martedì, 31 marzo 2009

Caso mai ci fosse qualche lettore che, preoccupato del “silenzio” della scrivente, volesse conoscere gli sviluppi della storia mia e del giovanotto, dopo quell’estate del 1974, ecco il proseguo.

 

 

E si giunse al dicembre di quel 1974, un anno così pieno di cambiamenti significativi nella mia vita. Ma non era ancora finita, perché fu verso la metà del mese che ci fu un’ulteriore svolta, che si presentò sotto le vesti di un telegramma proveniente dal Provveditorato agli Studi di Trento con il quale mi si comunicava che avrei ricevuto un incarico a tempo indeterminato in una delle scuole lì elencate.

Un incarico!! Meraviglioso! Ciò significava che la mia vita di precaria stava per concludersi, che avrei insegnato con continuità, ricevuto lo stipendio estivo, mi sarei potuta ammalare senza timore di perdere il posto, in altre parole significava “sicurezza”. E con questa sicurezza si potevano fare dei programmi per il futuro con il giovanotto.. Una bellissima prospettiva, insomma.

Oddio, c’era anche qualche aspetto non proprio entusiasmante, come l’ubicazione delle scuole elencate, tutte assai distanti da Trento, ai quattro angoli della provincia.

-Tutti fanno il loro tirocinio- disse mio padre –Gli inizi non sono mai facili-

E nemmeno i miei lo furono, dato che mi assegnarono dieci ore di studio sussidiario nella scuola media di Ossana.

Breve spiegazione: “studio sussidiario” era un modo più signorile peri chiamare il vecchio “doposcuola” delle medie, erano cioè delle ore di lezione pomeridiana in cui l’insegnante faceva svolgere i compiti agli alunni che decidevano di partecipare. In teoria, mi sarei dovuta occupare delle materie letterarie, in  pratica diventai una …. “tuttologa”.

E, per i non conoscitori del Trentino, Ossana è un ridente paesino dell’alta valle di Sole, distante un’ottantina di km da Trento, nella zona nord-occidentale della provincia, fino ad allora sconosciuto anche per me. Il preside, una brava e mite persona, quando mi presentai mi assegnò un orario diviso su quattro giorni, con mercoledì e sabato liberi, il che mi convinse a fare la pendolare, su e giù per le ridenti vallate tridentine…

Così partivo da casa mia alle 7.20, e tra autobus, trenino per Malé, familiarmente conosciuto come “la vaca nonesa” (ma non chiedetemi il perché di tale denominazione) e ultimo tratto in corriera, giungevo a scuola verso le 11.15.

Un’ora di “interscuola”, il lunedì ed il martedì e poi via, nei vari paeselli dove si svolgeva lo studio sussidiario: Peio, Cogolo, Ortisé, quest’ultimo un groppo di case appollaiate sulla montagna dove arrivava giusto lo scuolabus sul quale viaggiavo anch’io, “la maestra” come mi chiamava l’autista.

Nel pomeriggio, tragitto inverso, con ritorno alla stazione della Trento-Malé alle 19.20. E qui c’era ogni sera ad attendermi, amorevole e paziente, il giovanotto con il quale concludevo la serata…

Ogni giorno così, da gennaio a giugno. Per fortuna in quel periodo c’erano ancora le festività infrasettimanali che di lì ad un paio d’anni sarebbero state soppresse: S. Giuseppe, l’Ascensione, la Pentecoste che servirono ottimamente allo scopo di alleggerire le settimane.

E per ingannare il tempo durante le lunghe trasferte quotidiane, alternai alla lettura un’intensa attività manuale, che consisté nel lavorare quadrati di lana con l’uncinetto col proposito di fare una coperta colorata per la nostra futura casa. Progetto che, ahimé, fu drasticamente bocciato dall’amato bene..

-Mi no la voi, quela cuerta lì. Fala per to mama..-

E così fu che la coperta rimase un’incompiuta…

  

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categoria:ricordi, lavoro, difficoltà
lunedì, 30 marzo 2009

Lo so, ci sarebbero stati almeno dieci motivi per rimanere a casa quest’oggi: tanto per citare, i compiti di inglese da svolgere, L’amore ai tempi del colera da leggere per il prossimo incontro del gruppo di lettura, la consueta piramide di Cheope di indumenti da stirare, qualche visita a parenti spesso trascurati e last but not least, le previsioni meteo per la giornata odierna.

Precipitazioni diffuse, dicevano. Ma possono delle semplici parole, magari neppure precise, bloccare gli audaci escursionisti della Sat? Giammai! Soprattutto, poi, se l’escursione è la prima da capogita dell’amico Paolo T. (Paolo è il nome più diffuso tra i nostri iscritti, tanto che a volte ne contiamo cinque o sei a gita) che si è premurato da mo’ di “procurarsi” dei partecipanti.

