Se non l’avete ancora visto, vi segnalo questo documentario, Il corpo delle donne, che potrete trovare all’indirizzo www.ilcorpodelledonne.it/documentario
Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione…
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Il titolo è sulla prima pagina del più venduto quotidiano locale. In aula niente alunni sbracati. Divieti al Tambosi. La sociologa: “Battaglia persa” i due sottotitoli.
Nelle pagine interne la preside dell’istituto tecnico spiega e motiva la presa di posizione. Non vuol essere una sanzione, ma un richiamo ad una forma di educazione e a scelte adeguate alle diverse situazioni. A scuola si va vestiti in modo “normale”, dice.
Ed ecco il vero problema: decidere che cos’è “normalità” nell’abbigliamento. Il pantalone a vita bassa o col cavallo rasoterra e le infradito abbinate alla micro maglietta che non arriva né qui né lì, che magari scandalizzano un adulto, per i giovani sono del tutto normali e “portabili” in qualsiasi occasione. Quindi, perché non a scuola?
Una battaglia persa in partenza, sostiene la sociologa. La riflessione va bene, ma senza l’illusione che porti a significativi cambiamenti nelle abitudini dei giovani.
Ed io concordo con questa analisi. Giusto invitare ad un abbigliamento adeguato alle varie situazioni, ma senza rigidità eccessive.
Perché si rischia di combattere contro i mulini a vento.
Perché fino a quando non cambierà la moda, così vestiranno i giovani.
Oggi i “nemici” sono le magliette scopri-ombelico ed i pantaloni oversize, ai miei tempi erano le prime minigonne, i capelli un po’ più lunghi di quelli dal taglio classico “all’Umberta”, i primi jeans..
Ogni generazione ha avuto le sue mode e sempre l’abbigliamento e gli atteggiamenti dei giovani hanno fatto e fanno scalpore. E’ un’inevitabile ruota…
Comunque, quand’ero insegnante, senza arrivare alle scandalizzate reprimende di qualche collega sulle magliette succinte o su abbigliamenti … da mare, avevo invitato gli alunni a presentarsi agli esami di terza media “con abiti adeguati”.
-Tenete presente che non siamo in spiaggia…- avevo sottolineato.
E tutti avevano recepito il consiglio.
Tutti, tranne Clarissa che venne a sostenere l’orale indossando una super mini maglietta che ad ogni movimento scopriva larghe porzioni del suo snello corpicino.
Tanto carina, ma non propriamente un’aquila. Chissà cos’aveva capito….
Poi l’incontrammo, la collega Gisa ed io, quello stesso pomeriggio in una via del centro: indossava una specie di maglietta reggiseno che le scopriva interamente la schiena. E un paio di short ultracorti…
Ci guardammo un attimo e poi concludemmo…
-Che maligne siamo state! Ha veramente messo in pratica “l’avvertimento”, Clarissa. Infatti stamattina aveva l’abito…. monacale!-
Non ci sono problemi, questa mattina alle 7: pullman puntualissimo, altrettanto gli escursionisti e alle 7.02 possiamo partire, 55 a bordo del grande mezzo, più quattro che seguono in automobile.
Già, perché l’attuale escursione ha riscosso un altissimo gradimento tanto da risultare “completa” fin dal primo giorno delle iscrizioni, con grande soddisfazione per il bilancio della Sat e per la sottoscritta, oggi capogita.
Capogita tecnologicamente avanzata, disponendo delle nuove radiotrasmittenti dalla settimana scorsa in dotazione, una agganciata al mio zaino, l’altra nelle mani del consorte, col quale comunicherò durante il tragitto, ogni volta sarà necessario…
La meta odierna è la cima del monte Balzo, modesto rilievo altoatesino facente parte del gruppo dello Sciliar, a poca distanza da Bolzano. Un percorso considerato facile, che prende quota con pendenza graduale, alternando tratti di comodo sentiero nel bosco fino a raggiungere il bel balcone sommitale dal quale si godono ampi panorami sulla valle dell’Isarco e sull’impressionante sfilata delle montagne che chiudono a nord la regione.
