lunedì, 30 novembre 2009

Trascorsi così i quindici giorni di licenza matrimoniale, alcune mattine da sola, con l’husband nell’ultima settimana, dato che il bambino da lui seguito era “ufficialmente” malato. In realtà la mamma, forse colpita da tanta abnegazione da parte del neo-sposo, l’aveva tenuto a casa…

Così il consorte si dedicò ad ulteriori lavoretti manuali di cui l’appartamento aveva ancora bisogno ed assieme completammo gli acquisti di quanto ancora ci mancava. Nel frattempo ricevemmo diversi regali da amici e parenti, un orologio rosso da parete, ben due tostapane, uno dei quali cambiato con una pianta ornamentale, un terribile servizio da macedonia di vetro azzurro lavorato con coppa e coppette a forma di mela, alcune delle quali si trasformarono in portacenere per il cognato Gabriele, altri oggetti di varia tipologia e, last but not least, un servizio di piatti da dodici di fine porcellana Bavaria, acquistato nel più elegante negozio di Trento, approfittando della svendita di gennaio..

Quello fu il regalo cumulativo di quattro amici, Fabrizio, Maria, allora sua fidanzata, Nadia che qualche anno più tardi sarebbe diventata la moglie di lui e Bruna, un eclettico personaggio sul quale ci sarebbe molto da raccontare…

E fu proprio Bruna a “convocarci”, un tardo pomeriggio insieme agli altri tre, davanti all’ingresso del fornito negozio Schönhuber-Franchi, per scegliere tutti assieme il regalo. Entrammo e ci dirigemmo immediatamente agli scaffali delle “grandi offerte”, dove appunto campeggiava il bel servizio Bavaria, design Scandinavia, decor Taiga. Quaranta pezzi, tra piatti piani, da minestra e da dolce, zuppiera, piatti da portata ovale e rotondo e, probabilmente ma non potrei giurarci, una salsiera, di un bianco-ghiaccio, con un bordo verde e marrone. Costava 44.000 lire.

A Bruna piacque moltissimo.

-Ve piaselo?- ci domandò.

-Sì…- rispondemmo assieme, il consorte ed io. Sì, era di nostro gusto. L’husband prese in mano un piatto, lo soppesò, lo guardò con palese soddisfazione.

-L’è proprio bèl…- commentò.

Anche gli altri tre furono concordi nell’apprezzamento e l’acquisto fu concluso.

-Alora, noi ghe meten dese mila lire per un- affermò perentoria Bruna –e le altre quatro mila, voi…-

-Va bene- rispondemmo –non c’è problema…-

-Signorina!- Bruna si rivolse con un certo cipiglio alla commessa. –Questo servizio! Ma senza la zuppiera… Quela no la volen..-

-Bruna, ma mi la voi, la zuppiera- intervenni un po’ stupita. Perché mai lasciarla in negozio, quando era compresa nel prezzo e faceva parte del servizio? E la stessa cosa fu ripetuta da tutti, l’husband, Maria, Nadia, Fabrizio, la commessa…

Ma Bruna sembrava irremovibile.

-La zuppiera! Ma cosa ve ne fate di una zuppiera che non serve a niente! La ocupa sol posto nela credenza!-

Insomma ci fu un bel tiramolla, la zuppiera sì, la zuppiera no, ma alla fine uscimmo dal Schönhuber con il nostro bel servizio compreso di zuppiera ed una Bruna brontolante e che scuoteva il capo.

-La zuppiera… Cossa se’n farai de ‘na zuppiera, mi nol capisso…-

 

Di quel glorioso servizio oggi rimangono undici piatti piani, qualche piattino da dolce, l’ovale da portata e… la famosa zuppiera, riposta in fondo alla credenza, orfana del suo coperchio e usata, in oltre trent’anni, forse due, tre volte…

Ma alla Bruna, questo non l’abbiamo mai raccontato!

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giovedì, 26 novembre 2009

Giunse così quel 12 gennaio 1976, il “grande giorno” in cui saremmo convolati a giuste nozze.

Io avevo lavorato fino al sabato precedente, salutata dalla preside, a mo’ di augurio con l’affermazione che il comune di Lavis mi avrebbe mandato il conto delle telefonate necessarie a reperire la supplente. Che me le mandi, avevo risposto senza scompormi… Le pagherò.