-Te vegnirai ben a la me gita!- mi aveva detto ancora qualche mese fa.

-Credo ben, Paolo, è te farò anca la torta!- avevo risposto.

Così alle 7.15, ora legale, con tutti i miei bagagli, zaino in spalla, borsa con scarponi e bastoncini, contenitore con torta e, guai a dimenticarlo, ombrello, il più ampio di quanti presenti in casa, scendo indomita in strada dove Alberta è già in mia attesa, a bordo della sua utilitaria.

-Ma ‘ndo nente!- ci diciamo ridendo. –Sen tuti mati…-

Sì, siamo tutti un po’ matti a partire con un tempo simile, come altrettanto matti sono stati i 14 scialpinisti, fra cui l’husband, che sono partiti alla volta di alte cime innevate ancora alle 5.30 del mattino.

E siamo 23 “matti” che poco dopo le 8.30 si mettono in cammino da Tenno, ridente paesino poco distante da Arco, sotto la pioggia battente che non ci abbandonerà un solo istante in tutta la giornata. Procediamo in fila, con ombrelli aperti, coprizaini agganciati, qualcuno indossando la mantella impermeabile, colorate pennellate in movimento che rallegrano la grigia foschia della giornata.

-Ma non c’è anche una canzone, che parla di gente che cammina sotto la pioggia?- dice qualcuno.

-Quella è “Cantando sotto la pioggia”… e nesun de noi canta…-

Un tratto di salita tra i muretti a secco che contornano i campi di ulivi e siamo a Canale, caratteristico centro amato da molti pittori che qui hanno trovato un ambiente ideale dove dipingere; di nuovo un tratto nel bosco in cui fare molta attenzione per non scivolare su qualche pietra infida e nel giro di neppure mezz’ora raggiungiamo la strada che collega il fondovalle con le frazioni e le numerose case di vacanza, oggi tristi, chiusi edifici che aspettano la bella stagione per accogliere voci festanti di bimbi e tranquilli pensionati in cerca di fresco e di tranquillità.

E camminiamo. In gruppo sgranato, adesso lungo l’ampia carrozzabile che si snoda pressoché pianeggiante e comoda. Io sono in coda con Tullia ed Emilio, tre trentini solitari sotto la pioggia battente, talmente solitari che dopo un po’ siamo colti dal dubbio: saremo sulla strada giusta? Mah. Ma ecco, là in fondo il capogita Paolo in nostra attesa… E avanti, avanti, avanti, verso passo S. Giovanni dove, provvidenziale, c’è un locale aperto. S. Giovanni, ore 1.45, recita un cartello segnaletico.

Maria santa, che lunga ancora!

E via, adesso in leggera salita e…. con qualche accenno di neve sul terreno.

S. Giovanni, ore 1.50.

Ma come, era un’ora e tre quarti, comodi dieci minuti fa e adesso il tempo di percorrenza è aumentato? C’è qualcosa che non funziona…

E avanti, sempre con l’ombrello aperto in una mano, bastoncino nell’altra, un passo dopo l’altro verso la meta e sempre nel grigiore del cielo.

Adesso raggiungiamo un vasto spazio aperto, un’ampia piana coperta di neve. Tanta neve, in cui capita talora di sprofondare fin oltre il ginocchio… e allora senti le imprecazioni del compagno che ci precede, ogniqualvolta finisce in profondità nel bianco mantello.

Tullia ed io sorridiamo, mentre cerchiamo di trovare i passaggi più comodi per non seguire la sorte del malcapitato…

-Siamo pronte per il circo- lei mi dice ad un tratto –con tutti gli esercizi di equilibrismo che stiamo facendo..-

E finalmente, eccoci alla meta! E’ quasi l’una, quando entriamo nel grande, tipico locale dove i compagni che ci hanno preceduti (quasi tutti…) sono già seduti al desco in attesa di calde pietanze, mentre attorno alla stufa accesa, c’è un campionario di indumenti da fare invidia ad un negozio specializzato, nella speranza di una rapida asciugatura.

Il momento conviviale è ricco di un’allegria direttamente proporzionale al maltempo, con battute scherzose, lazzi e frizzi (mancano solo ricchi premi e cotillons), rimembranze di passate imprese in cui la pioggia aveva fatto da padrona e alto gradimento dei cibi serviti.

