venerdì, 27 febbraio 2009

Ho ritrovato i fogli cercando la fotocopia di una ricetta “scomparsa” ed è stato così che, scartabellando con ordine un eterogeneo insieme cartaceo, mi sono venuti tra le mani.

20-10-93  COMPITO-DI-GEOGRAFIA   Guglielmo P.

 

Guglielmo…. Era arrivato a Trento quell’autunno, proveniente da una regione dell’Italia meridionale, praticamente il primo straniero di una successiva, lunga serie “multinazionale”. Straniero in patria, perché la sua parlata risentiva talmente dell’inflessione di provenienza da risultare spesso poco comprensibile.

-Abbi pazienza, Guglielmo- gli dicevo talvolta, adducendo improvvise crisi di ipoacusia –potresti ripetere? Eh, l’età che avanza…-

E per lui, da “prof” che ero, divenni “signò”.

-Scusi, signò,…. Buongiorno, signò… Signò,….

Era un bel ragazzo, alto, moro, capelli ricci, occhi scuri, dal carattere aperto e gioviale che gli aveva permesso di integrarsi immediatamente con i nuovi compagni di classe. Sempre educato e gentile, sotto il profilo comportamentale indubbiamente un buon elemento.

Non altrettanto, ahimé, si poteva dire del profitto che risentiva di uno studio un po’ frettoloso e alla “buona di Dio”, come testimonia anche il “reperto” nelle mie mani, ricco di “perle” da poter fare una collana…

Una confusione totale tra vulcani con dentro il muschio e con “la lava che esce dal di sopra e dal di sotto”, i terremoti che “si misurano più o meno come i raggi che si fanno dei polmoni” ed i margini convergenti e divergenti delle zolle crostali che si trasformano in “mari convergenti, cioè mari freddi come l’oceano Atlantico, il Pacifico e l’Indiano” e mari divergenti, “sono tutti gli altri mari, cioè il mar mediterraneo, il mar nero e tutti i mari rimasti”, rigorosamente scritti con la letterea minuscola.

“C’è un po’ di confusione” ricordo di avergli scritto nel commento…. Già, giusto “un po’”.

Un’altra volta, in un tema di italiano verso la fine dell’anno, parlò a lungo di Mussolini di cui era un fervente ammiratore e concluse l’elaborato ribadendo la stima e l’ammirazione per questo augusto personaggio e dicendo che lui, Guglielmo, “mai e poi mai avrebbe voluto diventare presidente del consiglio”.

“Penso che tu non corra questo rischio”, scrissi a mia volta in calce al testo. Fui un po’ incauta, lo ammetto, ma si era nel 1994 e il fenomeno SB sembrava allora una meteora….

 

Guglielmo oggi è un prestante giovanotto di quasi trent’anni, che, dopo un travagliato percorso nella scuola superiore, ha praticato diverse occupazioni. L’ultima volta che l’ho incontrato, sempre affettuoso e sorridente (Oh, signò! Come sta?...) era agente immobiliare….

E domani? Chissà…

postato da: cautelosa alle ore 18:24 | Permalink | commenti (26)
categoria:ricordi, perle, scuola, alunni
giovedì, 26 febbraio 2009

“Nella biblioteca comunale di via Roma è nato un nuovo gruppo di lettura che si ritroverà al mattino. L’appuntamento sarà a scadenza quindicinale, a partire da domani, alle ore 10. Il romanzo da leggere e discutere è “Inés dell’anima mia” di Isabel Allende, che sarà messo a disposizione dei partecipanti al primo incontro. Per partecipare, basta telefonare allo 0461….”

Questo recitava un breve trafiletto del quotidiano locale di ieri, letto per puro caso.

Perché no?- mi dico, quindi veloce telefonata e stamattina, alle ore 10, puntuale, sono in biblioteca, dove sull’arioso soppalco della sala Manzoni si tiene il primo incontro. Siamo in cinque, Elena, la giovane conduttrice, poi Anna, Giuliana, Rosanna ed io, mentre altre tre signore si uniranno a noi nelle prossime settimane. Su un basso tavolino, le copie del romanzo ci stanno attendendo. Prendiamo posto sulle comode poltroncine azzurre ed ascoltiamo Elena che, dopo aver "raccolto" le aspettative di ciascuna di noi, ci spiega le “modalità di lavoro”. In ogni incontro si parlerà del libro prescelto, in precedenza letto individualmente, a casa, da ciascun partecipante e, per meglio approfondire le tematiche, il testo sarà diviso a seconda del numero dei capitoli.

