-Saresti interessata ad un breve corso sul dialetto trentino, da svolgere nella tua classe?- mi aveva interpellata un conosciuto poeta dialettale, nel febbraio del 2003, quando delle attuali proposte leghiste non c’era sentore alcuno…
-Va bene- avevo accettato. Ci sarebbe stato sempre qualcosa da imparare, avevo pensato.
E così, per una decina di settimane, l’esperto venne (tra l’altro “a gratis”) per spiegare, confrontare, erudire i 25 tredicenni affidati alle mie “cure”, che alla fine del “corso” vennero invitati a partecipare ad un concorso di poesia, in lingua italiana o dialetto che fosse, per la sezione riservata ai giovani, indetto come ogni anno in un centro turistico sito a poca distanza dal capoluogo.
Un concorso in piena regola e con tutti i sacri crismi: componimenti rigorosamente anonimi, in triplice copia dattiloscritta, formato A4, busta sigillata contenente i dati anagrafici dei partecipanti, recapito, firma, ecc.ecc.
Due furono gli studenti che mi presentarono le loro “opere”: Emanuele, con “Anca i popi de Bagdad” e Giulia, con due brevi poesie su amicizia e amore, se ben ricordo. E nessun altro.
Invece, un paio di giorni prima della fine delle lezioni, mi trovai sulla cattedra il quaderno di antologia di Sergio. Ed io lo presi, lo misi nella mia borsa e una volta a casa, lo sfogliai.
Ecco gli appunti delle lezioni di “dialetto” ed ecco, sull’ultima pagina scritta, una breve poesia.
“Entel bosch” si intitolava. Breve, piacevole… anzi, più che piacevole. Bella. Una bella poesia..
Strano, pensai, da Sergio non me la sarei mai aspettato…
Comunque la trascrissi al computer, come le altre pervenutemi, un paio di ritocchi qui e là, sposta un verso, mettilo dopo, quest’altro scrivilo prima, e, seguite alla lettera le prescrizioni del bando del concorso, consegnai il malloppo alla segretaria della scuola che provvide a spedirlo all’indirizzo dovuto.
Passò l’estate e ai primi di settembre ricevetti una telefonata del poeta
-Guarda che un tuo alunno ha vinto il primo premio nella sezione ragazzi…-
-Bello! E quale dei tre?-
-Eh, Sergio, con quella poesia “Entel bosch”…-
-Che notizia magnifica! Sono davvero contenta per Sergio! Sarà un vero toccasana per la sua autostima…-
Infatti, una boccata di autostima non avrebbe potuto che far bene allo studente in questione, uno di quei ragazzi che la scuola non sempre sa capire né aiutare, pur con tutta la buona volontà degli insegnanti. E per Sergio, che aveva sempre un atteggiamento rinunciatario, di sconfitto in partenza, quella vittoria poteva essere davvero importante.
Così, un mese più tardi, in una tiepida sera ottobrina, ci recammo in “trasferta” nel piccolo centro a due passi dal lago di Caldonazzo, dove si sarebbe svolta la premiazione, i tre poeti in erba, accompagnati dai genitori e la prof con il consorte…
E fu un emozionatissimo Sergio a leggere, pallido e tremante, “Entel bosch”, dall’alto del palcoscenico, con voce flebile e spesso rotta, tanto che il pubblico non capì che qualche brandello di parola, ricevendo poi la pergamena del vincitore e, ben più apprezzato, un lettore CD.
-El tò aluno- mi disse l’husband, mentre tornavamo a casa in auto –el pareva che no ‘l avesa mai vista prima quela poesia… No se capiva ‘na parola de quel che ‘l diseva….-
-L’era l’emozion, Paolo! El tremeva tut…-
Fu un anno e mezzo più tardi, quando già Sergio faticava sui banchi della prima superiore, che ricevetti una mail dal poeta.
Era una mail piena di indignazione, perché egli aveva scoperto che “Entel bosch” aveva un altro autore, ben più famoso del giovane studente. Era una poesia di Marco Pola, probabilmente il più famoso poeta dialettale trentino di ogni tempo, ma che nessuno, in quella titolata giuria del concorso, aveva riconosciuto.
-E l’aveva anche modificata!- mi scrisse.
Non ricordo se gli risposi con parole di circostanza. Quello che non gli confessai era che… a modificare la poesia di Marco Pola ero stata io in persona, perché così mi sembrava più bella.
E Sergio? L’aveva copiata di proposito per ascriversi glorie immeritate? Non credo. Penso che tutto sia stato frutto di una serie di circostanze che si sono concatenate. Le lezioni sul dialetto, la nonna o la mamma che gli “trovano” questa poesia, lui che la copia sul quaderno, il concorso, io che leggo il testo sul quaderno e decido di spedirlo, io che lo modifico perché così mi sembra migliore, il tutto che viene spedito senza che Sergio ne sia al corrente, dato che erano già cominciate le vacanze estive… e… E alla fine, NESSUNO che riconosce una poesia di Marco Pola. Chissà come si sarà rivoltato nella tomba il nostro poeta!