Il giorno precedente la cerimonia, il giovanotto finì la libreria che occupava un’intera parete del soggiorno, poi, con l’aiuto dell’amico Fausto passato di lì per una visita (“per veder come la và…”), portò in quella che per più di due anni sarebbe stata la stanza-ripostiglio, assi e assicelle, sega e martello, chiodi e trapano, compreso il neo acquisto Black&Decker, dando così una parvenza d’ordine al resto dell’appartamento.

E prima di tornare ciascuno alla casa d’origine, ci guardammo attorno soddisfatti. Tutto era pronto. I mobili essenziali c’erano, il resto sarebbe venuto dopo, man mano ne avessimo avvertito l’esigenza. Ma per il momento, avevamo tutto quello che serviva.

Il mattino seguente ci ritrovammo direttamente in Municipio per la cerimonia, alla presenza di un ristrettissimo numero di persone. Abiti quotidiani, nessun boquet di fiori, nessuna fotografia, dato che l’amico che si era offerto di venire a farci due scatti si era ammalato e manco si era curato di avvisarci.

Con noi pochissimi familiari: della mia famiglia c’era solo il mio fratello minore, che allora aveva otto anni. I miei genitori si erano rifiutati di partecipare, mia sorella, che avrebbe dovuto essere la mia testimone di nozze, doveva sostenere quella mattina l’esame di guida e, sapendo che ci sarebbe stato un esaminatore considerato “di buon cuore” l’avevo esortata a non perdere l’occasione… L’altro mio fratello, invece, era lontano da casa, impegnato nel servizio militare. Più folta la rappresentanza dei familiari del giovanotto. A parte la mamma, impegnata nella preparazione del pranzo di nozze e due fratelli allora in Inghilterra, gli altri c’erano tutti, il papà, la sorella con il marito ed i tre fratelli più giovani, uno dei quali fu il mio testimone.

La cerimonia fu breve e semplice. Il momento clou fu quando l’Assessore che ci stava sposando ci invitò a scambiarci gli anelli, che io avevo nella borsetta, in uno scatolino. Aprii il piccolo involto ed il neo marito prese la sua fede e se l’infilò al dito. Al suo.

-E la moglie?- gli chiese stupito il cerimoniere.

E allora lui prese l’altro anello e finalmente anch’io l’ebbi al dito.

Eravamo sposati. Uscimmo dal Municipio con un mazzo di fiori, omaggio del Comune, legati con uno sfarzoso nastro giallo e blu, i colori di Trento, che cercavo un po’ di nascondere agli occhi dei passanti.

Ci fu poi il grande pranzo a casa dei miei suoceri, questa volta al completo, con i miei familiari, compresa la sorella neo-patentata e, in un’atmosfera di grande cordialità, gustammo quanto cucinato con amore dalla mammà.

 

Cominciò così la nostra vita a due.

Con una prima notte “ufficiale” un po’ travagliata e per via di una sveglia mancante con il neo-husband che temeva di non alzarsi in tempo per il lavoro (perché non c’era stato niente da fare, lui aveva rinunciato ai quindici giorni di licenza, per non costringere ad una vacanza forzata il bambino che seguiva come insegnante di sostegno…) e per la scomodità di dormire… senza cuscino.

-Mi, dormo senza “cosin”- aveva sentenziato il futuro consorte. –No te ‘l volerai miga, ti?-

Ed io, avevo accondisceso. Ma, senza il cuscino, che penitenza! Tanto che nel cuore della notte me n’ero “costruito” uno d’emergenza con una mezza dozzina di asciugamani (quelli del “corredo”) e, il mattino seguente, pur un po’ immalinconita e tutta sola nella nuova casa, in una grigia e fredda giornata di gennaio, decisi di dover fare qualcosa in merito. Così mi fiondai nel vicino e fornito negozio di telerie e biancheria per la casa e me ne uscii con un bel cuscino impacchettato come si confà… Uno solo, il mio, perché se desiderio dell’husband era quello di giacere senza, che continuasse pure… E figuratevi la mia meraviglia, quando, tornato a casa da scuola, mi guardò stupito, chiedendomi “e, a mi? Perché no te me l’hai comprà?”