Quindi, con il nostro libro dell’Allende sotto il braccio e con il compito di leggerne i primi tre capitoli per l’11 marzo, ci accomiatiamo, uscendo nel sole della tarda mattinata e concludendo con un caffé in un bar vicino…

E per la serie “com’è piccola Trento e dovunque io vada, incontro spesso qualche genitore di ex alunno”, stavolta è il turno di Rosanna, i cui figli godettero entrambi delle mie amorevoli cure….

postato da: cautelosa alle ore 00:13 | Permalink | commenti (31)
categoria:biblioteca, lettura, piacere
martedì, 24 febbraio 2009

Questo doveva essere il racconto con argomento “L’immortalità”, che avevo scritto per il blog Le storie di Laura e Lory, e che alla fine ho deciso di non inviare. Se non vi spaventate per la lunghezza, leggetelo voi, lettori miei…

 

 

-Perché..- la voce del bambino si fece più incerta –perché…-

-Perché, cosa?- impaziente Gwineth si girò a guardarlo. –Perché, cosa? Sbrigati, o ci farai fare notte.-

Il bambino sospirò profondamente. Non era facile parlare davanti alla sorella maggiore, sempre così beffarda e sicura di sé e che in quel momento lo stava guardando con un sorrisino di compiacenza.

-E allora?-

-Perché, perché io, forse, non morirò mai…- ecco l’aveva detto e nello stesso istante capì che avrebbe fatto meglio a tacere. Gwineth, dopo un attimo di sorpresa aveva cominciato a ridere, addirittura saltellando qua e là sul viottolo erboso con la corta gonnellina di canapa che danzava attorno alle magre gambe sporche di terra .

-Non morirai mai!! Sei pazzo, Rupert, davvero pazzo! Ehi, amici, sentite cosa dice quello stupido di… Ahiii!-

La ragazzina si interruppe guardando la mano insanguinata che si era portata alla fronte. Una ferita. Suo fratello l’aveva colpita con un sasso! Lo stupore si leggeva su quel volto affilato e scarno. Suo fratello, che adesso stava correndo lontano attraverso la campagna, aveva osato un tale gesto!

-Rupert! E’ inutile che scappi! Tanto, stasera assaggerai la frusta del padre. Torna qui!-

 

Chissà perché gli era tornato alla mente proprio quel remoto ricordo d’infanzia. Quanti anni avrà avuto? Nove? Dieci? Era stato l’anno della grande epidemia, quando al villaggio i morti si contavano a decine, troppi per quella piccola comunità. Quasi ogni giorno c’erano state cerimonie piene di dolore e di lacrime per accompagnare nella sacra radura i corpi dei defunti, mentre l’alta pira non smetteva di ardere e piccoli tumuli sassosi si allineavano, uno accanto all’altro per ricordare chi non c’era più.

A fatica Rupert si mise a sedere sul giaciglio. La luce del sole entrava dalla finestrella appena schermata da un graticcio di giunchi sottili e il pulviscolo sembrava danzare l’eterno flusso della vita, quella vita che lo stava abbandonando, lo sapeva benissimo. Con movimenti difficoltosi e lentissimi portò alla bocca la ciotola, colma di quella pozione che gli aveva appena portato il giovane Erwith. –Bevi, maestro- gli aveva detto – Starai meglio, dopo.-

-Altro che immortalità- pensò scuotendo lievemente la testa mentre un leggero sorriso gli increspava le labbra sottili. –Aveva ragione Gwineth, quel giorno. Ma ero solo un bambino, allora...-

Un bambino spaventato che aveva corso a perdifiato attraverso i prati ed il bosco fino a giungere a quella capanna, alla quale tutti i monelli del villaggio, anche i più temerari si guardavano bene dall’avvicinarsi. Il cuore gli batteva all’impazzata, per la corsa e per la paura. La capanna del vecchio Bacmor, lo stregone. Quanti racconti su di lui, che viveva solitario, temuto e venerato dagli abitanti della zona. Che cosa gli sarebbe successo? Scappa, si disse, prima che ti scopra… Ma non fece che pochi passi, quando si sentì chiamare.