Sono quasi le nove quando siamo pronti alla partenza. L’husband davanti ed io in fondo al gruppo, per seguire e “curare” le eventuali pecorelle in difficoltà e via…
Risaliamo la forestale fino ai prati di Wühn, una velocissima sosta e poi ci tocca una ripida sterrata, prima di entrare nel bosco che costeggia la strada dove il nostro passo può seguire ritmi più tranquilli, camminando lungo più agevoli “zete”.
Ma, ciò che per molti è facile, per qualche altro rappresenta un ostico terreno di prova ed ecco Beppe, che fatica a tenere il passo e Giampiero, alla sua prima uscita stagionale che suda e soffia, soffre e fatica. Per fortuna la grande famiglia Sat si adopera per “soccorrere” il malcapitato e chi gli offre un sorso di the caldo, chi una pastiglia di potassio, chi lo sostiene moralmente.
-Dai, che il rifugio è qui a due passi- lo sollecito.
E così è infatti: un ultimo sforzo e siamo ai prati verdeggianti sui quali sorge la Tschafonhütte, circondata da decine di grandi tavoli in legno, già occupati da una moltitudine di escursionisti che hanno approfittato della bella giornata per un’appagante immersione nella natura.
-Nente subit su la zima?- domanda qualcuno.
-Sì, sì- rispondo e riprendiamo il sentiero raggiungendo la vetta in un quarto d’ora circa.
-Che panorama!-
La vista di qui è spettacolare ed i commenti si sprecano come non manca il susseguirsi degli scatti dei valenti fotografi… Peccato ci sia un po’ di foschia, altrimenti si potrebbe rimanere qui delle ore per immortalare tutto quello che ci circonda.
Invece, a gruppetti sparsi scendiamo al rifugio, dove continuano a giungere escursionisti da ogni dove, così, trovato un tavolo libero, prendo posto con alcune amiche di cammino e ordino qualcosa per pranzo, mentre attendo il ritorno del guerriero…
E il tempo corre veloce, tra l’attesa del piatto ordinato, l’apprezzamento delle vivande, quattro chiacchiere amichevoli, due passi nel prato, una pennichella al sole ed è già ora di cominciare il percorso di rientro.
Così, lasciato l’husband in attesa del gruppetto di quegli irriducibili, i quali, obbedendo agli imperativi del motto “chi si ferma è perduto”, hanno utilizzato la pausa pranzo per una ulteriore performance (sarà per questo che sono così magri, quelli lì?), riprendo la strada con tutti gli altri.
Il tragitto è lungo assai: una camminata a mezza costa nel bosco, una tratto pianeggiante attraverso boschi e verdi pascoli, infine, ahimé, un’ultima salita per ritrovarci ai prati di Wühn, pronti adesso a ripercorrere i passi mattutini che ci conducono al pullman, non senza aver dedicato uno sguardo ammirato alle montagne che si rispecchiano nelle acque un po' torbide del piccolo lago artificiale.
Il tutto non è difficile per chi abbia un minimo di allenamento, ma il caldo pomeridiano e un’afa persistente ci portano a sudare copiosamente e a consumare le riserve idriche portate negli zaini.
Ma eccoci finalmente al pullman, proprio mentre cominciamo a sentire le prime avvisaglie di un temporale. Qualche gocciolina e rombi di tuono lontani che ci spingono ad affrettare le operazioni finali, nonostante qualcuno ricordi ancestrali proverbi legati al mondo agricolo…
-Se ‘l toneza innanzi piover, sta’ nel camp e no te movèr!-
Sarà, ma è meglio salire sul pullman e affrettarci alla partenza, tanto più che ora ci siamo tutti…
Partiamo e per la serie “il brivido dell’imprevisto”, siamo costretti ad un diverso percorso di rientro attraverso alpestri valli altoatesine, superando passi e impiegando una comoda ora in più rispetto al tempo programmato. Ma per fortuna siamo comodamente seduti, c’è l’aria condizionata a bordo e possiamo pure pisolare, cullati dalle melodie del nostro “coro sociale” da tempo immemorabile silenzioso…
Cosa volere di più dalla vita?