Pertanto due giovani neo-coniugi uscirono frettolosi di casa, quel pomeriggio di quel lontano martedì 13 gennaio 1976 per acquistare un secondo cuscino e, già che erano di strada, si fermarono nel reparto casalinghi di un grande magazzino, dove, dopo ponderate e attente analisi, ampliarono la dotazione di famiglia di importantissimi utensili, dall’accendigas all’apriscatole, dalla “rotellina” per i ravioli ad altri ammennicoli senza i quali, come ben si sa, l’esistenza sarebbe difficile assai…

 

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lunedì, 23 novembre 2009

Che fare nelle domeniche di novembre, adesso che si è conclusa la stagione escursionistica 2009? Dedicarsi ad un sano ozio casalingo o rimettere gli scarponi ai piedi e percorrere nuovi sentieri, affrontare erte salite e successive ripide discese, in attesa di gratificanti uscite sulla neve?

Per molti dei baldi escursionisti Sat non c’è dubbio alcuno: si va, sempre e comunque, con unica eccezione il giorno di Natale e forse Capodanno, attivi e scattanti…

Ma noi, l’husband ed io, di solito approfittiamo del mese e mezzo di pausa (la nuova stagione riprenderà il 10 gennaio!) per attività assai più tranquille, qualche bella dormita domenicale (il consorte), qualche visita a parenti, un’intensa attività dolciaria pre-natalizia, alternate ad una ridotta attività motoria con brevi escursioni se la giornata lo permette…

Così, mentre domenica scorsa ci siamo dedicati al periplo dei due laghi dell’altopiano di Piné, ieri mattina, ad un’ora insolitamente tarda, le 10, siamo partiti da Trento alla volta del monte Stivo, alle cui pendici abbiamo compiuto una breve escursione.

Eravamo in tre, l’husband, io e l’amico Pierino che, il prossimo aprile, condurrà le “truppe” della Sat lungo queste contrade, ad affrontare di buon passo il percorso stabilito. Temperatura clemente, un pallido sole, una densa foschia che saliva dal vicino lago di Garda, una strada in gran parte pianeggiante, boschi quasi spogli, prati con alberi dal giallo fogliame, macchie di rosso in lontananza, questo lo scenario. Silenzio e fruscio delle foglie sotto i nostri scarponi e noi, gli unici “padroni” del territorio.

Abbiamo camminato circa quattro ore, con una breve pausa per il frugale pasto on the road, qualche minuto per le rituali foto del consorte con noi in veste di “fotomodelli” e alle 15.30 eravamo di ritorno alla macchina, evitando in tal modo il rapido calo della temperatura.

E, nel viaggio di ritorno verso casa, una doverosa sosta a Mori, nella rinomata e frequentatissima gelateria Bologna, per una golosa pausa, giusta ricompensa alla “fatica” odierna…

 

Venerdì scorso è stato inaugurato l’ormai tradizionale mercatino di Natale con le sue numerose casette occupanti la grande piazza Fiera. Una manifestazione che richiama sempre frotte di turisti, provenienti da mezza Italia, soprattutto durante i week-end, quando negli appositi parcheggi lungo l’Adige i pullman gran turismo si possono contare a centinaia.

Si parla già di circa 50.000 visitatori tra sabato e domenica…. Una ressa incredibile, da far girare la testa. Immagino che i visitatori abbiano incontrato una bella difficoltà nel fermarsi davanti alle casette, guardare, scegliere, acquistare.

In realtà, visto in situazione normale (stamattina, verso le 11 c’era pochissima gente) il mercatino vale la pena di una visita e, girellando tra le varie postazioni, si trovano oggetti interessanti e di buona fattura artigianale. Certo, i prezzi non sono popolarissimi e molte “proposte” rientrano nella categoria “superfluo”, ma una piccola deroga alla sobrietà si può anche fare…

Io ho comperato alcuni biglietti di auguri, opera di un disegnatore locale, famoso per le sue “formichine” protagoniste di ogni sua produzione.
P.S. Mi dite, per favore, se riuscite a vedere le foto? Grazie!

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categoria:natale, mercatino, escursioni, domeniche
venerdì, 20 novembre 2009

Povero, povero bambin Gesù! Non è ancora nato nella sua povera mangiatoia di Betlemme, che già molti, in nome suo, sono pronti ad imbracciare fucili e moschetti contro quelli che sono “diversi” da noi.

Perché hanno la pelle di un altro colore o perché pregano in modo differente o ancora perché hanno nomi difficili da pronunciare e parlano lingue sconosciute.