-Tu sei Rupert- disse una voce, profonda e calda, proveniente dall’interno scuro –Ti stavo aspettando. Entra, non avere paura-

Il bambino obbedì, quasi spinto da una forza misteriosa ed entrò nella capanna. Il passaggio dalla luce abbacinante del sole alla cupa penombra fu tale che per un attimo non vide nulla, ma quando i suoi occhi si furono abituati, notò il vecchio, dalla lunga barba bianca, in piedi accanto ad un rozzo tavolo sul quale giacevano erbe, fiori e foglie.

L’anziano li stava dividendo e legava le erbe in piccoli mazzi.

-Che cosa stai facendo?- chiese Rupert, quasi sobbalzando egli stesso al suono della sua voce.

Il vecchio gli sorrise.

-Sto cercando una medicina capace di guarire la nostra gente da quella terribile febbre. Vuoi aiutarmi? Ho bisogno di un aiutante e tu sei la persona adatta-

-Io? Io non so fare nulla..-

-Ti insegnerò io. Imparerai e diventerai un bravissimo guaritore-

-E.. e mi insegnerai anche a non morire mai? Ad essere immortale?-

Il vecchio Bacmor sorrise e fece una lieve carezza sui biondi capelli del bambino.

-L’immortalità.. Imparerai quando sarà il momento..-

Così Rupert cominciò il suo apprendistato. Non fu difficile convincere il padre a lasciarlo vivere con l’anziano stregone: ci sarebbe stata una bocca in meno da sfamare in quei tempi duri e poi quel figlio era così strano e diverso dai fratelli, gracile e spesso malato, di nessun aiuto nei lavori agricoli.

Attento e preciso, desideroso di apprendere, il ragazzo divenne un aiutante perfetto. A poco a poco si impadronì di tutti i segreti di Bacmor, la conoscenza e la raccolta delle erbe, la preparazione dei decotti e delle medicine, imparò a decifrare gli strani segni che il vecchio tracciava con mano sempre più malferma sui grandi rotoli di pergamena custoditi con cura in un angolo della capanna.

E venne il giorno in cui fu lui a sostituirsi al maestro, ormai così fragile e trasparente, un mucchietto di ossa che giaceva sempre più a lungo sul modesto giaciglio e fu lui a seppellirlo il giorno in cui esalò l’ultimo respiro.

Adesso era lui lo stregone del villaggio, abile, capace e generoso e per lunghi anni curò, consigliò, aiutò la sua gente. Si era preso un aiutante, Erwith, un ragazzetto che gli ricordava tanto se stesso a quell’età e l’aveva istruito, dandogli man mano sempre più spazio.

 

-Una ruota, la vita… Sono entrato in questa capanna che ero un bambino, vi ho trascorso un tempo lunghissimo, poi Bacmor è morto,  è arrivato Erwith e fra qualche luna, quando non sarò più qui, ci sarà un nuovo aiutante, giovane e volonteroso… I vecchi trasmettono il loro sapere ai giovani che lo trasmetteranno a loro volta e di nuovo la stessa trafila e poi di nuovo ancora, così la conoscenza non finirà mai… Non finirà mai, la conoscenza! E' LEI , LEI,  AD ESSERE IMMORTALE!-

Il vecchio Rupert con uno slancio impensato si mise a sedere sul pagliericcio, gli occhi sgranati e luccicanti, portando avanti le mani rugose e scarne: tutto gli era chiaro, adesso.

E li vide, uno dopo l’altro, sorridenti mentre gli tendevano le braccia, tutti coloro che avevano forgiato la sua vita, la madre, il padre, i fratelli, anche Gwineth che lo guardava con quel suo solito sorrisino quasi di scherno e, ultimo, ma forse il più importante, il vecchio Bacmor.

-Vieni, Rupert, vieni..- e con immenso stupore si rivide bambino correre veloce verso l’infinito…

 

Quando Erwith venne a vedere come stava il maestro, lo trovò senza vita, un vecchio bambino addormentato con uno strano sorriso festoso sul volto rugoso.

-Vai in pace, maestro, a trovare la tua immortalità…-

postato da: cautelosa alle ore 13:15 | Permalink | commenti (17)
categoria:racconto
domenica, 22 febbraio 2009

Sabato, 21 febbraio, ore 7.05. Sono già nell’atrio del palazzo, in attesa di Manuela con tutti i miei bagagli, macchina fotografica compresa ed insieme ci rechiamo all’appuntamento con gli amici della montagna, percorrendo le strade quasi deserte a quest’ora del mattino.