P.S. L’esperimento “radiotrasmittenti” ha raggiunto la valutazione di appena sufficiente. Un po’ troppo gracchianti, per i miei gusti!









L’altro giorno vi ho fatto conoscere l’alunno Pietro, oggi distinto (presumo…) signore 42enne, sposato e padre di famiglia e di lui mi è tornato alla mente un altro episodio scolastico che allora aveva fatto sorridere non solo la sottoscritta, ma anche qualche altro insegnante…
La pillola per il mal di testa
Pietro era (ed è) il primogenito di una giovane coppia, con due sorelline più giovani e da sempre abituato a partecipare ai discorsi dei familiari e messo al corrente degli “affari” di famiglia, s’intende nelle modalità adeguate ad un undicenne.
Lo si capiva dagli interventi in classe, quando si parlava di problemi quotidiani, di abitudini e modi di vivere. Esprimendosi preferibilmente in dialetto, ma con arguzia e dimostrando attenzione a tutto ciò che ci circondava.
Accadde così che un giorno di quell’anno scolastico 1978/79, facendo un raffronto tra la vita di oggi e quella dei nonni, parlassi più o meno in questi termini..
-Certo, oggi noi siamo più fortunati… Godiamo di assistenza medica, abbiamo ospedali attrezzati e riceviamo gratuitamente le medicine di cui abbiamo bisogno… [perché in quegli anni lontani, così accadeva…]-
-Varda che no l’è vera quel che te disi!-
Col consueto sguardo severo e le sopracciglia aggrottate, Pietro aveva approfittato di un momento di pausa per esprimere il suo parere.
-No, Pietro?-
-No, perché me mama che la tol zo ogni sera quela pirola per el mal de testa, el Novogyn, ghe toca pagarsela…-
-Davvero? Beh, Pietro, quella è l’eccezione che conferma la regola….-
-Ghe toca comprarselo el Novogyn. E con la riceta. E no ‘l costa gnanca pòch!-
Anche stavolta trattenni il sorriso, nonostante il pensiero della mamma del Pietro (che se avesse saputo quel che il figlio raccontava in classe sarebbe sprofondata...) che prendeva la pillola anticoncezionale per combattere il mal di testa invitasse a farsi una bella risata.
Comunque nessuno dei compagni fece caso a quanto detto dal compagno e il discorso si chiuse.
Lo riferii invece ad un paio di colleghi fidati ed assieme ridemmo di gusto…
E mi sembrò di vedere la scena familiare…
La mamma che parla del costo di quella pillola con il papà o qualcun altro di famiglia e Pietro che domanda…
-Ma quel Novogyn che te toi zo tuti i dì, a cosa servelo?-
-L’è per el mal de testa, Pietro!-
-E te toca comprarlo?-
-Eh sì….-
Qualche giorno fa ho ricevuto ben due premi Dardos, da Diggiu e da Affabile, che ringrazio di cuore, dedicati ad un blogger “simpatico”.
A questo punto mi spetterebbero due compiti:
a. scegliere cinque blogger “simpatici” a cui passare il testimone (premio)
b. raccontare qualcosa di simpatico, gradevole, che faccia ridere o almeno sorridere.
Per quanto riguarda il punto a., confesso di sentirmi un po’ in imbarazzo, in quanto di blogger simpatici fra quanti frequento, ce ne sono ben più di cinque, meritevoli di premio.
Quindi, io lo passo a tutti gli amici blogger che passano e lasciano dei commenti, ai quali lo spedisco con tanta simpatia….