-Per il ritorno- comunica poi il capogita –al posto del sentiero previsto (che, presentando un tratto finale assai ripido, con presenza di rocce e cordini metallici, è un po’ sconsigliato in giornate simili)seguiremo la strada che conduce verso il fondovalle.-

Così facciamo. Primo tratto, una bella sterrata che scende attraverso i boschi, passando accanto a casolari oggi rimodernati e offrendoci, di tanto in tanto, ampi squarci sul fondovalle. Poi un lungo tragitto sull’asfalto che mi permette di allungare un po’ il passo, mentre riesco perfino a mettermi in comunicazione con l’amato consorte che è già di ritorno dalla “nevosa” e nebbiosa giornata in val di Fassa e poi, vera ciliegina sulla torta, un sentierino nel bosco che picchia deciso verso la località Laghel a qualche km da Arco. Ahimé, qui cominciano le dolenti note! Pietre bagnate, terreno sdrucciolevole, vegetazione intricata, un mix che non è certo di mio gradimento. Aggiungi un ombrello aperto, prontamente chiuso e una estrema cautela, (sono o non sono “Cautelosa”?), per evitare rovinose cadute ed il quadro è completo. Grazie al cielo, ci sono dei generosi samaritani che aiutano la povera escursionista nei punti più disagevoli, altrimenti dovrei rimanere in loco, attendendo... non so, il IV cavalleria con John Wayne al comando.

Del resto, quando nel settembre 2007 ero banalmente caduta, rompendomi la rotula del ginocchio destro, mi trovavo su un sentiero assai più semplice, quindi..

E poi sono alla fine del sentiero, tra gli olivi e le splendenti forsizie del Laghel. Che gioia! Mancano solo venti minuti di strada asfaltata per raggiungere Arco, dove il pullman è in nostra paziente attesa, ma cosa vuoi che siano venti minuti a fronte delle ore che abbiamo già percorso?

Quindi, gambe in spalla e via, fino a vedere lo splendido colore azzurrognolo del potente mezzo. E’ finita!

Ora non ci resta che spostarci a Ceniga, piccola frazione del vicino comune di Dro, dove stanno giungendo quei tredici compagni che hanno seguito quelle che erano state le indicazioni “primitive” e, raccolti anche loro e addolciti dalle torte propiziatorie (due più uno strudel) possiamo tornarcene in quel di Trento.

E, stavolta, UMIDI, anzi, UMIDISSIMI, ma felici, perché è stata comunque una bella giornata.

Ma, per domenica prossima, consulterò con attenzione estrema il meteo!

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categoria:pioggia, escursioni, forza danimo
venerdì, 27 marzo 2009

“Serate in forma di cinema”, consueta rassegna settimanale del giovedì. Proiezione delle ore 21, film in programma, il cileno Tony Manero, di tale regista Pablo Larrain.

Ci andiamo, nonostante il giudizio negativo dell’amica Roberta, che l’ha appena visto.

-Sono curiosa di conoscere il tuo parere- mi dice al telefono.

C’è pochissima gente in sala, quando arriviamo. Qualche minuto di pubblicità e comincia il film.

Ambientato a Santiago, in pieno regime Pinochet, la pellicola racconta la storia di Raùl, laido ometto di mezza età che per diventare il Tony Manero cileno è disposto a qualunque azione, omicidi e furti compresi.

Una vicenda piuttosto squallida che non entusiasma i pochi spettatori, a giudicare dai volti e dai commenti alla fine della proiezione.

-Che brutto film! Uno dei peggiori che hanno trasmesso quest’anno…-

-E qual è la morale di questa vicenda?-

Mah, non l’abbiamo capita.

E voi, signori curatori della rassegna, quando trasmetterete un bel film che racconti una vicenda positiva e con un finale di speranza?

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categoria:film
giovedì, 26 marzo 2009

Sono ormai diversi anni che si è ripreso a festeggiare il conseguimento della laurea con sprazzi di goliardia che si credeva sepolta sotto le macerie della “rivoluzione” sessantottina.

Ed è per questo che, in determinati giorni del mese, per le vie di Trento si snodano improvvisati cortei di persone di ogni età, da infanti annoiati a bambini chiassosi, su su fino a nonnette bisognose del braccio di qualcuno per camminare spedite, tutti al seguito del (o della) festeggiato/a…

Il quale si distingue e per l’adorna corona d’alloro che gli cinge il collo e perché spesso, smesso l’abito serioso con cui si è presentato alla commissione, indossa curiosi travestimenti che non stonerebbero a qualche sfilata carnevalesca. Il tutto contornato dal canto un po’ licenzioso dell’unico (?) inno conosciuto.. ♫ dottore, dottore, dottore del buco….♫ che talvolta fa sobbalzare le ignare signore in età, al seguito.

A volte gli amici del neo-dottore si producono in scherzi che possono risultare di dubbio gusto o, tempo addietro, in performances all’interno dell’ateneo, quali sfide a colpi di gavettoni d’acqua con conseguente allagamento di locali poi severamente proibite dalle autorità accademiche.