Anche oggi siamo numerosi, 51 appassionati che il pullman “sbarca” nel grande parcheggio Zumis, sull’alpe di Rodengo, poco distante da Bressanone, “una zona tranquilla e seducente di vaste praterie, vivacizzate da gruppi di conifere, da grossi fienili in tronchi incastrati a castello e bruniti dalle intemperie, da accoglienti malghe”. Così “recita” il programma della giornata che ci è stato consegnato.

E così lo troviamo, questo bell’altipiano ottimamente innevato, con belle piste da sci da fondo, per la gioia dell’unico di noi che intende dedicarsi a questa attività e con comode strade forestali ben battute per i cinquanta che preferiscono una sana camminata. La maggior parte si incammina con i soli scarponi, alcuni agganciano le ciaspole allo zaino e la sottoscritta, che potrebbe fare concorrenza ad Amleto per quanto riguarda la rapidità nel prendere decisioni, non sa, esita, compie alcuni passi ed infine torna decisamente al pullman, prende le racchette da neve e le aggancia agli scarponi.

Se ciaspole devono essere, ciaspole siano!

Mi avvio così a passo sostenuto, insieme ai compagni di escursione lungo la larga traccia che sale leggermente attraverso il bosco. Non fa molto freddo, ma il cielo è coperto e lascia intravedere solo qua e là timidi spiragli azzurrastri. Peccato, penso, per il mio servizio fotografico, questa luce non è il massimo…

-Ma comincia a nevicare o sono solo “falive” portate dal vento?- lo stupore di qualcuno è palpabile nel vedere volteggiare leggerissimi e radi fiocchi di neve. No, non sono frammenti trasportati dal vento, che tra l’altro è assente, ma è neve “vera” che comincia a cadere, ora più lieve ora più fitta, quasi danzando attorno a noi.

Dopo circa un’ora, eccoci in vista della Ronerhütte, la prima, grande malga dove chi vuole può trovare adeguato ristoro. Nessuno si ferma ed io proseguo con due coppie di amici, percorrendo un tragitto diverso, costeggiando la pista da sci e passando accanto a gruppi di baite che punteggiano il candido manto.

-Non è una passeggiata deliziosa?- mi chiede Piera mentre ora camminiamo in una più stretta traccia tra la neve soffice e farinosa. Certo, è bellissimo calpestare il morbido manto, nel silenzio della natura di fronte a distese immacolate. E così risaliamo comodi pendii, attraversiamo ampi prati, passiamo accanto a nuove baite e senza accorgercene si è quasi fatto mezzogiorno.

-Potremmo andare alla Rastnerhütte…- suggerisce Domenico.

Bella idea, quindi lasciamo la zona delle baite e seguendo una traccia nella neve, ci riportiamo alla forestale che conduce alla malga. Un’altra decina di minuti e siamo davanti al grande edificio, all’interno del quale i compagni di escursione sono già seduti da una buona mezz’ora. Prendiamo posto anche noi nella bella e caratteristica stube pensando a quale tipica specialità ordinare.

-Ti consiglio gli knodel di grano saraceno..- dal tavolo vicino viene il suggerimento… Ed io l’accetto, aggiungendo una golosa fetta di strudel alla ricotta, tanto per non lasciarmi mancare nulla.

Rimango seduta con Piera, Domenico e gli altri amici, lì al calduccio, fin dopo le 14, quando, sazi e soddisfatti ci rimettiamo in cammino, verso l’altra malga, la Roner, dove il gruppo si riunirà prima del rientro al pullman.

Con nostra sorpresa non nevica più, anzi, il cielo si sta rasserenando e sotto un pallidissimo sole raggiungiamo la meta, quindi, dopo una breve sosta, ripartiamo verso il parcheggio dove il pullman si sta attendendo.

E, per una serie di circostanze, scattare due foto, tornare sui miei passi per recuperare un guanto disperso, fermarmi per riagganciarmi una ciaspola dispettosa, mi ritrovo a camminare in perfetta solitudine per tutto l’ultimo tratto. Un bel sentiero nel bosco, pianeggiante e agevole, fino all’ultima breve discesa e sono al pullman. Non sono l’ultima, perché mancano diversi escursionisti che hanno affrontato un percorso diverso e quando anch’essi sono alla meta, possiamo ripartire verso Trento.