-Non hai le carte in regola? Via, via, al tuo paese!-

-Hai perso il lavoro perché la fabbrica ha chiuso? Via, via, al tuo paese!-

-Qui non sei gradito. Noi, qui, abbiamo profondi valori cristiani, rispettiamo gli altri, abbiamo un forte senso della famiglia, siamo coerenti con gli insegnamenti della nostra religione e poi, abbiamo il crocifisso. Dappertutto! Voi, no. Voi non siete cristiani, non avete neppure il nostro Natale, la festa più importante, che noi trascorriamo in armonia, pace e amore con chi ci sta vicino. A patto che sia come noi, beninteso.

Altrimenti, via, andare… Qui potete stare solo se noi abbiamo bisogno delle vostre braccia. Quando non ci servite più, anda, via, al vostro paese.

Perché facciamo così? Ma per difendere i nostri valori, la nostra religione, è chiaro…Lo facciamo in nome di Cristo. Perché noi crediamo in lui e seguiamo i suoi insegnamenti…-

 

Povero, povero Cristo! Se tu avessi la ventura di tornare fra noi, con la tua aria dimessa di bambino palestinese e la tua carnagione un po’ abbronzata, sta’ lontano da quelli che ti invocano e brandiscono, in nome tuo, croci e crocefissi.

Correresti il rischio di trovarti rinchiuso in un centro di prima accoglienza, pressoché prigioniero. E avresti un bel gridare il tuo nome… Nessuno di “quei” tuoi valenti difensori, così forti con i deboli, sarebbe in grado di sentirti.

Sono troppo impegnati con l’Operazione Bianco Natale!

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categoria:natale, valori, cristianesimo
mercoledì, 18 novembre 2009
Stamattina non è venuta, la dirigente ex, al gruppo di lettura. Era dovuta andare per uffici, mi ha detto quando ci siamo casualmente incrociate verso mezzogiorno, entrambe dirette alle rispettive magioni.
-Com'è andata?- mi ha chiesto.
-Benissimo- ho risposto.
In realtà ci sono stati diversi battibecchi causati dai giudizi contrastanti su
I cani e i lupi della Nemirovski, con qualche asserzione categorica della più attempata del gruppo, un'anziana signora probabilmente ex insegnante (ahimé...), che ha pure storto un po' il naso all'idea di leggere, per il prossimo incontro, il romanzo di John Fante La confraternita dell'uva.
-Ah- ha mormorato in un empito di disapprovazione -Se dobbiamo proprio...-

Nel pomeriggio, invece, come ogni mercoledì, mi sono recata nel negozio Mandacaru, per la settimanale "opera di volontariato". Come le altre volte, ero pronta ad affrontare qualsiasi attività di manovalanza mi venisse richiesta, controllare presepietti in ceramica, prezzare decine e decine di gattini in legno, fare pacchi e pacchetti (sempre con risultati modesti, a dire il vero...). Infatti, stavo già applicando le etichette con il prezzo ad alcuni fermacapelli provenienti dal Sudamerica, quando mi ha chiamata la direttrice del negozio.
-Te la sentiresti- mi ha detto - di stare alla cassa?-
-Oddio. Spero di essere in grado...-
-Ti insegno come si fa. Non è difficile. L'importante è fare le cose con calma e dimostrarsi sicuri davanti ai clienti...-
Una parola. Comunque ho ascoltato con attenzione le indicazioni, ho battuto i primi scontrini sotto la sua supervisione e poi via, un cliente dopo l'altro, fino alla chiusura delle 19.00.
Man mano ho preso confidenza, le difficoltà si sono dissolte e mi è pure piaciuto fare la cassiera, tanto che mi sarei fermata volentieri anche a contare l'incasso, se non avessi avuto, un'ora più tardi, appuntamento con il concerto dell'orchestra Haydn e forse era il caso di una pausa di relax per evitare imbarazzanti appisolamenti, cullata da famose sinfonie...
Così, dopo le 19.00  sono tornata velocemente a casa anche stasera con alcuni acquisti in borsa.
Ahimè, questo è l'inconveniente della mia attività di volontariato: ogni settimana scopro nuovi articoli e nuove tentazioni di shopping... Con il pretesto dell'imminente Natale, ho già fatto provvista di piccoli "presenti" da regalare a parenti e/o amici. Quest'oggi ero stata tentata da alcune splendide sciarpette, ma la lettura della targhetta con il prezzo mi ha immediatamente fermata. Bellissime, ma un attimino costose...