Tutta questa premessa per raccontare che ieri pomeriggio sono stata invitata alla laurea di Elisabetta, figlia di una cara amica e mia ex-alunna che, insieme a decine di compagni di studi, ha conseguito il titolo di “dottore”, tra l’emozione della mamma, la gioia del papà e la soddisfazione dello stuolo di parenti e amici presenti. Dottoressa in Scienze dei Beni Culturali…, anch’ella con la sua corona di alloro, ma senza strani abbigliamenti (“mi hanno travestita da alberello” scherzava), il suo corteo molto più tranquillo di altri ed il brindisi per un futuro di soddisfazioni…

Poi, mentre tornavamo verso casa, Paolo ed io ci siamo imbattuti in un gruppo di persone festanti che circondavano una neo-laureata Ape Maia, al secolo Paola P., figlia di un ”vecchio” collega, che offriva ai passanti alcune caramelle, il suo biglietto da visita e li invitava a scrivere una frase bene augurante sul suo “quadernetto della laurea”. Potevo non adempiere all’invito di una giovane che conosco fin dalla nascita? Certo che no….

E infine ho ripensato a tutti questi giovani festanti e gioiosi, alle mamme che hanno tirato il classico sospiro liberatorio (“E’ finita! Non ne potevo più…” ha detto dopo la cerimonia la mia amica, con evidente sollievo) ed ho concluso che…. “il bello” comincia ora! Con la ricerca di un lavoro e la speranza di trovare la propria strada…

Perciò, Elisabetta, Paola e tutti voi che avete finalmente quel titolo in tasca, AUGURI!

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categoria:giovani, laurea, festeggiamenti
martedì, 24 marzo 2009

Per “Highlander”, la sfida in corso sul blog Le storie di Laura e Lory, avevo scritto questo racconto che ora ripropongo..

 

“..e fieramente mi si stringe il core a pensar come tutto al mondo passa e quasi orma non lascia…”.

Quei versi lo avevano colpito profondamente. A che cosa serve vivere se poi il fine ultimo è la morte e di me nulla rimarrà? Chi si ricorderà di me di qui a cinquanta, cento anni? Dal giorno in cui li aveva imparati a memoria, quegli endecasillabi leopardiani gli martellavano nella mente e gli cresceva un’angoscia dentro, che lo teneva sveglio la notte.

-Perché, padre Evaristo, perché?- aveva chiesto all’austero insegnante di lettere –Perché non posso essere immortale?-

Aveva tentato una risposta, il severo professore, ma il ragazzino non era rimasto soddisfatto, tornando alla carica nei giorni seguenti, tanto da far pentire il docente di aver scelto proprio quel carme. Ah, mi fossi limitato al sabato del villaggio e alla donzelletta, si era rammaricato..

-Perché, mamma, dovrò morire?-

-Figlio mio, è il destino di tutti, prima o poi. Ma non farti prendere dai brutti pensieri, hai undici anni e un’intera vita davanti a te.-

-Perché, mamma, dovrò morire proprio IO? Io voglio essere immortale e lasciare traccia indelebile nel mondo!-

-Non temere, bravo come sei, diventerai una persona importante ed il tuo nome sarà ricordato perfino nei libri di storia.-

Il ragazzo aveva annuito. Sarebbe diventato importante, famoso e ricco, tanto per cominciare e per l’immortalità… qualcosa avrebbe fatto!

Si mise subito a perseguire i suoi obiettivi. Prima, il denaro, si disse.

Cominciò col vendere i compiti svolti a compagni in difficoltà, passando poi a svolgere tutta una serie di attività durante le vacanze estive che gli permettessero di raggranellare soldino su soldino. E allora fu muratore, imbianchino, giardiniere, idraulico, pasticciere, operaio… laddove c’era bisogno di manodopera, lui si presentava. Minatore, purtroppo no e neppure carpentiere, ma si sa, non si può far tutto.. Così, perlomeno lui raccontava agli amici, che lo guardavano con la bocca spalancata e gli occhi sgranati, letteralmente bevendo le sue parole. Naturalmente gli credevano, chi avrebbe potuto mettere in dubbio i racconti di un giovane così capace e abile? Perché lui, con le parole ci sapeva fare, eccome!

-El me fiòl- diceva talvolta la mamma, guardando quel figliolo con occhi pieni d’amore –l’è così bravo che l’venderìa frigoriferi al polo Nord e stufette all’Equatore...-

In verità lei avrebbe anche sperato in una carriera ecclesiastica, con quelle doti, papa sarebbe potuto diventare, ma da quell’orecchio lui non ci sentiva.