Tranquillo rientro a casa, dove ritrovo l’amato Husband, che quest’oggi ha avuto l’onore e l’onere dell’approvvigionamento del sabato e che si sta preparando spiritualmente alla sua uscita di domani, domenica, che sarà ben più impegnativa della mia odierna, con una partenza di tutto rispetto alle 5.30 del mattino.

Escursione tranquilla, la mia, ma sono comunque così stanca che alle nove e mezzo sono già sotto le coltri, come non mi capitava da anni. Sarà l’età?

 alpe di rodengoalpe di rodengo3alpe di rodengo2alpe di rodengo1

postato da: cautelosa alle ore 20:05 | Permalink | commenti (19)
categoria:montagna, neve, escursioni
giovedì, 19 febbraio 2009

E così, ridendo e scherzando, siamo quasi alla fine del Carnevale. Dappertutto manifestazioni, feste popolari, sfilate e anche in centro, piazza Fiera trasformata in un luna park e piazza Duomo con una giostra stile Carillon, cavalli bianchi ed un castello di gommapiuma per la gioia di bambini di ogni età.

Nel pomeriggio, approfittando della giornata soleggiata, decine e decine di mascherine si sono riversate lungo le strade e nelle piazze della città, dove erano organizzati spettacoli e allestiti laboratori di trucco nonché venivano distribuiti dolci tipici e bevande calde. E’ stato un susseguirsi di Zorro, clown, cow-boy e indiani, fatine e principesse, animali e personaggi dei cartoni animati più seguiti. Lungo via Oss Mazzurana un incontro ravvicinato con un gruppo di adulti buontemponi che indossavano ampie vesti colorate e grandi maschere raffiguranti sole, luna e stelle; uno di loro reggeva fra le mani un lungo bastone terminante con una specie di morbido fagotto col quale colpiva lievemente il posteriore di giovani fanciulle casualmente incrociate, forse memore del vecchio proverbio “a Carnevale ogni scherzo vale”… Non di gran buon gusto, comunque.

Mi pare superfluo aggiungere che né la sottoscritta, né l’amica ed ex collega Elena, in compagnia della quale mi trovavo, abbiamo corso tale pericolo, per superati limiti d’età….

Ogni tanto, inoltre, ci si imbatteva in gruppi di adolescenti completamente imbrattati di schiuma da barba, che giravano muniti delle malefiche bombolette pronti a battaglie fino all’ultimo schizzo. E ciò in barba ai divieti di vendita delle stesse… Davvero una pessima abitudine, in voga da più di un decennio, che non sembra dare cenni di “cedimento”.

E mentre raggiungevo il cinema Vittoria per la consueta rassegna settimanale di film d’autore (quest’oggi la pellicola di Gabriele Salvatores, Come Dio comanda…), mi sono tornati alla mente i tempi in cui accompagnavo anch’io i miei figli mascherati e le esibizioni alla scuola materna, da bravi genitori….

E ditemi, ero o no graziosa, vestita da extraterrestre? Lo so, lo so che la più fotogenica del gruppo era la mamma col costume da coccodrillo....   

carnevale1_ 1984carnevale2_1984carnevale1_1988carnevale2_1988 

postato da: cautelosa alle ore 23:05 | Permalink | commenti (21)
categoria:fotografie, carnevale
martedì, 17 febbraio 2009
A chi è convinto che quello dell'insegnante sia un lavoro privilegiato, poche ore di lezione settimanali, lunghe vacanze estive oltre a quelle natalizie e pasquali, consiglio la lettura di quest'articolo... 
postato da: cautelosa alle ore 23:43 | Permalink | commenti (27)
categoria:insegnanti, articolo, rischi
martedì, 17 febbraio 2009

Dopocena in casa nostra. Siamo qui, l’Husband ed io intenti alle consuete attività serali. La televisione è accesa, familiare voce di sottofondo che nessuno dei due segue, ma che ci accompagna fedele, come sempre sintonizzata su Raitre.

Oddio, c’è Ballarò, ma stasera ci vuole coraggio per ascoltare i discorsi urlati di questo e di quello ed il volto un po’ luciferino del ministro La Russa è uno choc da evitare.