E la giornata si è conclusa all'auditorium, qui a due passi da casa, per un appassionante concerto dell'orchestra Haydn di Bolzano e Trento, che stasera ha interpretato in modo esemplare due sinfonie di Haydn, un concerto per clavicembalo e archi di Bach e la prima assoluta di una composizione di Girolamo Deraco, un giovanissimo musicista calabrese. 
Ascoltare quella musica eccelsa, vedere quei musicisti interpretare con passione le note immortali, osservare i loro movimenti pieni di partecipazione, seguire le mosse quasi danzanti del direttore d'orchestra, mi ha regalato forti emozioni.
E mi ha spinta ad un serio proponimento: devo imparare a suonare uno strumento.
Nella prossima vita, però....
    
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categoria:giornate, impegni
domenica, 15 novembre 2009

Il gruppo di lettura del mercoledì mattina si è arricchito di un nuovo elemento, una distinta signora, dirigente scolastico da pochi mesi in pensione che ha fatto il suo ingresso fra noi durante l’ultimo incontro, nel quale abbiamo concluso l’analisi del romanzo tolstoiano Anna Karenina.

Ha preso posto, ha ascoltato le dissertazioni dell’una e dell’altra, compreso il lungo intervento di Giuliana, come sempre forbito e pieno di citazioni, quindi ha preso lei la parola.

Esordito con un “ho letto Anna Karenina più di trent’anni fa, quindi qualche particolare potrà essere sfuggito”, ha parlato per buoni cinque minuti, con un tale sfoggio di cultura che ci ha lasciate tutte a bocca aperta e senza parole per ribattere.

I commenti sulla nuova “entrata” non sono mancati nel successivo, consueto ritrovo-caffè, durante il quale abbiamo sottolineato con un po’ di ironia e qualche battutina quella dotta performance…

L’altro giorno, poi, l’ho incontrata, nei pressi di casa mia. Ci siamo salutate, ci siamo fermate e abbiamo scambiato quattro parole, lì sul marciapiede.

E con un po’ di sorpresa ho appreso che è rimasta davvero delusa dal gruppo, dalla coordinatrice e dal livello della discussione.

-Mi aspettavo ben di più. Invece, interventi banali, analisi semplicistiche, non ti pare?-

-Io mi sono sempre trovata bene…- ho risposto –Vado volentieri e mi piace…-.

-Ah, forse sono io, allora, ad avere maggiori aspettative- ha concluso. –Vedremo la prossima volta, con il libro della Nemirovski…-

Poi, dopo alcuni scambi di opinioni sul mondo della scuola e sulle rispettive esperienze di lavoro, ci siamo salutate, riprendendo ciascuna la propria strada.

 

Stamattina, mentre terminavo la lettura del romanzo di Irene Nemirovski I cani e i lupi, di cui discuteremo mercoledì prossimo, mi sono chiesta se l’ex dirigente rimarrà nuovamente delusa dai nostri interventi.

E se così fosse, sarebbe forse il caso che si rivolgesse a qualche accademia letteraria…

Con buona pace di tutti quanti!

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categoria:biblioteca, lettura, delusione
mercoledì, 11 novembre 2009

Novembre passò veloce e fummo in dicembre.

Le pubblicazioni per il matrimonio furono esposte, la data, il 12 di gennaio del 1976, un lunedì, venne decisa dall’ufficio comunale preposto alle celebrazioni civili, perché quello era uno dei “loro” giorni. Ma, non avendo noi particolari esigenze, un giorno o l’altro era la stessa cosa. Tanto più che, spartani com’eravamo, non avevamo da preparare nulla, partecipazioni, bomboniere, scelta dell’abito, ricerca del ristorante, liste di invitati… Sarebbe stata una cerimonia semplicissima, seguita da un pranzo familiare a casa del giovanotto, con mammà nelle vesti di cuoca.

Viaggio di nozze? Neppure a pensarci. Uno, perché le nostre finanze erano davvero limitate, due, perché il giovanotto non volle neppure fruire dei quindici giorni di licenza matrimoniale, spettanti da contratto. No, perché, lavorando lui come insegnante di sostegno in una scuola elementare dell’immediata periferia di Trento, la sua assenza avrebbe significato costringere ad una vacanza forzata il suo assistito, dal momento che nessuno l’avrebbe sostituito in quelle due settimane.