-Diventare papa- le aveva detto –è quasi impossibile. Più facile essere, un domani, capo del governo o presidente della repubblica, ma papa..- e alla madre non era rimasto che riporre sospirando i suoi sogni nel cassetto.

Passarono così gli anni. Il giovane, fattosi uomo, incontrò un grande successo negli affari e per la sua abilità e per qualche coincidenza fortunata, del tutto casuale, diceva lui e divenne uno degli uomini più ricchi del paese. Una ricchezza che faceva fruttare e che gli permetteva di soddisfare ogni suo desiderio. Ville, palazzi, opere d’arte, donne bellissime… Tutto a portata di mano.

-El me fiòl- ripeteva la mamma –l’è così bravo e l’è così bèl...-

Bello, in verità non era. Un po’ tracagnotto, non particolarmente snello, con una tendenza alla calvizie che si era, ahimé, manifestata già in età giovanile. Ma un eccellente sarto, un bravo artigiano delle calzature, un ottimo chirurgo estetico potevano fare miracoli e lui lo sapeva e se ne serviva, se necessario.

Poi, alla soglia dei sessant’anni, una nuova svolta. Ricco lo era, famoso anche, ma non come avrebbe voluto. Dove sarebbe stato citato il suo nome in futuro? Negli elenchi degli uomini più ricchi degli anni ’70 o negli almanacchi sportivi? Tra i quindici play-boy della nazione o tra i sodali dell’ex uomo politico ora in disgrazia?

No, la sua fama avrebbe dovuto essere imperitura e la sua figura rifulgere di gloria propria, quindi, decise, sarebbe sceso nell’arena, mettendo se stesso e la sua esperienza a servizio del Paese. Chi meglio di lui, che era stato muratore, operaio, imprenditore, poteva capire, affrontare e risolvere i problemi della nazione?

-Berrò l’amaro calice- disse alla madre, dapprima e al mondo intero, poi.

-Per il Bene della nazione e di voi tutti- aggiunse.

-E lo farò, d’oggi in poi, tutti i giorni, finché mi vorrete e fra venti o trent’anni sarò ancora qui, a farmi il mazzo per voi!- concluse festante.

E così fu. Amato e sostenuto da folle plaudenti, supportato da collaboratori adoranti, sorridente e pieno di ottimismo, l’uomo si pose alla guida della nazione, percorrendo a grandi passi la via della fama eterna.

 

E oggi, infatti, il suo nome sui libri di storia è assicurato e l’immortalità, quasi a portata di mano.

Settantatre anni, un’età biologica di cinquanta e con una previsione di vita che secondo gli scienziati oggi può raggiungere i centovent’anni, ci sono forse dubbi che non la raggiunga?

 

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categoria:racconto
domenica, 22 marzo 2009

Acciaccato il capogita ufficiale, impossibilitato il sostituto, alla fine tocca al terzo in lista, vale a dire alla sottoscritta, l’onore e l’onere di guidare 43 baldi signori nell’escursione odierna da Lana a Tirolo, nella zona di Merano.

Si tratta di una passeggiata facile ed invitante lungo i cosiddetti waal, i canali di irrigazione che corrono tra le vaste estensioni di frutteti, purtroppo non ancora nella stagione della fioritura, che ci permetterebbe di camminare in un bianco mare di petali leggeri, ma la giornata soleggiata e la temperatura mite fin dal primo mattino fanno comunque presagire una piacevole escursione.

Alle 9 siamo già in marcia, una lunga fila che si snoda sinuosa sul comodo tracciato, che regala ampie vedute sulla conca meranese con l’Adige, lucente striscia d’acqua sul fondovalle e sull’innevato gruppo di Tessa con le sue cime rocciose, passando accanto a caratteristici Gasthof ques’oggi aperti che offrono ampie possibilità di ristoro.

Fin da subito cominciamo ad incrociare escursionisti che singolarmente o a piccoli gruppi percorrono il nostro itinerario in senso contrario: molti ci guardano con curiosità, vedendoci così numerosi, come sottolinea stupito un bimbetto alla sua mamma. “Viele leute!”, molte persone…

Ma dove andranno tutti, si sarà chiesto…

E’ ormai mezzogiorno quando siamo a Tel, all’imbocco della valle Venosta, dopo aver percorso anche quel tratto del waal di Marlengo, che maggiormente ha sofferto dell’inclemenza di questo inverno appena trascorso e, nonostante il lavoro incessante delle squadre di forestali, ancora evidenti sono i danni del maltempo: alberi abbattuti, sassi caduti, smottamenti.

Attraversata la statale della Venosta, camminiamo lungo i sentieri che corrono accanto al waal di Lagundo, attraverso i frutteti di questo versante della vallata e finalmente, per la gioia di quanti sentono i morsi della fame (varda che l’è za mezdì!”) prendiamo posto in uno spiazzo erboso e… via con il pranzo al sacco.

