcia, sciatori e amanti della ciaspola, in gruppo indistinto.

Il primo tratto si snoda nel bosco, dove i raggi del sole non sono ancora giunti e se non fosse per il frusciare degli sci e lo scalpiccio delle racchette da neve, sembrerebbe di far parte di uno scenario natalizio.

Nel giro di neppure un’ora siamo nei pressi della Haslhütte, dove il capogita, alto sul ciglio della strada, attende l’arrivo degli ultimi. I primi, invece, stanno già risalendo il pendio di fronte, verso la cima. Ed anch’io mi incammino cominciando la salita. Una breve pausa di “alleggerimento” e poi di nuovo in marcia, guardando i più audaci che già procedono lungo l’erta “direttissima”, preferendo il comodo tracciato che passa dapprima accanto a graziose baite in legno e pietra per poi salire con moderata pendenza. Il sole ora è alto nel cielo ed i suoi raggi trasformano il bianco manto nevoso in una miriade di gemme brillanti; di fronte a noi, l’imponente Sass de Putia, non molto distanti le Odle di Eores e se poi lo sguardo si allunga lontano, ecco la sfilata delle cime innevate delle Alpi Pusteresi. Un vero spettacolo della natura che merita adeguata attenzione.

Il percorso si fa più adesso più ripido e risale a zig-zag il fianco della montagna, prendendo rapidamente quota ed eccoci ad altre baite. Il tempo di farsi scattare una foto poi la salita ci chiama. Un altro “scollinamento” e una terza altura da risalire. Ed è qui che do il mio saluto alla montagna: sono le 11.35, sto camminando da più di due ore e per oggi, ne ho abbastanza. Saluto husband e compagni più determinati e torno sui miei passi, in perfetta solitudine. Ma si sta bene con se stessi, in una giornata come questa. Sole, cielo azzurro, temperatura accettabile, neve e silenzio. Un’immersione totale nella natura. Scendo così alle baite viste poc’anzi, dove mi fermo su una rustica panchetta all’esterno di una di esse e mi dedico al frugale pasto prima del tragitto finale verso la Hütte, dove attenderò gli altri. E, dato il tempo a disposizione, decido di seguire tutta la strada forestale, senza tagli né scorciatoie, compiendo un bel percorso, lungo, tranquillo e appagante che mi porta in un’altra ora alla meta.

A quest’ora, il locale è affollato di gitanti dal germanico idioma, fra cui un quartetto di giovani del luogo, uno dei quali ha dimenticato lo zaino proprio sulla cima e che l’husband poi gli porterà a valle. E sto affrontando la “fatica” di assaporare due tondeggianti knodel, quando cominciano a giungere i primi, seguiti a breve da altri due e man mano gli altri.

L’ultimo a farsi vivo è l’husband con un “doppio” zaino sulle spalle e, a detta di qualcuno, un po’ provato dagli imprevisti che si sono susseguiti nel corso della giornata, il pullman, una signora che non stava bene, un attempato sciatore finito in parte in ammollo in un corso d’acqua ed il nostro Ezio che ha lamentato una serie di problemi con uno degli sci….

-Ah, te manchevi proprio ti!- mi dicono in diversi – così te podevi scriver sule Cronachete…-

Cronachette? Che parola è mai, questa? Non sanno che ora ho un blog!!!

Poi, l’ultimo tratto del ritorno, che compio in compagnia di Silvana, tra un discorso e l’altro, arrivando al pullman e scoprendo che il povero autista è dovuto andare fino a Bressanone per riparare il potente mezzo!! Ma ora tutto è sistemato e, quando tutti sono alla base, con qualche minuto di ritardo, possiamo partire verso casa, giungendo allorché già in cielo brilla la luna (e che luna!).

E, per chiudere la giornata, anche ieri sera qualcuno ha dimenticato qualcosa nel bagagliaio del pullman.

-En par de scarponi! Ma ‘ndove g’averai la testa!-

Scuote il capo l’husband. Salvo rendersi conto, una volta parcheggiata l’auto nel garage di casa, che erano i suoi!!

 

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postato da: cautelosa alle ore 23:03 | Permalink | commenti (31)
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