Intanto, nell’attesa del giorno fatidico, lavoravamo entrambi su due fronti: al mattino nelle rispettive scuole e il pomeriggio nel futuro “nido d’amore”, per il momento ancora un laboratorio di falegnameria, dove molti dei nostri mobili stavano venendo pian piano alla luce. Naturalmente il ruolo principale era del giovanotto-artigiano-tuttofare, mentre io svolgevo funzioni di supporto… morale, più che altro.

I miei tentativi “decisionisti” furono infatti prontamente bloccati dall’amato bene che rivelò un fino ad allora sconosciuto lato del suo carattere: qualunque aspetto riguardante la casa doveva avere la sua approvazione, si trattasse soltanto di scegliere quattro tazzine per il caffè..

Me ne accorsi il giorno in cui ci recammo, in una specie di tour organizzato, a Verona, nel reparto casalinghi del Coin, dove pochi giorni prima avevo visto un servizio di piatti rosso, di ceramica lucida che mi era parso bellissimo e che volevo a tutti i costi. Partimmo un sabato mattina, durante le vacanze natalizie, in quattro, il giovanotto, mia sorella, l’amica Daniela ed io, per quello che erroneamente pensavo fosse una toccata e fuga, vado, vedo, compero e passo ad altre spese in zona.

Abbaglio clamoroso! Altro che toccata e fuga! Entrammo che saranno state le dieci, se non qualche minuto prima ed uscimmo, ultimissimi clienti della mattinata, addirittura dopo l’orario di chiusura di mezzogiorno. Certo, stringevo fra le mani il pacco con i famosi piatti rossi, servizio da sei, abbinato alle tazzine dello stesso colore, ma era stata una dura lotta riuscire a convincere il futuro consorte… Prima di cedere, aveva passato in rassegna ogni proposta del reparto, valutando e confrontando, fra gli sbuffi di nervosismo della sottoscritta e l’educata rassegnazione delle accompagnatrici (dalle quali, tra l’altro, ci fu regalato il tutto), che probabilmente temettero di dover invecchiare là, tra gli utensili e la chincaglieria del Coin di Verona!

 

E poi, si giunse alla vigilia del grande giorno.

Con scarso tempismo e assoluta leggerezza (chissà dove avevo la testa!) comunicai a scuola dell’imminente scadenza, giusto due, tre giorni prima, suscitando una veemente reazione della preside che inutilmente cercò di farmi cambiare la data del matrimonio, per assegnare i quindici giorni di supplenza ad un’insegnante di sua fiducia, per alcuni giorni ancora impegnata in un’altra classe. Una pretesa talmente ridicola da non meritare alcuna considerazione…

Il sabato 10 gennaio, quando arrivai in classe, fui accolta dagli alunni di terza con tutta una serie di domande.

-E’ vero che si sposa?-

-E dove fa il pranzo?-

-E l’abito?-

-E suo marito? E’ bello?-

Eccetera, eccetera, eccetera.

Risposi il minimo indispensabile, tralasciando dettagli su dettagli e cominciai la lezione. Geografia. Stavo spiegando il Brasile, lo ricordo benissimo, quando, nel bel mezzo del discorso, vidi la mano alzata dell’alunna Annamaria, una brava fanciulla, ma che non brillava certo per diligenza né impegno.

-Un attimo, Annamaria- le dissi con la gioia nel cuore Era la prima volta che la vedevo partecipe e attenta. –Abbi pazienza ancora un attimo.-

-Dimmi..-

-E ce l’ha, la vetrina con il cantone (=angolo) e la tavola rotonda?-

Sospirai profondamente, prima di risponderle. Altro che il Brasile interessava ad Annamaria…

-NO! Non ho né la vetrina con il cantone e neanche la tavola rotonda!-

-Ah...no…-

La sua delusione era evidente. Ma che razza di matrimonio stava per fare la prof, senza quegli elementi così di moda?

 

(continua)


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categoria:ricordi, matrimonio
martedì, 10 novembre 2009
Proseguendo nei ricordi, ecco un nuovo capitolo.