E, per la gioia degli amanti di un pasto degno di questo nome, scopriamo che a pochi minuti, nella vicina località di Plans, c’è un grande locale aperto e all’istante un drappello di affamati si allontana a grandi passi verso il più confacente desco.

Gli altri si sistemano qua e là sull’erba, dando fondo a quanto portato nello zaino in una improvvisata agape fraterna, prendi un pezzo di crostata, assaggia la mia torta di ricotta, vuoi un goccio di caffè?, poi a gruppi di due, tre per volta raggiungiamo il ristorante dove i compagni ci hanno preceduto, prima di rimetterci in cammino verso castel Tirolo ed il vicino, omonimo paese, dove il pullman verrà a riprenderci.

Alle 14.00 siamo tutti in marcia, accompagnati adesso da un venticello che a tratti si fa sentire con una certa violenza. Un bel sentiero pianeggiante tra meleti ed il bosco, poi una decisa salita, per fortuna breve e siamo in vista del possente maniero che domina dall’alto la conca meranese.

Una decina di minuti di strada e siamo ai piedi del castello, dove il gruppo si ricompatta, prima dell’ultimo tratto da percorrere. Qui ci dividiamo in tanti “segmenti”: che visita lo storico edificio, chi il vicino centro avifaunistico, chi sosta al bar, chi decide di recarsi direttamente a Tirolo.

L’appuntamento per tutti è il grande parcheggio all’inizio del paese, dove ci ritroviamo puntuali ancor prima dell’orario prefissato, soddisfatti dell’escursione e paghi dell’ultimo peccato di gola della giornata, una golosa coppa di gelato per i più “ingordi” ed un più modesto cono vaniglia cioccolato per i  morigerati…

-Che bella passeggiata!- mi ringrazia Emilio.

Sì, davvero bella, ricca di panorami spettacolari, senza particolari fatiche, pur i suoi bravi 15 km di percorso…

Magari fossero tutte così!

P.S. Per chi si fosse chiesto come mai non ho nominato l'husband, informo che l'amato consorte non era dei nostri, avendo partecipato assieme a valenti amanti dello scialpinismo a lunga trasferta in territorio austriaco di giorni tre, dove ha avuto modo di ascendere ardite cime, compiendo poi altrettanto ardite discese... Il tutto con temperature quasi sempre sotto lo zero!

Lungo il WaalLungo il Waal 2Conca di MeranoMomento di relaxCastel Tirolocuscino d  

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categoria:amici, escursioni, domenica
venerdì, 20 marzo 2009

Adelina depose la cornetta con un sbuffo di impazienza, poi ci ripensò, la sollevò e la mise di traverso sull’apparecchio. Ecco, pensò, provino adesso a telefonare….

Tre chiamate aveva ricevuto, già a quell’ora della mattina e non erano che le otto e mezzo. Prima sua sorella, con la voce stridula di quando si sentiva oltraggiata da decisioni che non le andavano a genio, poi don Franco, con quel tono un po’ mellifluo che spesso usava con i parrocchiani riottosi e infine, del tutto inaspettata, sua nipote Genny, irruente e urlante come suo solito.

Naturalmente tutte con lo stesso scopo, convincerla a rinunciare a quei quindici giorni in Toscana con gli amici del gruppo di pittura.

-E la mamma?- aveva gridato Daniela –non hai pensato alla mamma? Tu te ne vai e ce l’avrò io sulle spalle tutto il tempo! Ed io? Dovrò andare avanti e indietro dalla montagna ogni giorno, proprio adesso che Giorgio è in ferie e stavamo progettando un viaggio in Francia dai…-

Non aveva neppure risposto, Adelina, le aveva solo chiuso il telefono in faccia. Non ne poteva più delle rimostranze di quella sorella minore, sempre pronta a rivendicare i suoi diritti .

Io, io, io… Ed io, Adelina? avrebbe voluto gridarle di rimando. La prima volta in cinquantott’anni di vita che faccio qualcosa per me e guarda quello che succede.

-Ma che vadano tutti a farsi una melada- disse a voce alta alla sua immagine riflessa nello specchio sopra la consolle del telefono.

-Come sei brutta, Adelina- disse poi a quella lei che la stava guardando. Una donnetta di mezza età, dallo scarno viso appuntito, con grigiastri e spenti capelli, acconciati allo stesso modo un tempo immemorabile, ecco cos’era. E così la vedevano sua sorella, suo cognato e le loro figlie, don Franco e sicuramente gran parte del paese.

