Siamo solo in 28 a presentarci, alle 6 del mattino di domenica 28 giugno per la consueta escursione domenicale, con una curiosa coincidenza tra partecipanti e data.
E come mai così pochi, ci si chiederà… Mah, tante possono essere le risposte.
Forse ha concorso il nome del capogita che ha proposto l’itinerario, “personaggio” ben conosciuto negli annali Sat o forse è stato il numero delle ore ipotizzate, nove, ad intimorire qualcuno…
Oppure è stata quella frase sul programma, “necessari i ramponi”, che evocando pendii ghiacciati e tratti pericolosi, aveva suggerito a molti, passatempi domenicali più tranquilli…
Comunque, partiamo.
Con un programma drasticamente modificato rispetto all’originario, appunto a causa della grande quantità di neve ancora presente sulle montagne della altoatesina val Martello, dove giungiamo due ore e mezzo più tardi e dopo una faticosa ricerca di un locale adeguato in cui bere un buon caffè prima di calzare gli scarponi e mettersi lo zaino sulla schiena.
C’è il sole, a quest’ora del mattino, mentre la temperatura è sul freschetto assai. Tutti in marcia, allora, a passo veloce e a gruppo riunito fino alla piccola malga Peder, dove le strade si dividono: ventiquattro piè veloce che seguono il capogita verso la cima della Kalfanwand e quattro “amanti della tranquillità” che intendono percorrere sentieri più comodi e meno ripidi. O almeno così essi credono…
Naturalmente io sono del gruppo dei quattro (gli evangelisti, come ci chiama spiritosamente un compagno… e menomale che non ci ha accomunati alla cinese “banda dei quattro” dell’epoca post-maoista…) e, salutato il consorte e gli altri che risalgono il pendio, in modo un po’ anarchico, qualcuno di qua e altri di là, continuiamo a percorrere il sentiero 20, che, con comodo tracciato ci porta fino all’imbocco della valle di Peder.
E lì incontriamo un paesaggio ameno: prati verdeggianti punteggiati di fiori ed un torrente che scende impetuoso fra i sassi del greto sollevando spruzzi di impalpabili, microscopiche goccioline.
-Che bei posti!-
I commenti vengono spontanei di fronte a tali bellezze naturali.
-E, el senter, dove saralo?-
Già, perché noi dovremo, una volta risalita la vallata, prendere il sentiero 33 che percorrendo il versante di destra, ci condurrà al rifugio Nino Corsi, dove attenderemo il rientro dei compagni.
E questo è ciò che facciamo. Raggiungiamo un ponticello in legno, attraversiamo il corso d’acqua e di lì ad un quarto d’ora, ecco il segnale che stavamo cercando.
-El senter! L’è qua, el senter!-
Quindi eccoci sul 33. Una breve risalita e poi avanti.
-Ma questo sentiero è poco frequentato… el par dismesso!-
Infatti, quella che stiamo percorrendo è una traccia approssimativa, tra sassi sconnessi, di grandi e piccole dimensioni sui quali non è sempre agevole camminare….
-Che sassara!-
-Ma saralo così fin al rifugio?-
Speriamo proprio di no! Sarebbe una vera penitenza…
Per fortuna così non è, ma il tratto difficile è abbastanza lungo ed io lo percorro con estrema cautela (mi pare talmente ovvio…), tra un sasso e l’altro, il superamento di un canalone innevato e poi, finalmente, il tragitto torna “normale”….
-Varda, el rifugio!-
Eccolo laggiù, il Nino Corsi, bianco e grande e… distante. Ancora un’ora abbondante di sentiero e finalmente ci siamo.
Sono le 13.30 passate, quando sediamo ad uno dei tavoli esterni in gran parte affollati di escursionisti di ogni età che, a differenza di noi sono arrivati qui direttamente dal fondovalle. Noi, infatti, non abbiamo incontrato nessuno, nel nostro percorso.
Abbiamo tutto il tempo di mangiare e perfino di fare una pennichella al sole, prima che compaiano le avanguardie dei nostri. Un manipolo di otto baldi camminatori che, un po’ sgranati, arrivano a grandi passi.
Non c’è l’husband che, mi riferiscono, sta nelle retrovie, occupato com’è a scattare fotografie ed il suo arrivo avviene infatti dopo un’altra ora abbondante. Lui ed i suoi tre compagni di avventura, che, dicono, chiudevano l’intero gruppo.
E gli altri dodici, capogita compreso, che mancano all’appello? Dove sono finiti?
Sono già a fondovalle, perché il “conduttore”… ha preso il sentiero sbagliato!
E a fondovalle scendiamo anche noi, poco più tardi. Un’ora abbondante di strada che percorriamo a passo veloce ed infine eccoci al pullman dove siamo attesi dal resto del gruppo.
Ora siamo pronti per il rientro “in patria”. Altre due ore e mezzo di viaggio ci attendono…, senza contare gli imprevisti, sempre in agguato, giusto dietro l’angolo.
Il primo, che ci riserva un vero brivido di “passione”, avviene quando il pullman, affrontando uno stretto e ripido tornante, “striscia” con la parte anteriore di destra sull’asfalto, con un tale stridore che suscita una certa apprensione fra i presenti, ma per fortuna il tutto si risolve nel giro di pochi minuti..
Il secondo accade circa a metà della val Venosta, quando rimaniamo incolonnati per tre quarti d’ora, procedendo ad una velocità di 15-20 km orari. E per quale motivo? Qualche incidente stradale? Assolutamente no, solo per un inopportuno semaforo posto all’entrata di un paesino a qualche km da Merano...
Poi tutto procede senza intoppi e finalmente, alle 21 già scoccate, siamo a Trento.
Era ora!







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