lunedì, 14 settembre 2009

Mi è sembrato di vederli, stamattina, sotto la pioggia scrosciante di questo lunedì di settembre, in cui il maltempo ha improvvisamente cancellato quel che restava dell’estate.

Una folla di ragazzi e ragazze vocianti assiepati sul marciapiede a fianco della scuola, sulle scale e sul loggiato davanti alla porta d’ingresso. Ombrelli multicolori, zaini semivuoti, abiti d’ordinanza.

Grida e richiami, saluti e battute spiritose.

E, poco più in là, un po’ distanti, in gran parte accompagnati da un genitore, ansiosi e quasi intimiditi, ecco i nuovi alunni di prima media. Con il fiato sospeso, attendono di entrare e salire in classe. Curiosi e intimoriti nello stesso tempo. Pieni di domande e di aspettative.

Non sanno che sui banchi, sul “loro” banco, quello che reca il cartellino bianco con il nome scritto in stampatello, ci sono due pile di libri che li lasceranno senza fiato.

-Dovremo studiarli tutti?- si chiede qualcuno.

-Come faremo a portarli nello zaino?- domanda un altro.

Poi ascoltano le parole del professore o dei professori che li hanno accolti nella nuova aula, quelli che per qualche settimana continueranno a chiamare “maestro” ed infine guardano i genitori allontanarsi con capienti borse di robusta plastica ricolme di tutti (o in parte) quei tomi che li accompagneranno nella nuova, triennale, avventura.

Ed a loro, come a tutti, studenti, insegnanti, genitori, auguro un

BUON ANNO SCOLASTICO

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mercoledì, 24 giugno 2009

“Riteniamoci fallite come orientatrici. Sono contenta per loro…”

Questo il messaggio speditomi dalla collega Carmen, in fresca e ventilata vacanza in quel di Hvar, in risposta al seguente mio sms “X un debito. Y e Z promossi!”

Sì, parlavo di alcuni nostri ex alunni, quelli che avevamo “abbandonato” due anni fa, in seconda media per cominciare i nostri felici giorni da pensionate, quelli stessi che l’anno successivo avevano scelto, tra le tante scuole possibili, proprio la più impegnativa: il liceo classico.

Tre ragazzi diligenti e impegnati, certo, ma iscriversi al classico!

Per di più al pubblico, il cosiddetto “tempio della cultura”, come l’aveva chiamato tempo addietro un altro ex alunno…

-Mamma mia che coraggio!- ci eravamo dette –Speriamo che non li massacrino!-

 

-Se penso a quei tre del classico!- mi aveva ripetuto Carmen proprio la settimana scorsa, prima di partire per la Croazia.

-Temo una strage…- avevo aggiunto.

 

Così l’altro giorno ho varcato l’austero portone dell’illustre istituto e mi sono avvicinata con un po’ di apprensione ai quadri esposti. Ero anche senza occhiali da vista, per cui ho faticato non poco a mettere a fuoco i nomi e… quale sorpresa, gradita sorpresa, nel leggere l’esito!

Per essere certa di non essere incorsa in qualche errore sono ritornata ieri, con i miei bravi occhiali sul naso e no, non mi ero sbagliata: promossi tutti e tre, seppure X con l’insufficienza in greco, come si evinceva da quel 6 sottolineato.

 

Ho terminato questo pomeriggio “il giro delle scuole superiori”. E a parte un certo dolore al collo costretto a posizioni innaturali data l’altezza dei quadri (saranno tutti parenti delle giraffe gli studenti d’oggi?), ho visto con piacere che molti degli ex alunni hanno superato brillantemente il primo anno delle superiori.

Con altre “felici” sorprese, del tutto inaspettate…

 

Perciò, cara Carmen, anche se noi non avremmo mai consigliato a X, Y e Z l’iscrizione al liceo classico e neppure ad A, B e C la frequenza dell’impegnativo istituto tecnico industriale, non essere troppo severa nel giudicarci “fallite” come orientatrici: siamo invece contente di questi risultati positivi... Vuol dire che avevamo dato loro una buona preparazione!

 

 

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sabato, 23 maggio 2009

L’altro giorno vi ho fatto conoscere l’alunno Pietro, oggi distinto (presumo…) signore 42enne, sposato e padre di famiglia e di lui mi è tornato alla mente un altro episodio scolastico che allora aveva fatto sorridere non solo la sottoscritta, ma anche qualche altro insegnante…

 

La pillola per il mal di testa

 

Pietro era (ed è) il primogenito di una giovane coppia, con due sorelline più giovani e da sempre abituato a partecipare ai discorsi dei familiari e messo al corrente degli “affari” di famiglia, s’intende nelle modalità adeguate ad un undicenne.

