Questo doveva essere il racconto con argomento “L’immortalità”, che avevo scritto per il blog Le storie di Laura e Lory, e che alla fine ho deciso di non inviare. Se non vi spaventate per la lunghezza, leggetelo voi, lettori miei…
-Perché..- la voce del bambino si fece più incerta –perché…-
-Perché, cosa?- impaziente Gwineth si girò a guardarlo. –Perché, cosa? Sbrigati, o ci farai fare notte.-
Il bambino sospirò profondamente. Non era facile parlare davanti alla sorella maggiore, sempre così beffarda e sicura di sé e che in quel momento lo stava guardando con un sorrisino di compiacenza.
-E allora?-
-Perché, perché io, forse, non morirò mai…- ecco l’aveva detto e nello stesso istante capì che avrebbe fatto meglio a tacere. Gwineth, dopo un attimo di sorpresa aveva cominciato a ridere, addirittura saltellando qua e là sul viottolo erboso con la corta gonnellina di canapa che danzava attorno alle magre gambe sporche di terra .
-Non morirai mai!! Sei pazzo, Rupert, davvero pazzo! Ehi, amici, sentite cosa dice quello stupido di… Ahiii!-
La ragazzina si interruppe guardando la mano insanguinata che si era portata alla fronte. Una ferita. Suo fratello l’aveva colpita con un sasso! Lo stupore si leggeva su quel volto affilato e scarno. Suo fratello, che adesso stava correndo lontano attraverso la campagna, aveva osato un tale gesto!
-Rupert! E’ inutile che scappi! Tanto, stasera assaggerai la frusta del padre. Torna qui!-
Chissà perché gli era tornato alla mente proprio quel remoto ricordo d’infanzia. Quanti anni avrà avuto? Nove? Dieci? Era stato l’anno della grande epidemia, quando al villaggio i morti si contavano a decine, troppi per quella piccola comunità. Quasi ogni giorno c’erano state cerimonie piene di dolore e di lacrime per accompagnare nella sacra radura i corpi dei defunti, mentre l’alta pira non smetteva di ardere e piccoli tumuli sassosi si allineavano, uno accanto all’altro per ricordare chi non c’era più.
A fatica Rupert si mise a sedere sul giaciglio. La luce del sole entrava dalla finestrella appena schermata da un graticcio di giunchi sottili e il pulviscolo sembrava danzare l’eterno flusso della vita, quella vita che lo stava abbandonando, lo sapeva benissimo. Con movimenti difficoltosi e lentissimi portò alla bocca la ciotola, colma di quella pozione che gli aveva appena portato il giovane Erwith. –Bevi, maestro- gli aveva detto – Starai meglio, dopo.-
-Altro che immortalità- pensò scuotendo lievemente la testa mentre un leggero sorriso gli increspava le labbra sottili. –Aveva ragione Gwineth, quel giorno. Ma ero solo un bambino, allora...-
Un bambino spaventato che aveva corso a perdifiato attraverso i prati ed il bosco fino a giungere a quella capanna, alla quale tutti i monelli del villaggio, anche i più temerari si guardavano bene dall’avvicinarsi. Il cuore gli batteva all’impazzata, per la corsa e per la paura. La capanna del vecchio Bacmor, lo stregone. Quanti racconti su di lui, che viveva solitario, temuto e venerato dagli abitanti della zona. Che cosa gli sarebbe successo? Scappa, si disse, prima che ti scopra… Ma non fece che pochi passi, quando si sentì chiamare.
-Tu sei Rupert- disse una voce, profonda e calda, proveniente dall’interno scuro –Ti stavo aspettando. Entra, non avere paura-
Il bambino obbedì, quasi spinto da una forza misteriosa ed entrò nella capanna. Il passaggio dalla luce abbacinante del sole alla cupa penombra fu tale che per un attimo non vide nulla, ma quando i suoi occhi si furono abituati, notò il vecchio, dalla lunga barba bianca, in piedi accanto ad un rozzo tavolo sul quale giacevano erbe, fiori e foglie.
L’anziano li stava dividendo e legava le erbe in piccoli mazzi.
-Che cosa stai facendo?- chiese Rupert, quasi sobbalzando egli stesso al suono della sua voce.
Il vecchio gli sorrise.
-Sto cercando una medicina capace di guarire la nostra gente da quella terribile febbre. Vuoi aiutarmi? Ho bisogno di un aiutante e tu sei la persona adatta-
-Io? Io non so fare nulla..-
-Ti insegnerò io. Imparerai e diventerai un bravissimo guaritore-
-E.. e mi insegnerai anche a non morire mai? Ad essere immortale?-
Il vecchio Bacmor sorrise e fece una lieve carezza sui biondi capelli del bambino.
-L’immortalità.. Imparerai quando sarà il momento..-
Così Rupert cominciò il suo apprendistato. Non fu difficile convincere il padre a lasciarlo vivere con l’anziano stregone: ci sarebbe stata una bocca in meno da sfamare in quei tempi duri e poi quel figlio era così strano e diverso dai fratelli, gracile e spesso malato, di nessun aiuto nei lavori agricoli.
Attento e preciso, desideroso di apprendere, il ragazzo divenne un aiutante perfetto. A poco a poco si impadronì di tutti i segreti di Bacmor, la conoscenza e la raccolta delle erbe, la preparazione dei decotti e delle medicine, imparò a decifrare gli strani segni che il vecchio tracciava con mano sempre più malferma sui grandi rotoli di pergamena custoditi con cura in un angolo della capanna.
E venne il giorno in cui fu lui a sostituirsi al maestro, ormai così fragile e trasparente, un mucchietto di ossa che giaceva sempre più a lungo sul modesto giaciglio e fu lui a seppellirlo il giorno in cui esalò l’ultimo respiro.
Adesso era lui lo stregone del villaggio, abile, capace e generoso e per lunghi anni curò, consigliò, aiutò la sua gente. Si era preso un aiutante, Erwith, un ragazzetto che gli ricordava tanto se stesso a quell’età e l’aveva istruito, dandogli man mano sempre più spazio.
-Una ruota, la vita… Sono entrato in questa capanna che ero un bambino, vi ho trascorso un tempo lunghissimo, poi Bacmor è morto, è arrivato Erwith e fra qualche luna, quando non sarò più qui, ci sarà un nuovo aiutante, giovane e volonteroso… I vecchi trasmettono il loro sapere ai giovani che lo trasmetteranno a loro volta e di nuovo la stessa trafila e poi di nuovo ancora, così la conoscenza non finirà mai… Non finirà mai, la conoscenza! E' LEI , LEI, AD ESSERE IMMORTALE!-
Il vecchio Rupert con uno slancio impensato si mise a sedere sul pagliericcio, gli occhi sgranati e luccicanti, portando avanti le mani rugose e scarne: tutto gli era chiaro, adesso.
E li vide, uno dopo l’altro, sorridenti mentre gli tendevano le braccia, tutti coloro che avevano forgiato la sua vita, la madre, il padre, i fratelli, anche Gwineth che lo guardava con quel suo solito sorrisino quasi di scherno e, ultimo, ma forse il più importante, il vecchio Bacmor.
-Vieni, Rupert, vieni..- e con immenso stupore si rivide bambino correre veloce verso l’infinito…
Quando Erwith venne a vedere come stava il maestro, lo trovò senza vita, un vecchio bambino addormentato con uno strano sorriso festoso sul volto rugoso.
-Vai in pace, maestro, a trovare la tua immortalità…-