Caso mai ci fosse qualche lettore che, preoccupato del “silenzio” della scrivente, volesse conoscere gli sviluppi della storia mia e del giovanotto, dopo quell’estate del 1974, ecco il proseguo.
E si giunse al dicembre di quel 1974, un anno così pieno di cambiamenti significativi nella mia vita. Ma non era ancora finita, perché fu verso la metà del mese che ci fu un’ulteriore svolta, che si presentò sotto le vesti di un telegramma proveniente dal Provveditorato agli Studi di Trento con il quale mi si comunicava che avrei ricevuto un incarico a tempo indeterminato in una delle scuole lì elencate.
Un incarico!! Meraviglioso! Ciò significava che la mia vita di precaria stava per concludersi, che avrei insegnato con continuità, ricevuto lo stipendio estivo, mi sarei potuta ammalare senza timore di perdere il posto, in altre parole significava “sicurezza”. E con questa sicurezza si potevano fare dei programmi per il futuro con il giovanotto.. Una bellissima prospettiva, insomma.
Oddio, c’era anche qualche aspetto non proprio entusiasmante, come l’ubicazione delle scuole elencate, tutte assai distanti da Trento, ai quattro angoli della provincia.
-Tutti fanno il loro tirocinio- disse mio padre –Gli inizi non sono mai facili-
E nemmeno i miei lo furono, dato che mi assegnarono dieci ore di studio sussidiario nella scuola media di Ossana.
Breve spiegazione: “studio sussidiario” era un modo più signorile peri chiamare il vecchio “doposcuola” delle medie, erano cioè delle ore di lezione pomeridiana in cui l’insegnante faceva svolgere i compiti agli alunni che decidevano di partecipare. In teoria, mi sarei dovuta occupare delle materie letterarie, in pratica diventai una …. “tuttologa”.
E, per i non conoscitori del Trentino, Ossana è un ridente paesino dell’alta valle di Sole, distante un’ottantina di km da Trento, nella zona nord-occidentale della provincia, fino ad allora sconosciuto anche per me. Il preside, una brava e mite persona, quando mi presentai mi assegnò un orario diviso su quattro giorni, con mercoledì e sabato liberi, il che mi convinse a fare la pendolare, su e giù per le ridenti vallate tridentine…
Così partivo da casa mia alle 7.20, e tra autobus, trenino per Malé, familiarmente conosciuto come “la vaca nonesa” (ma non chiedetemi il perché di tale denominazione) e ultimo tratto in corriera, giungevo a scuola verso le 11.15.
Un’ora di “interscuola”, il lunedì ed il martedì e poi via, nei vari paeselli dove si svolgeva lo studio sussidiario: Peio, Cogolo, Ortisé, quest’ultimo un groppo di case appollaiate sulla montagna dove arrivava giusto lo scuolabus sul quale viaggiavo anch’io, “la maestra” come mi chiamava l’autista.
Nel pomeriggio, tragitto inverso, con ritorno alla stazione della Trento-Malé alle 19.20. E qui c’era ogni sera ad attendermi, amorevole e paziente, il giovanotto con il quale concludevo la serata…
Ogni giorno così, da gennaio a giugno. Per fortuna in quel periodo c’erano ancora le festività infrasettimanali che di lì ad un paio d’anni sarebbero state soppresse: S. Giuseppe, l’Ascensione, la Pentecoste che servirono ottimamente allo scopo di alleggerire le settimane.
E per ingannare il tempo durante le lunghe trasferte quotidiane, alternai alla lettura un’intensa attività manuale, che consisté nel lavorare quadrati di lana con l’uncinetto col proposito di fare una coperta colorata per la nostra futura casa. Progetto che, ahimé, fu drasticamente bocciato dall’amato bene..
-Mi no la voi, quela cuerta lì. Fala per to mama..-
E così fu che la coperta rimase un’incompiuta…
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