Un po’ più semplice, il punto due, quindi, ecco a voi l’aneddoto:
Tei, ti… (Ehi, tu…)
Fine settembre 1978. La scuola è cominciata da poco più di una settimana ed io, giovane insegnante neo-mamma e appena entrata in ruolo, sono ritornata nella scuoletta a circa 15 km da Trento, tra i “vecchi” alunni ora in terza media e tra i nuovi di prima. Venti new entry, equamente divise tra maschi e femmine con cui cominciare un’altra, emozionante avventura. Fra questi, Pietro, undicenne di belle speranze alla scoperta del mondo. Un soldo di cacio dai capelli scuri e dagli occhi intelligenti che analizzano, scrutano, interrogano. Un ragazzino concreto, come spesso lo sono (o almeno lo erano) i ragazzi di paese, abituato a dire quello che pensa, senza timori o remore. Spesso in dialetto, che in quegli anni era ancora l’idioma più usato nelle famiglie del luogo.
E anche questa volta, come già fatto negli anni precedenti, propongo agli alunni l’acquisto della cartina topografica della zona.
-Il costo è di 250 £. Raccoglierò i soldi e le comprerò a Trento…-
Detto e fatto. Nel giro di un paio di giorni i soldi sono raccolti. 250 lire per ciascuno dei venti alunni per un totale di 5000 lire.
Sto riponendo nella mia borsetta il denaro chiuso in una busta, quando sento la voce di Pietro…
-Tei, ti..-
Alzo gli occhi e lo guardo.
-Sì, Pietro, vuoi dirmi qualcosa?-
-Tei, ti… No te scaperai miga co i nosi soldi!- (ehi tu! Non scapperai per caso con i nostri soldi!)
Voce grave e sguardo severo. Pietro teme la mia fuga con il pingue malloppo!
Il primo istinto sarebbe quello di scoppiare a ridere, ma mi trattengo e..
-Accidenti, Pietro! Come hai fatto a scoprire le mie intenzioni? Pensavo di andare alle Hawaii…-
L’alunno mi guarda con cipiglio, fino a che non interviene Oscar, l’amico fidato…
-Tei, Pietro! Varda che la te tol en giro! ‘Ndo vot che la vaga con quei soldi!-
E finalmente il giovincello si rassicura….
Domenica 17 maggio, ore 6.30.
In una mattinata già tiepida che promette una bella giornata pre-estiva, quarantanove satini di buona volontà sono al consueto punto di ritrovo in attesa del pullman che li deve condurre in provincia di Treviso, comune di Crespano del Grappa, nei pressi del rifugio S. Liberale dove cominceranno le fatiche odierne verso la cima del monte Boccaor.
C’è molta eccitazione nell’aria e, accanto a zaini più pesanti del solito, si intrecciano animate conversazioni.
-Te farai anca ti la ferata?-
-No, mi no. Mi varderò i fiori. E ti, Paola?-
-Ah, mi! Mi fago la paesaggistica…-
-Oh varda! Gh’è anca el matelòt.. Ciao, Filippo, ci sei anche tu! Che bello zainetto! Ma che bravo!-
Già, oggi, in questa giornata ricca di alternative, una ferrata e una classica “paesaggistica” con possibilità di ascoltare le dotte disquisizioni di tre esperti botanici circa i fiori che si incontreranno durante il percorso, abbiamo tra di noi anche una giovanissima mascotte: Filippo, di neppure sette anni, che partecipa con la scattante nonna e che già a quest’ora si sta allenando, “scalando” il tronco di uno degli alberi che limitano la strada.
-Nonna, ma quando arriva il pullman?-
-Eh sì, el pulman! Quand’elo che l’ariva?.-
-Ezio, ma l’avè ordinà el pulman?-
Infatti, mentre i minuti passano inesorabili, del potente mezzo della Trentino Trasporti non si vede traccia. Come mai? Le domande si intrecciano sempre più frenetiche, ad Ezio, al mio consorte, a me medesima come se fossi la depositaria di tutti i segreti della sezione Sat.