Meglio spegnere, ma prima facciamo un veloce zapping.

Oh, il festival di Sanremo. Chi sta cantando? Patty Pravo?

Sì, è lei, quasi identica a quella fanciulla di quarant’anni fa, sempre con i lunghi capelli platinati…

E l’abito? Una blusa stile figlia dei fiori, con delle ruches alle maniche e attorno alla scollatura. Mi ricorda quella camicetta bianca con lo jabot che avevo comprato agli inizi del 1968 per indossarla alle “feste” danzanti, allora tanto di moda, e che aveva il difetto di sbottonarsi nei momenti meno opportuni…

Ed il viso della Patty? Non c’è una ruga neppure a cercarla con il cannocchiale. Merito del cerone o di qualche bel lifting? Probabilmente di entrambi, almeno a giudicare da come muove con circospezione la bocca nel cantare… 

A meno che non l’abbiano ibernata alla fine degli anni ‘60e “tirata fuori” adesso per l’occasione…

Ah, saperlo!

 

postato da: cautelosa alle ore 22:10 | Permalink | commenti (26)
categoria:domande, festival, zapping
sabato, 14 febbraio 2009

Gita “ventilata”, quella odierna sull’altipiano di Villandro, organizzata dal gruppo di Amici della montagna, con cui già ho condiviso gioie e fatiche quindici giorni fa. Gita “ventilata”, gita fortunata? Mah, comunque, sicuramente escursione apprezzata, nonostante alcune folate di aria fredda che in alcuni momenti ci hanno fatto letteralmente rabbrividire…

Esco di casa alle 7 appena suonate e in compagnia di Manuela, coinquilina del secondo piano, mi reco al punto di ritrovo, nella rigida mattinata prefestiva, zaino in spalla, borsa con scarponi e bastoncini in una mano, macchina fotografica a tracolla.

Sì, avete letto proprio “macchina fotografica”, quella dell’Husband, naturalmente che per la prima volta mi accompagna. E il consorte? si domanderà qualcuno. Il consorte rimane a casa, a causa dei postumi di un super raffreddore che lo ha tormentato nei giorni precedenti e che lo ha costretto perfino ad annullare la partecipazione alla più impegnativa escursione Sat di domani, 15 febbraio.

Quindi, se lui non c’è, chi correderà di immagini la cronaca odierna? La sottoscritta, ovviamente, che farà del suo meglio dopo un rapidissimo corso propedeutico (sposta questa levetta, lascia questa “rotella” sulla posizione automatica e schiaccia questo pulsante…).

Dopo più di un’ora di viaggio, il pullman ci lascia a poca distanza dall’albergo Samberger Hof dove saliamo a bordo di un paio di minibus che percorrono gli ultimi chilometri di strada asfaltata fino alla Gasser Hütte, dove l’escursione avrà inizio.

Cielo sereno, neve abbondante e abbacinante, temperatura fredda, qualche folata di vento. Ma non ci spaventiamo e dopo il solito caffè pre-partenza, siamo in cammino. Qualcuno ha già calzato le ciaspole, molti altri, fra cui anch’io, ne sono privi: la neve sulla larga strada forestale è battuta e si può camminare con i soli scarponi. E’ vero, ma io mi pento ben presto di aver lasciato a casa le racchette da neve, che mi avrebbero permesso un passo più cadenzato e agevole. Tra l’altro è del tutto sconsigliabile camminare al di fuori del percorso tracciato, perché il rischio di sprofondare nel soffice manto è sempre in agguato.

Mi avvio in compagnia di Manuela, poi una breve sosta per esercitare l’arte della fotografia, scattando alcuni “clic” praticamente al buio, nel senso che non riesco a vedere assolutamente nulla nel monitor della macchina, talmente forte è la luce del sole; una seconda pausa per un sorso di the e via.

La strada si snoda in leggera salita, dapprima tra boschi di conifere, quindi su un ampio, aperto altipiano ed è qui che l’azione del vento si fa sentire via via più forte. Berretta ben calcata sulla fronte, giacca a vento allacciata fino al mento, pesanti manopole a proteggere le mani e cammino. Probabilmente allungo il passo senza rendermene conto, perché mi ritrovo da sola e, testa bassa contro l’aria pungente, raggiungo e supero molti degli escursionisti che mi precedono. Non è il caso di fare delle soste per ammirare il paesaggio, non almeno finché persistono queste condizioni poco favorevoli ed è così che mi ritrovo in vista della Stöfflhütte, il punto di ristoro dove siamo attesi per il pranzo.

