Poco tempo fa, ho partecipato ad Amarcord, una raccolta di ricordi scolastici, poi pubblicati nel blog di Rossana,www.balsamodicartascritta.splinder, con questo testo in cui rievoco il mio primo anno di scuola elementare e la mia cara maestra, Piera Bertelli.
LA MAESTRA PIERA
Avrei dovuto cominciare la prima elementare l’1 ottobre 1956, ma dovetti rimandare l’inizio a qualche settimana più tardi, per motivi che sarebbe troppo lungo raccontare e fu pertanto un lunedì qualunque dell’ottobre di quell’anno che mi presentai, accompagnata dalla mamma e dal fratellino, alla maestra Graziella Tecilla nella scuola di Man, piccolo agglomerato di case lungo la statale del Brennero a circa 3 km da Trento.
Una scuola formata da un’unica aula dove trovavano posto i 20 alunni della pluriclasse comprendente prima, seconda e terza elementare, al pianterreno di una casa d’abitazione, con due file di banchi di legno, dalla profonda seduta ed il calamaio sullo scrittoio che veniva periodicamente riempito travasando il nero liquido da uno speciale bottiglione. Due finestre laterali che si affacciavano sul piccolo cortile dove si svolgeva la ricreazione ed una in fondo, che guardava sui tre scalini che portavano nello spoglio atrio antistante l’aula. Due lavagne, dietro cui c’era l’armadio e sul fondo, la stufa di terracotta, alimentata al mattino dalla bidella Albina che provvedeva a farci trovare l’ambiente caldo nella stagione invernale. E questo era tutto.
-Sa già leggere- disse la mamma alla maestra che ci aveva accolti quel mattino.
-Ah… Leggi che cosa è scritto sulla lavagna-
Ed io lessi senza esitare la lunga fila di nomi bisillabi ognuno dei quali aveva accanto il piccolo disegno colorato. Pino, sole, luna, casa…
-Ma legge perché vede i disegni..- l’insegnante era dubbiosa –Guardi come leggono i compagni. Giannina!- e quella che sarebbe stata la mia compagna di banco si alzò e si avvicinò. –Leggi-
La maestra coprì con la mano il disegnino del pino e Giannina lesse –pi-no. Pino- poi tornò al posto.
Ma io, sapevo leggere. Avevo imparato da sola, già da più di un anno e finalmente se ne convinse anche la maestra Tecilla, dopo che ebbi affrontato senza esitazione e senza errori un breve testo dal sussidiario di terza. E senza immagini facilitanti.
La mamma ed il fratellino se ne andarono e cominciò la mia vita di scolara.
Seduta accanto a Giannina, nel secondo banco della fila di sinistra, quella accanto alle finestre. Davanti, Paola e Tullia, dietro Vincenzo e Renzo, poi Silvano e la classe prima era tutta qui. Mancava solo Adriana che si sarebbe aggiunta qualche mese più tardi.
Agli inizi di novembre, la maestra Tecilla lasciò la scuola per un periodo di aspettativa, presumo ed al suo posto giunse una giovane supplente, Piera Bertelli che per me sarebbe stata la vera MAESTRA. La ricordo con il suo grembiule di rasatello nero, sul quale indossava un golf nero dai profili colorati, mentre ai piedi calzava comode e calde pantofole con l’interno di morbido pelo. Castani capelli ricciuti le circondavano il volto sorridente. Era bella la maestra Piera e seppe accattivarsi subito l’affetto della classe.
Mi piaceva andare a scuola, tutto mi sembrava facile ed ero svelta nell’eseguire i compiti a casa e le consegne in classe. E quando avevo finito quello che mi era stato assegnato, mi piaceva ascoltare quanto la maestra spiegava ai compagni di terza, la storia soprattutto.
Quanto era bello, poi, ascoltare la maestra Piera quando, alla fine del pomeriggio, ci leggeva qualche racconto a puntate. Ricordo che soffrii moltissimo per la tragica fine di Leonida e dei suoi soldati alle Termopili, tanto che pensai a lungo a quel coraggioso sovrano che non aveva esitato a sacrificare la vita per ritardare l’avanzata del nemico.
La maestra Piera ci riservò spesso gradite sorprese. Il mattino del 13 dicembre trovammo sulla lavagna una lettera scritta con i gessetti colorati, a firma di Santa Lucia e su ciascun banco un piccolo dono, che io accolsi con stupore e meraviglia, ancora fiduciosa e “credente” al contrario di tanti compagni che già erano stati edotti sulle realtà del mondo.
A Carnevale, invece, organizzò una tombola con bei premi e un regalino di consolazione per coloro che non avessero vinto nulla, fra i quali, delusa e un po’ arrabbiata, c’ero anch’io, tanto che divorai il grosso cioccolatino consolatorio non appena fui al di fuori dell’edificio…
Un giorno ci fece trovare un grande cartellone quadrettato sul quale era disegnato un bel paesaggio montano. Alla base, in corrispondenza di ogni quadretto, era scritto il nome di un alunno e la colonna soprastante sarebbe stata quella che ciascuno avrebbe dovuto “scalare” per raggiungere la meta. Un puntino rosso ogni volta che avessimo fatto bene un compito, saputo le caselline, letto con espressione…. Fui la prima (ed unica) ad arrivare alla sommità, con un certo vantaggio sugli altri compagni (e nonostante un mattino, accertatami che nessuno mi vedesse, mi fossi velocemente assegnata un punto rosso abusivo…) e la maestra mi regalò un bel libro di fiabe che conservai religiosamente per anni e anni, leggendo e rileggendo le storie in esso contenute.
Verso la fine dell’anno scolastico, coadiuvata dal catechista, padre Faustino, un omone che contrastava vistosamente con il diminutivo del suo nome, Piera organizzò per noi anche la gita scolastica, al santuario della Madonna del Lares, ad una quarantina di km da Trento, uscita che si concluse alla sua casa paterna, nel vicino paesino di Preore, dove la mamma e la zia avevano preparato per i piccoli alunni una merenda con torta casalinga. La quale torta, a me che allora amavo assai poco i dolci, sembrò talmente buona da farmi leccare perfino il piatto, facendo ridere di cuore la maestra e tutta la sua parentela.
La maestra Piera Bertelli è mancata nell’agosto del 2005. L’ho appreso quest’oggi da suo marito Umberto, presso la cui casella di posta avevo spedito il mio breve racconto.
Ed è con grande commozione che voglio salutarla ancora una volta, con tanto, tanto affetto, ricordandola sempre com'era allora, sorridente, amorevole, appassionata, giovane e bella, come appare su queste fotografie che Umberto era venuto a scattarci un pomeriggio di sole del febbraio 1957.
Cara Piera, che la terra ti sia lieve!