Frenetiche telefonate dello stesso Ezio e dell’husband al numero “caldo” della azienda di trasporti, ottenendo risposte contrastanti, ma con identica conclusione.
-L’è en arivo!-
E finalmente, con mezz’ora di ritardo, ecco materializzarsi la grande sagoma del pullman, pilotato da un autista “di riserva”, che sarà raggiunto e sostituito, lungo la Valsugana, dall’autista “ufficiale”.
Cos’era successo? Probabilmente un errore dell’ufficio smistamento che aveva fatto un po’ di confusione con pullman, orari, autisti…
Ma adesso tutto è a posto e, grazie anche allo scarso traffico del primo mattino, riusciamo ad essere al punto di partenza quasi nei tempi previsti, non senza una graditissima sosta in una ben fornita pasticceria..
Al parcheggio antistante il “rifugio” S. Liberale c’è l’affollamento della domenica: auto a destra e a manca, in ogni dove, tanto che le operazioni di cambio scarponi devono avvenire alla massima celerità per non intralciare con il nostro potente mezzo la già poco agevole viabilità.
E partiamo, infine. A passo sostenuto lungo la strada dapprima asfaltata e poi sterrata che risale il bosco, in questa zona, teatro di azioni belliche durante la Grande Guerra, a due passi dal monte Grappa, di cui il Boccaor è una propaggine. A gruppo riunito fino al bivio da cui diparte la traccia verso l’attacco della ferrata dove ci dividiamo: a sinistra, gli audaci alpinisti, imbraco pronto, casco e moschettoni d’ordinanza, che saranno guidati dall’husband e a destra le forze “pedestri”, che risaliranno la lunga e tortuosa strada militare che prende agevolmente quota fino alla cima. E saranno i botanici a chiudere la fila di questo secondo gruppo, con le necessarie soste per osservare e ammirare gli esemplari della flora locale.
Manco a dirlo, Filippo cammina gagliardo fra i primi, agile e scattante come solo un bambino della sua età può esserlo…
Il tracciato non presenta difficoltà all’infuori delle normali asperità di una lunga salita, ma quest’oggi mi sento in forma anch’io e “innestato” il passo cadenzato da montanara, un piede avanti l’altro, un tornantino dopo l’altro, arrivo al pianoro finale. Sudata e soddisfatta. Qui attendo quelli che erano dietro di me e assieme percorriamo il tratto pianeggiante, prima degli ultimi 50 metri di salita ed eccoci sulla cima del Boccaor.
Certo, forse è eccessivo chiamare “cima” una tondeggiante ed erbosa sommità, lungo la quale corre il fossato di una vecchia trincea, ma questa è la meta e qui ci fermiamo, appollaiati un po’ qui, un po’ là a consumare il nostro pranzo. E’ infatti già mezzogiorno e gli stomaci reclamano… Poi, di lì a poco, ecco spuntare i gagliardi arrampicatori, ancora con i loro caschi sul capo e l’imbraco indossato, soddisfatti e paghi dell’esperienza, ancorché affaticati ed infine, gli ultimi, gli amanti dei fiori che avanzano con la tipica andatura del botanico: dieci passi, una sosta, trenta metri, un’altra sosta… e finalmente ci siamo tutti!
La pausa dura fino alle 14.15, quando cominciamo il tragitto di rientro. Un tratto pianeggiante lungo la parete rocciosa, con vedute spettacolari sulla valle S. Liberale con l’omonimo rifugio, quasi un puntolino là in fondo, poi la lunga discesa su un percorso opposto e simile a quello della salita.
Ma quanto è distante il rifugio! Il sentiero sembra interminabile, prima sotto il sole, poi nel bosco, giù e giù e quando uno pensa che la meta si stia allontanando, ecco le prime villette ed infine, ecco il punto d’arrivo!
Che gioia poter togliersi gli scarponi, bere qualcosa di fresco al bar aperto, sedersi sull’erba chiacchierando con gli amici e commentando la giornata tra la soddisfazione generale che si legge sui volti sorridenti.