-Com’è giovane!- mi disse la preside della scuola media di Lavis, da cui dipendeva la mia nuova sede di servizio, quando mi presentai a lei il giorno dopo aver ricevuto la nomina.

-Com’è giovane!- ripeté.

La guardai senza rispondere. Giovane? Ma se avevo ben 25 anni! Poi, ascoltate le sue parole di circostanza, mi congedai per recarmi in quella che sarebbe stata la “mia” scuola per i successivi sei anni della mia vita. Risalii in macchina (a quei tempi guidavo ancora…) e percorsi i restanti chilometri che mi avrebbero condotta a Verla di Giovo, fino ad allora ignoto paese della provincia di Trento. Una strada con alcuni tornanti che percorreva a mezza costa il versante di destra della valle di Cembra, snodandosi fra gli ordinati vigneti, che si susseguivano senza soluzione di continuità, colorato contrappunto alle devastanti cave di porfido del versante opposto.

Dieci minuti e fui alla meta.

-Scusi, dov’è la scuola media?- mi rivolsi al primo passante che incontrai, una volta scesa dalla macchina, parcheggiata di fianco alla chiesa.

-E’ quella casa lì..-

Quella casa lì? Quel brutto e un po’ tetro edificio affacciato sulla strada principale? Sì, era proprio lì, la scuola. In un grande caseggiato che potremmo definire “polifunzionale”, dove avevano sede il municipio, la scuola elementare, l’appartamento del segretario comunale e, ultima fra gli ultimi, appunto la scuola media.

Due sezioni per poco più di cento alunni, sei classi sparse su tre piani, due aule in una specie di sottotetto, due negli scantinati e due, al piano “nobile”, le uniche con dignità di aula. Una palestra polverosa e di ridotte dimensioni, una mini-bidelleria, un servizio, forse due e questo era tutto. Sul retro, un cortile asfaltato che condividevamo con la scuola elementare, quella sì meglio sistemata logisticamente, il quale serviva per l’intervallo degli uni e degli altri. Naturalmente svolto con orari diversi, prima noi, poi loro, tanto per darci un po’ di fastidio reciproco.

Quel giorno non lo sapevo ancora, ma avrei scoperto quasi subito che fra i maestri e noi c’era una guerra sorda che si manifestava in un’assoluta indifferenza reciproca. Mai una parola, mai un saluto, ma molte critiche sotterranee (che però ci giungevano sempre alle orecchie) da parte di quegli insegnanti, tutti del posto, tutti più anziani di noi che ci accusavano di essere troppo liberali, troppo permissivi, troppo larghi di maniche, troppo disposti a promuovere. Dei sessantottini, insomma.

E così cominciò la nuova esperienza.

La seconda e la terza A, una classe al piano nobile e l’altra nel sottotetto. In una insegnavo tutte le materie letterarie, nell’altra storia e geografia. Ragazzi concreti e solidi, molti dei quali già abituati a dare una mano in campagna nel periodo della vendemmia e a svolgere mansioni da adulto; alcuni impegnati e molto bravi, altri un po’ meno, la solita realtà di tante classi che avrei poi incontrato nella mia carriera, insomma.

E, pur vivaci e gioiosi, sapevano essere rispettosi ed educati. Un bell’ambiente in cui mi inserii senza problemi e senza ansie.

Anche molti colleghi furono una lieta sorpresa: Flavia, che, con le sue parole il mattino delle nomine, mi aveva “spinta” a scegliere quella sede, Stefania, Manuela, Gino, un eclettico e originale personaggio, insegnante “tuttofare”…

Naturalmente c’era anche qualche “elemento” non propriamente esemplare, come quell’insegnante - libero professionista che aveva eletto la scuola a luogo di incontro con i clienti della zona e quell’altro che, senza avvisare chi di dovere, non si presentò allo scrutinio finale, avendo affidato il registro personale ad un collega compiacente…

E poi, a Verla conobbi Vittorina.

Vittorina, la giovane bidella originaria del luogo, ma da qualche mese abitante a Trento dove si era trasferita dopo il matrimonio e, quando si dice la coincidenza, proprio nella stessa via e nello stesso condominio dove saremmo andati ad abitare il giovanotto ed io….