Così l’aveva sempre vista anche sua madre, prima del manifestarsi dell’Alzheimer, che nel giro di poco più di un anno l’aveva costretta a portarla nella locale casa di riposo.

Quanti scontri anche allora, con Daniela.

-Non capisco la necessità di portarla via dalla sua casa!- aveva sibilato –Tu adesso sei in pensione e puoi curarla! Un tempo i vecchi rimanevano nelle loro case!-

-Va bene- aveva accondisceso Adelina –ma dobbiamo dividerci gli oneri. Assistere un malato di Alzheimer non è semplice…-

-Ma io ho la mia famiglia! Sei tu quella che non ha legami, tu che sei sempre stata servita e riverita dalla mamma. E’ venuto il tuo turno, per ricambiare...-

Ma Adelina aveva tenuto duro e pur con il cuore pesante come un macigno aveva portato la mamma nella casa di riposo. Servita e riverita. Quelle parole le erano risuonate nella mente per giorni. Servita e riverita…

In realtà non aveva avuto una vita esaltante, Adelina. Casa, lavoro, chiesa, chiesa, lavoro, casa, le sue coordinate erano state quelle.

Già il nome, quel diminutivo, Adelina, triste eredità di una prozia materna mancata giusto pochi giorni prima della sua nascita. Un nome, un destino, una vita “diminutiva”, sempre un passo indietro, sempre una rinuncia. Una famiglia modesta, il padre, operaio, morto quando lei aveva sette anni e Daniela era ancora in fasce e la mamma casalinga, una donna non particolarmente forte che si era quasi aggrappata a quella figlia primogenita, giudiziosa e responsabile fin da bambina.

E Adelina, nata già vecchia, l’aveva sempre assecondata obbediente. Adelina che non correva a giocare con i coetanei nelle giornate di sole, Adelina che sbrigava le faccende di casa, Adelina che si prendeva cura della sorellina, Adelina che a neppure quattordici anni aveva cominciato a lavorare come commessa nel più grande emporio della vicina città, il Bazar, com’era comunemente chiamato.

E gli anni erano trascorsi monotoni, un giorno uguale all’altro, in questo ruolo di figlia obbediente, di commessa servizievole, di brava ragazza senza grilli per la testa, talmente brava e modesta da diventare invisibile.

Adelina, la zitellina, come l’aveva chiamata un giorno con rabbia repressa la sorella allora ventenne, di fronte all’accusa di essere una ragazza poco seria. Cosa vuoi saperne tu, le aveva detto con voce sprezzante, tu che sei una zitella. Guardati allo specchio. Sei brutta e vecchia. Chi vuoi che ti guardi!

Parole taglienti come lame alle quali non era riuscita a ribattere. A ventisette anni, quanti ne aveva allora, non aveva avuto neppure un filarino, nemmeno Augusto, il timido aiuto-magazziniere con il quale ogni tanto beveva il caffè alla macchinetta. Si era anche illusa fino al giorno in cui l’aveva sentito parlare di lei con qualcuno, là nel retrobottega.

Adelina? La par ‘na suora… una frase, seguita da una risatina un po’ beffarda.

E lei era rimasta immobile, ferita e in silenzio. Un passo indietro, anche quella volta, un richiudersi nelle sue abitudini, un guscio resistente e protettivo che le risparmiava ogni sofferenza.

Così il tempo passò, una sequela di giorni identici e vennero i trent’anni, poi i quaranta, i cinquanta..

Adelina, la vecchiettina. Adelina in pensione a poco più di 54 anni, casa e chiesa, chiesa e casa. La mamma, don Franco e prima di lui altri don, don Cornelio, don Fiorenzo, don Luigi, ai quali aveva sempre dato una mano in parrocchia, umile e silenziosa.

Poi nella casa accanto era venuta a vivere Renata. Vedova, senza figli, di qualche anno più vecchia, una donna giovanile, dinamica, attiva che, chissà perché, l’aveva presa in simpatia.

Un saluto, due chiacchiere, che belli i suoi gerani, come sta la mamma, salga, beviamo un caffè…

Discorsi semplici con parole sincere e delicate, senza giudicare, qualche consiglio discreto, a bassa voce…

Bisogna volersi bene, Adelina. Era il suo motto preferito e quelle parole l’avevano aiutata a decidere, con la mamma prima e a concedersi qualche piccolo “piacere” dopo. Come il corso di disegno e pittura, ogni martedì, giù in città, che frequentava con la nuova amica.

-Oh, in casa avremo una nuova Picasso!- l’aveva derisa il cognato.

-Tempo perso!- Daniela non era stata da meno.

Ma lei aveva tirato diritto per la sua strada ed adesso, quella vacanza.