E felice è anche la nostra mascotte Filippo, che cade in un profondo sonno ristoratore non appena il pullman si mette in moto alla volta di casa. Eh sì, oggi ha meritato il titolo di “camminatore D.O.C.!




La valle di Sella è un’amena vallata laterale della più ampia Valsugana, nel Trentino orientale, dove, dal 1986, si svolge Artesella, una manifestazione internazionale di arte contemporanea nella natura.
Nelle estati degli anni pari vengono invitati artisti di varie nazionalità, che nel loro periodo di permanenza nel luogo creano le loro opere, quasi sempre realizzate unicamente con elementi naturali (sassi, rami, foglie, terra...) ed immerse nell'ambiente naturale tipico della zona, bosco o . Una volta realizzate, le opere sono lasciate al loro corso e quindi sono destinate al degrado e alla scomparsa, in un ciclo assolutamente naturale.
In questo scenario si tengono inoltre eventi culturali, concerti, spettacoli teatrali e altri avvenimenti che hanno visto la partecipazione di artisti di primo piano, quali Marco Paolini, Moni Ovadia, Antonella Ruggiero, Mario Brunello.
L’opera senz’altro più conosciuta è la cosiddetta cattedrale vegetale dell’italiano Giuliano Mauri, costruita nel 2001, con più di tremila rami intrecciati nelle forme di una cattedrale a tre navate, con ottanta colonne alte 12 m su una superficie di 1220 m² . All'interno di ogni colonna è collocata una pianta di carpino, che nell'intenzione dell'artista, una volta cresciuta dovrebbe prendere il posto della struttura attuale, destinata a marcire e a scomparire.
Ed ecco alcune foto che ho scattato l’altro giorno, quando mi sono recata in val di Sella, con alcuni amici. Le prime due si riferiscono alla cattedrale vegetale, ma l’emozione nel vederla dal vivo è difficile da rendere…






Quando penso alle migliaia di giovani che lavorano nei call-center per uno stipendio irrisorio, con contratti co.co.co, senza garanzie sindacali né copertura sanitaria, provo un istintivo moto di simpatia e umana comprensione.
Per questo motivo cerco di rispondere gentilmente a quelle telefonate che giungono quasi sempre in momenti poco propizi, mentre sei alle prese con i fornelli o non appena ti sei seduto a tavola, con le quali le voci sconosciute delle varie Deboreh, Samanthe, Gessiche, o Gennifer ti propongono mirabolanti offerte o convenientissimi acquisti.
-Grazie, ma non sono interessata…-
Ma quando per la terza volta in pochi giorni, uno stesso gestore telefonico ti presenta l’affare del secolo, per il quale non mostri il benché minimo interesse, faticando per giunta a liberarti dall’insistenza della fanciulla di turno, la pazienza è ormai sparita e a farne le spese è un malcapitato Giovanni che si ritrova congedato in un istante...
Quanti criminali ci saranno stati tra quei disgraziati provenienti da terre lontane, dai quali il nostro governo ci ha valorosamente salvati?
Sicuramente decine e decine, molti dei quali travestiti da bambinetti in lacrime e da donne piangenti.
Grazie al cielo, abbiamo questo Signor Governo! Ora siamo tutti più tranquilli….
Spesso non occorre andare chissà dove per trovare paesaggi ricchi di fascino e bellezza, spesso basta girare l’angolo di casa per scoprire piccoli gioielli naturali che non avremmo mai immaginato…
E tocca al Bondone, la montagna che tutti i trentini conoscono e da molti considerata una meta banale, regalarci quest’oggi l’emozione di un’escursione appagante e piena di sorprese, ancorché discretamente faticosa, alla Malga Albi, grande edificio rustico in mezzo ad una distesa di verdi prati.
Partiamo alle 8; non siamo molto numerosi, solo 24 camminatori guidati dal nostro Pierino, ottimo conoscitore di ogni sentiero e di ogni anfratto di queste zone.
