Venerdì 24 aprile
Le parole con cui Gavino aveva descritto l’ultima escursione in programma, avevano allarmato più di una signora.
Salita ripida fra aspre rocce e ginepri, sentiero che in alcuni punti rasenta lo strapiombo, necessità di avere passo fermo e mancanza di vertigini…
-Ce la farò?- si erano chieste molte “fanciulle”.
-Mio Dio, riuscirò a superare il tratto pericoloso?-
Le domande, spesso inespresse, aleggiavano nell’aria e, confesso, anch’io me le ero poste, nonostante il discreto allenamento e le numerose escursioni già all’attivo tanto che il capogita Marcello aveva avuto il suo daffare nel rassicurare gli animi preoccupati…
Ma stamattina ci presentiamo alla partenza quasi al completo, pronti ad affrontare l’ultima impresa, la traversata da Porto Flavia a Cala Domestica, lungo la costa di Masua-Buggerru, poco più a nord di Iglesias, accolti da una splendida giornata di sole, già calda fin dal primo mattino.
Durante il lungo trasferimento verso il luogo di partenza, Gavino ci illustra le caratteristiche del territorio che stiamo attraversando, il distretto minerario del Sulcis, vero museo all’aperto con i resti di tutti quegli edifici abbandonati, relitti di un passato di intenso e duro lavoro.
Le fatiche odierne cominciano al piccolo porto di Masua, dove, calzati gli indispensabili scarponi, cappellino in testa e crema solare ben spalmata, ci mettiamo in cammino. Uno sguardo al mare azzurro, con onde spumeggianti che si infrangono contro le rocce, una fotografia al Pan di zucchero, il bianco isolotto a poche decine di metri dalla costa e via. In fila indiana, con Gavino in pole position, affrontiamo la salita, inizialmente moderata e poi via via più ripida. Una scaletta metallica per superare un salto roccioso, un altro tratto su cui inerpicarci ed eccoci giunti al punto “caldo”, quei cinquanta-cento metri in cui camminiamo rasentando la roccia a picco sul mare. In realtà c’è un poderoso cordino metallico a cui tenersi e la parte strapiombante è talmente piena di vegetazione da risultare assai meno impressionante di quanto si potesse pensare.
Proseguiamo poi sempre a mezza costa lungo il fianco della montagna fino a raggiungere la parte più elevata della nostra camminata, un ampio pianoro con una fitta vegetazione di ginepri e sassi qua e là affioranti dove ci fermiamo per la pausa pranzo. Fa molto caldo, nonostante qualche refolo benefico provenente dal mare sottostante e sempre sotto il sole cominciamo, circa mezz’ora più tardi, la discesa fra bassi cespugli prima e nella tipica macchia mediterranea poi. E i nostri passi adesso ci portano in riva al mare, nella cala detta del Canal Grande, dove ammiriamo una profonda grotta che attraversa da parte a parte un promontorio scistoso e per fotografare la quale mi produco in audaci acrobazie su grossi massi, sudando le proverbiali sette camicie per non perdere l’equilibrio…
Ma la strada è ancora lunga: risaliamo un canalone seguendo un agevole sentiero, attraversiamo un pianoro dove un gregge di capre sta pascolando del tutto indifferente al nostro passaggio e, finalmente, ecco là in fondo, Cala Domestica, un piccolo fiordo con una bianchissima spiaggia, già usata in passato per degli spot pubblicitari. Un luogo stupendo. Il mare che si infrange sul bagnasciuga con onde schiumose, è così invitante che ognuno si affretta a togliere scarponi e calze per immergere i piedi nell’acqua fresca per un tonificante massaggio.
Ma il tempo stringe e a malincuore dobbiamo lasciare questo posto incantato per far ritorno a Pula; un ultimo sguardo al mare azzurro prima di appisolarci sul comodo sedile, cullati dall’abile guida del nostro autista.
E una volta giunti nella cittadina rivierasca, per chi vuole, c’è la possibilità di completare gli acquisti di prodotti tipici ed è così che il mio bagaglio si arricchisce di un bel vassoio di biscotti della locale e fornita pasticceria, che vanno a far compagnia alle altre “tipicità” sarde.
Quindi, stanchi, arrossati dal sole e felici, ce ne torniamo all’albergo: ci attendono l’ultima cena e i bagagli da preparare…
Sabato 25 aprile
Ore 7.30: seduti sul pullman, siamo pronti a partire alla volta di Olbia. La vacanza è giunta alla fine, una bella esperienza che mi (e ci) ha regalato emozioni che non dimenticherò tanto facilmente. Tutto è andato per il meglio: tempo favorevole, escursioni interessanti, paesaggi stupendi, accoglienza calorosa… e così ce ne andiamo, con quel pizzico di nostalgia che conclude sempre le belle esperienze.
Non ci sono intoppi lungo la strada verso il nord dell’isola, tanto che siamo in notevole anticipo sull’orario d’imbarco, per cui ci possiamo concedere una sosta sulla spiaggia di Budoni, ad una trentina di km da Olbia, dove facciamo felice il gestore di un bar al limitare della spiaggia, costretto a salti mortali per accontentare i desideri di cinquanta affamati.
Poi siamo al porto: un’attesa nel grande atrio della stazione marittima, quindi l’imbarco sulla Moby Freedom, dove prendiamo posto qua e là nei grandi spazi del ponte otto.
Quattro chiacchiere, un po’ di enigmistica, due passi e il tempo passa veloce. Una frugale cena al self-service, un caffè ed è già ora di sbarcare a Livorno.
Adesso ci attendono almeno altre cinque ore di autostrada, durante le quali gran parte di noi cade fra le braccia di Morfeo, nonostante le pur comode poltrone non siano il posto ideale per riposanti dormite e alle 4 precise il pullman mi “sbarca” proprio a due passi da casa… E con le coinquiline Lorenza e Manuela, compagne di viaggio, me ne torno alla magione, trainando il rumoroso trolley e con borse e borsine “bagaglio a mano”.
Eh sì, è proprio finita….





