-Quindici giorni starò via e così tante storie- disse a quel viso scialbo che la guardava dallo specchio, mentre con una mano sollevava una ciocca grigiastra -Ha ragione Renata. Dovrei fare davvero qualcosa per questi capelli. Un nuovo taglio, un po’ di colore, magari una permanente leggera…-

E dal cassetto del mobile tolse quel biglietto beige che le aveva dato Renata qualche mese prima. “Ivan Coiffeur”.

-Pronto? Buongiorno. Vorrei un appuntamento. Sì, taglio, colore, un restauro quasi totale… Benissimo, a questo pomeriggio. Grazie e arrivederci.-

Ora Adelina sorrideva…aveva addirittura voglia di canticchiare.

-Mi sembra di essere ringiovanita. E magari, mi faccio anche bionda, alla faccia di sorella e cognato!

 

 

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categoria:racconto
giovedì, 19 marzo 2009

CestoLogoDFIl cesto di ciliege, un'associazione di donne operate di cancro al seno, sta promuovendo una raccolta  di firme affinché la visita fiscale per i malati di cancro sia abolita.

Mi sembra un’iniziativa oltremodo lodevole, quindi invito tutti a firmare….

Per qualsiasi informazione, cliccate qui.

postato da: cautelosa alle ore 14:22 | Permalink | commenti (14)
categoria:iniziative
mercoledì, 18 marzo 2009

Tra ieri e oggi ho avuto conferma, caso mai non ci si fosse mai accorti, di quanto può essere manipolata l’informazione. E, poiché il fatto mi ha coinvolta direttamente, mi ha dato ancora più fastidio.

Ecco quant’è successo.

Martedì 17 ore 11 appena passate. Sto camminando attraverso piazza Duomo con la collega Mimma, quando siamo fermate da un signore con microfono seguito da altro individuo munito di telecamera.

Di solito rifuggo da queste situazioni, ma stavolta acconsentiamo a rispondere alle domande sul tema “autonomia”: accordi Degasperi-Gruber, prerogative regioni autonome, giudizio sull’autonomia. Rispondiamo, in modo abbastanza ampio e preciso o almeno a noi così pare.

Così stamattina siamo state “messe in onda”, nella trasmissione regionale delle 7.30, in un servizio con cui il giornalista intendeva dimostrare la scarsa conoscenza dei trentini riguardo alla nostra autonomia.

E, della nostra abbastanza lunga intervista, vengono trasmessi due fotogrammi, quello in cui una quasi garrula Mimma, una delle insegnanti più preparate, serie e in gamba che ho avuto come collega, dice “chiedetelo alla mia collega, che era insegnante di storia” ed io che parlo degli accordi Degasperi-Gruber stoppata nel momento in cui dico, sbagliando, “negli anni cinquanta, mi pare…”

Di tutte le altre risposte…. nulla.

Concludendo il servizio con la nostra “intervista” e con le parole “se neppure i trentini hanno le idee chiare… ecc.ecc.ecc”.

Se questo è il modo di fare giornalismo, è meglio che d’oggi in poi risparmi i due euro per i giornali e al posto dei telegiornali, mi veda una bella telenovela. Probabilmente non mi perdo nulla.

postato da: cautelosa alle ore 07:52 | Permalink | commenti (39)
categoria:correttezza professionale
martedì, 17 marzo 2009

Marzo 1988, scuola media Bresadola, classe 3H, ora di storia.

Dietro la cattedra l’insegnante di lettere, signora non ancora trentottenne, discreta presenza, fisico snello, capelli lunghi e permanentati, sta parlando del fascismo. Mussolini qui, la politica culturale là ed infine…

-Giovinezza, uno degli inni del partito, che veniva cantata….-

Mano alzata nel secondo banco a destra. Appartiene a Marcella, nome in codice “the fox- la volpe”.

-Prof-

-Sì, Marcella…-

-Prof, ma cantava anche lei Giovinezza a quei tempi…-

Silenzio e profondo sospiro della docente, sguardo stupito di qualche alunno, solito sguardo da infinito leopardiano di altri..

-Certamente, Marcella, la cantavo ogni volta uscivo dalla trincea dove combattevo fianco a fianco di Giuseppe Ungaretti…-

Risposta un tantinino sarcastica, lo ammetto. Risata delle vere “volpi” della classe e, dopo qualche bell’attimo di sconcerto, sguardo quasi offeso della derelitta.

Certo che anche lei, invecchiarmi di trent'anni tutto in un colpo!

 

Che fine avrà fatto “the fox”?

Fra qualche settimana compirà 35 anni e mi piacerebbe tanto sapere come sta andando la sua vita.

Potrei cercarla su Facebook… chissà che non ci sia anche lei!

postato da: cautelosa alle ore 08:08 | Permalink | commenti (31)
categoria:ricordi