Neppure venti minuti di pullman e siamo ad Aldeno, ridente borgata della valle dell’Adige da dove, bevuto il consueto caffé, ci incamminiamo in festoso e cicalante gruppo, ma bastano poche decine di passi lungo l’antica mulattiera che conduce a Garniga, piccolo centro alle falde del Bondone e prima meta odierna, perché il silenzio torni a regnare sovrano.
Non si sente rumore alcuno al di fuori del fruscio delle erbe calpestate dai nostri pesanti scarponi e del tintinnare metallico di tanto in tanto prodotto dalle punte dei nostri bastoncini che battono contro le pietre consunte dal tempo e dai passi di tanti viandanti.
Tutti zitti, mentre risaliamo l’erto sentiero che prende ripidamente quota tra il fitto e verdeggiante bosco di latifoglie. In silenzio e sudando, perché fa caldo e c’è un alto tasso di umidità che infastidisce non poco.
-L’è tut salute…- bisbiglia qualche signora –l’è come far la sauna…-
Poi l’erta diminuisce ed eccoci a Zobbio, frazione di Garniga, dove è il momento per una doverosa sosta a pochi passi da una provvidenziale fontana. Un pezzetto di cioccolata, una barretta energetica, un sorso di the ed è già ora di rimettersi in marcia, non senza aver atteso le ultime tre della compagnia, che approfittando della “clemenza” della salita in questo tratto, hanno ripreso le conversazioni interrotte più di un’ora prima…
E riprendiamo il cammino: in un’ora e mezzo dovremmo essere a malga Albi. A tratti su sentiero, a tratti su strada asfaltata, sempre seguendo il segnavia 630, raggiungiamo dapprima i vasti prati di Perdiana entrando poi nel bosco dove altre salitelle ci attendono.
-‘Na mez’ora e ghe sen…- ci incoraggia Pierino.
E mezz’ora, se non di più è il tempo che impieghiamo per arrivare nello spettacolare scenario ai piedi della malga: un’estensione di prati verdi punteggiati di fiori colorati, gialle primule, grosse genziane blu, i primi ranuncoli.
-Che posto magnifico!- dico ad Alberta che cammina accanto a me.
Sì, magnifico e magnifica è pure la vista della malga Albi. E’ mezzogiorno da poco passato e finalmente è l’ora della sosta per il pranzo al sacco e della meritata pennichella, godendo del caldo sole, qui rinfrescato da una leggera brezza di cui siamo grati, dopo tanta afa e umidità.
Dopo mangiato, ciascuno si dedica all’attività preferita: c’è chi cerca di schiacciare un pisolino approfittando di estemporanei giacigli, chi ricerca la prima tintarella stagionale, chi conversa con i vicini, chi girella qua e là sui prati e c’è il manipolo di audaci che, non domi del dislivello superiore ai mille metri finora compiuto, affrontano un’ulteriore salita per raggiungere mete più elevate.
Alle 14.30, riunito il gruppo, Pierino dà il via alla discesa. Torniamo sui nostri passi fino ai prati di Perdiana e di qui, attraverso un bel sentiero nel bosco, nel giro di mezz’ora siamo all’antica chiesetta di S. Osvaldo che sorge solitaria, a poca distanza dall’abitato di Garniga, su un pianoro che si affaccia sulla valle dell’Adige e da cui si può godere di un vasto panorama.
Visitiamo l’edificio sacro da poco restaurato poi ci portiamo in paese dove attendiamo il pullman che ci riporterà a Trento, comodamente seduti ai tavolini esterni dei due bar vicini e concorrenti. Un buon caffé, quattro chiacchiere e due risate amichevoli ed è ora di partire.
-Quanti di voi conoscevano questi sentieri?- domanda Pierino.
Una sola, di tutti noi, li aveva percorsi in precedenza. Per gli altri è stata una piacevole sorpresa, perciò un grazie Pierino per averci fatto conoscere questi luoghi a due passi da casa…