Menomale, penso, ma per raggiungere la meta è necessario camminare ancora dei buoni minuti, tanto che ho quasi l’impressione che l’edificio si stia allontanando…

Eccomi, infine, con estremo sollievo, nella graziosa e caratteristica stube in legno, dove prendo posto ad uno dei tavoli con un gruppo di amici ed ordino il pranzo, una minestra d’orzo un po’ deludente ed una buona fetta di strudel.

Poi, adeguatamente rifocillata e ristorata, mi rimetto in cammino con alcune compagne di escursione ed il ritorno, cessata l’aria pungente, diventa una passeggiata facile e gradevole che decidiamo addirittura di allungare rispetto al tracciato del mattino, passando accanto ad un altro grande punto di ristoro, la trattoria Am Rinderplatz, a quest’ora affollata di turisti seduti al sole.

Una breve sosta e ci avviamo verso la Gassehütte e di qui, senza attendere i minibus, percorriamo il lungo tragitto fino al parcheggio dove il nostro pullman ci sta attendendo. E’ un’ultima camminata di circa tre quarti d’ora, a dire il vero un po’ noiosa, che compiamo a passo di carica fino al Samberger Hof, dove possiamo finalmente togliere gli scarponi e far riposare le stanche estremità in più comode calzature.

E, dato un ultimo sguardo alle montagne innevate che abbiamo avuto di fronte tutta la giornata, prendo posto sul pullman, soddisfatta di questa nuova, bella esperienza sulla neve e curiosa di “scoprire” il risultato dei miei esperimenti fotografici….

-Per essere la prima volta…- ha commentato l’Husband, che ha sistemato con qualche taglio le mie inquadrature. Quindi, appuntamento a sabato prossimo, quando parteciperò all’escursione sull’Alpe di Rodengo, per nuove performances…

Alpe di Viilandro4

 Alpe di Viilandro3Alpe di Viilandro2Alpe di Viilandro1

postato da: cautelosa alle ore 22:06 | Permalink | commenti (36)
categoria:amici, fotografia, vento, neve
giovedì, 12 febbraio 2009

Parlavano incuranti di lei, la mamma e la zia, mentre camminavano frettolosamente lungo la via del paese in quel freddo e grigio pomeriggio festivo. Sarebbe nevicato, aveva detto il vecchio Berto, quando l’avevano incrociato poco prima. Neve il primo dell’anno, aveva aggiunto, la calpesteremo fino a primavera.

La neve! La bambina ripensò al pupazzo che il papà le aveva costruito l’anno precedente nel cortile di casa. Magari ne avrebbero potuto fare un altro. E stavolta come quello raffigurato sul grande cartellone nella sua aula dell’asilo, con una carota al posto del naso e una vecchia sciarpa attorno al collo. Dove l’avrebbe trovata però, una sciarpa?

Era così intenta nei suoi pensieri che quasi non si accorse che la mamma si era fermata a chiacchierare con una conoscente, fino a che non fu strattonata all’indietro. Alzò gli occhi e osservò il volto concitato della vicina di casa, Teresina che stava parlando con la sua voce acuta.

-…sì, stanotte. L’hanno trovato questa mattina, già freddo. Un colpo. Deve aver avuto un colpo, nel sonno.-

-L’ingegner Bonenti? Morto?- la mamma sembrava incredula.

-Dio mio! L’avevo incontrato che non è molto…- anche la zia appariva sconcertata.

Un colpo, morto, nel sonno. La bambina guardava le tre donne, spostando lo sguardo dall’una all’altra a seconda di chi stesse parlando cercando di capire il senso del loro discorso. Non aveva molto chiaro quello che era successo, si rendeva soltanto conto che era capitato qualcosa di grave.

-Mamma, andiamo, ho freddo ai piedi…-

Aveva cominciato a tirare la mano della madre con un po’ di impazienza e quel gesto riscosse la donna che guardò con un po’ di stupore la figlia, quasi si fosse dimenticata di lei.