 

(Continua)

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categoria:ricordi, scuola, amicizia, colleghi
sabato, 07 novembre 2009

Stamattina di buon’ora (vabbé, erano le otto passate…) mi sono decisa ad affrontare la consueta montagna di panni da stirare, con un moto di spirito che si avvicinava tanto al sacrificio. Così ho piazzato tutto l’ambaradam nel bel mezzo del soggiorno e mi sono messa all’opera, dedicandomi nel contempo, tanto per rendere meno pesante il compito, ad un po’ di “sano” zapping.

Una camicia in compagnia di Raitre, la successiva maglietta con la fine di un telefilm su Rete4 (ebbene sì, lo confesso, ho “peccato”!), la manica destra di una seconda camicia per scoprire che il tg di canale5 è inframmezzato di pubblicità (!!!) e poi, il castigo per questa incursione sulle reti del “padrone”, la visione del seguente titolo di un cartone animato trasmesso da Italia1: Gara di acquiloni.

Sì, scritto proprio così, con la “cq”! E la mia anima di vecchia prof ha avuto un sobbalzo e sono rimasta così, un po’ scandalizzata, con il ferro da stiro in mano, che per poco non danneggio la camicia dell’amato husband…

Ma, chiedo io, non ci sarà qualcuno, tra il personale Mediaset, preposto al controllo di titoli ecc.ecc.ecc? E fornirsi di un computer con una scheda di controllo ortografico?

Poi ho riflettuto un attimo ed ho capito: il “titolista” è un comunista infiltrato per danneggiare culturalmente le reti di S.B…..

Siamo ridotti proprio male!

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martedì, 03 novembre 2009

Claudio è uno scriccioletto di ragazzino che non ha ancora compiuto dodici anni, ma ne dimostra tranquillamente due di meno e frequenta la seconda media, con grande fatica e scarsi risultati, come testimoniano le valutazioni negative di quasi tutte le verifiche iniziali perlomeno nelle materie letterarie.

In verità, tra lui e l’istituzione scolastica c’è un pessimo rapporto, tanto che il poveretto spera ogni mattina di trovare il glorioso edificio accartocciato su se stesso per improvviso terremoto, o in preda alle fiamme per incendio, non importa di quale origine, ma si accontenta anche dell’assenza di questo o quell’insegnante, per godere di una pausa tra un’attività e l’altra.

Eppure lui cerca di fare del proprio meglio, pur a modo suo. Dedica interi pomeriggi allo svolgimento dei compiti, chino sulla scrivania spesso fino a tarda ora, sollecitato e sostenuto dalla mamma che, come talora ripete sconsolata, sta rifacendo anche lei le medie.

E allora vai con gli schemi di storia e geografia, con scritte in blu e in rosso per non dimenticare nulla d’importante e poi la grammatica e l’antologia ed i compiti di tedesco e di inglese e gli esercizi di matematica e tutto quell’insieme di compiti che ogni giorno scandisce la vita di uno studente.

E Claudio studia e fa… e poi fa e studia. Ogni giorno. Controllato più o meno da vicino dalla genitrice che sa di non poterlo abbandonare al suo destino. E con quali risultati? Ahimé, una confusione totale di nozioni, date, avvenimenti, fatti, complementi, verbi, guerre, paci, un quasi frullato storico-geografico-letterario, che lascia stupefatti e senza parole.

 

Che cosa fare allora per aiutarlo a migliorare?

Ah, saperlo! tanto per usare le parole del napoletano Pazzaglia, indimenticato co-protagonista del programma di Arbore “Quelli della notte”.

Prima di tutto forse bisognerebbe esporlo al sole, oppure sistemarlo fra le nespole per farlo “maturare”, poi magari si potrebbero allungare le giornate portandole a 26, 27 ore in modo da garantirgli più tempo per lo studio e infine…

Infine anche la scuola dovrebbe chiedersi che cosa fare con lui e con i tanti Claudii che riempiono le italiche aule.

Alunni che avrebbero bisogno di tempi più lunghi e di contenuti meno standardizzati.

Che non reggono i ritmi dei compagni più bravi e che faticano a comprendere il linguaggio dei libri di testo.

Che studiano e non ricordano.

Per i quali la scuola è una fatica continua e con nessuna soddisfazione.

Che confondono la metropoli con la metropolitana e non sanno che farsene di Carli quinti, di France o Spagne purché se magne e ancor meno di Cateau Cambresis o di altra località storica…

 

 

postato da: cautelosa alle ore 23:32 | Permalink | commenti (30)
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