-Sì, andiamo.- e congedatasi da Teresina riprese la strada con la sorella. Ma il discorso verteva sempre lì, l’ingegner Bonenti, morto nel sonno, nella notte di Capodanno…

-Eh, la morte, arriva a volte quando meno te l’aspetti..-

-Mamma, ma cos’è la morte? E cosa ti fa? E che cos’è “un colpo”? E…-

-La morte, la morte viene a prendere le persone vecchie, non i bambini come te..- e la donna interruppe un po’ bruscamente il flusso delle domande. Che cosa rispondere, poi, ad una creatura di poco più di quattro anni?

Non fece altre domande, la bambina, ma quei discorsi le tornarono alla mente alla sera, al momento di coricarsi.

Era già nel letto della nonna, con la quale spesso amava dormire, ben al calduccio sotto le coperte, quando il pensiero della morte la colpì all’improvviso. Accadde proprio nel momento in cui l’anziana donna stava per raggiungerla sotto le coltri. E se quella notte la morte fosse venuta a prendere la nonna? Le persone vecchie, le aveva detto la mamma e la nonna, con i suoi capelli bianchi era davvero vecchia. Perciò poteva succederle come a quell’uomo di cui aveva parlato Teresina, che aveva avuto “un colpo”…

No, la morte non sarebbe riuscita a portarle via la sua nonna, decise la bambina, perché lei non gliel’avrebbe permesso. Lei l’avrebbe tenuta stretta e la morte non ce l’avrebbe fatta.

E la bambina si addormentò fiduciosa tenendo ben stretto nella sua manina un lembo della camicia da notte rosa a fiorellini della sua amata nonna.

Così per tante altre notti, una bambina si addormentò serena, stringendo un pezzo di stoffa che avrebbe salvato dalla morte una delle persone che lei amava di più.

Risvegliandosi ogni mattina da sola nel grande letto, felice di avere ancora una volta vinto la sua battaglia.

postato da: cautelosa alle ore 16:20 | Permalink | commenti (27)
categoria:racconto, morte
martedì, 10 febbraio 2009

Questa sera, nella scuola materna vicino casa. riunione del Comitato di Gestione di cui faccio parte. Siamo pochissimi, giusto da garantire il numero legale, solo due i genitori presenti e due le insegnanti. All’ordine del giorno le iscrizioni per il prossimo anno ed ecco il lungo elenco dei bambini che riempiranno le spaziose aule con la loro vivacità e la loro allegria. Lo leggo e subito mi balzano agli occhi i numerosi nomi “esotici”: qualcuno è di qualche bimbo italiano i cui genitori probabilmente pensavano di essere originali, ma la maggior parte indicano un’origine straniera: molti nomi slavi e altrettanti di provenienza nordafricana. Anche qui, un piccolo spaccato di mondo.

Poi le due maestre illustrano con entusiasmo le iniziative previste per il Carnevale e raccontano piccoli episodi di vita scolastica, evidenziando i progressi e le conquiste dei piccoli affidati alle loro cure. E quanta passione traspare da quei discorsi!

Alla fine della riunione, percorrendo l’ampio corridoio verso la porta d’ingresso, mi soffermo ad osservare i disegni, le decorazioni, le fotografie dei bambini, mentre la maestra Miriam mi parla con giusto orgoglio del lavoro quotidiano. E mi mostra, nella sua aula, i “costumi” preparati con i bambini per la sfilata che faranno nel quartiere l’ultimo lunedì di Carnevale, ben allineati nel silenzio dell’ora tarda, accanto alla serie di pupazzetti costruiti con carta e cartoncino colorati che rallegrano l’ambiente. Poi la “visita” all’aula dei “palloncini” che ospita i bimbi più piccoli, anch’essa colorata e allegra, un bell’ambiente gioioso e, mentre mi sto guardando attorno, ascolto la maestra che continua a raccontarmi di quanti progressi compiano i bambini in questi primi tre anni di scuola.

Eccoci all’esterno. Ci salutiamo e mi incammino verso casa, ripensando alle parole appena udite e concludendo che quello della maestra d’asilo è un lavoro che ti può dare molte soddisfazioni.

Lo terrò presente, caso mai dovessi rinascere. Dopo quello di bidella, naturalmente.   

postato da: cautelosa alle ore 22:45 | Permalink | commenti (24)
categoria:lavoro, piacere, scuola materna