Lo si capiva dagli interventi in classe, quando si parlava di problemi quotidiani, di abitudini e modi di vivere. Esprimendosi preferibilmente in dialetto, ma con arguzia e dimostrando attenzione a tutto ciò che ci circondava.

Accadde così che un giorno di quell’anno scolastico 1978/79, facendo un raffronto tra la vita di oggi e quella dei nonni, parlassi più o meno in questi termini..

-Certo, oggi noi siamo più fortunati… Godiamo di assistenza medica, abbiamo ospedali attrezzati e riceviamo gratuitamente le medicine di cui abbiamo bisogno… [perché in quegli anni lontani, così accadeva…]-

-Varda che no l’è vera quel che te disi!-

Col consueto sguardo severo e le sopracciglia aggrottate, Pietro aveva approfittato di un momento di pausa per esprimere il suo parere.

-No, Pietro?-

-No, perché me mama che la tol zo ogni sera quela pirola per el mal de testa, el Novogyn, ghe toca pagarsela…-

-Davvero? Beh, Pietro, quella è l’eccezione che conferma la regola….-

-Ghe toca comprarselo el Novogyn. E con la riceta. E no ‘l costa gnanca pòch!-

Anche stavolta trattenni il sorriso, nonostante il pensiero della mamma del Pietro (che se avesse saputo quel che il figlio raccontava in classe sarebbe sprofondata...) che prendeva la pillola anticoncezionale per combattere il mal di testa invitasse a farsi una bella risata.

Comunque nessuno dei compagni fece caso a quanto detto dal compagno e il discorso si chiuse.

Lo riferii invece ad un paio di colleghi fidati ed assieme ridemmo di gusto…

 

E mi sembrò di vedere la scena familiare…

La mamma che parla del costo di quella pillola con il papà o qualcun altro di famiglia e Pietro che domanda…

-Ma quel Novogyn che te toi zo tuti i dì, a cosa servelo?-

-L’è per el mal de testa, Pietro!-

-E te toca comprarlo?-

-Eh sì….-

 

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categoria:ricordi, scuola, alunni, amenità
venerdì, 27 febbraio 2009

Ho ritrovato i fogli cercando la fotocopia di una ricetta “scomparsa” ed è stato così che, scartabellando con ordine un eterogeneo insieme cartaceo, mi sono venuti tra le mani.

20-10-93  COMPITO-DI-GEOGRAFIA   Guglielmo P.

 

Guglielmo…. Era arrivato a Trento quell’autunno, proveniente da una regione dell’Italia meridionale, praticamente il primo straniero di una successiva, lunga serie “multinazionale”. Straniero in patria, perché la sua parlata risentiva talmente dell’inflessione di provenienza da risultare spesso poco comprensibile.

-Abbi pazienza, Guglielmo- gli dicevo talvolta, adducendo improvvise crisi di ipoacusia –potresti ripetere? Eh, l’età che avanza…-

E per lui, da “prof” che ero, divenni “signò”.

-Scusi, signò,…. Buongiorno, signò… Signò,….

Era un bel ragazzo, alto, moro, capelli ricci, occhi scuri, dal carattere aperto e gioviale che gli aveva permesso di integrarsi immediatamente con i nuovi compagni di classe. Sempre educato e gentile, sotto il profilo comportamentale indubbiamente un buon elemento.

Non altrettanto, ahimé, si poteva dire del profitto che risentiva di uno studio un po’ frettoloso e alla “buona di Dio”, come testimonia anche il “reperto” nelle mie mani, ricco di “perle” da poter fare una collana…

Una confusione totale tra vulcani con dentro il muschio e con “la lava che esce dal di sopra e dal di sotto”, i terremoti che “si misurano più o meno come i raggi che si fanno dei polmoni” ed i margini convergenti e divergenti delle zolle crostali che si trasformano in “mari convergenti, cioè mari freddi come l’oceano Atlantico, il Pacifico e l’Indiano” e mari divergenti, “sono tutti gli altri mari, cioè il mar mediterraneo, il mar nero e tutti i mari rimasti”, rigorosamente scritti con la letterea minuscola.

“C’è un po’ di confusione” ricordo di avergli scritto nel commento…. Già, giusto “un po’”.

Un’altra volta, in un tema di italiano verso la fine dell’anno, parlò a lungo di Mussolini di cui era un fervente ammiratore e concluse l’elaborato ribadendo la stima e l’ammirazione per questo augusto personaggio e dicendo che lui, Guglielmo, “mai e poi mai avrebbe voluto diventare presidente del consiglio”.

“Penso che tu non corra questo rischio”, scrissi a mia volta in calce al testo. Fui un po’ incauta, lo ammetto, ma si era nel 1994 e il fenomeno SB sembrava allora una meteora….

 

Guglielmo oggi è un prestante giovanotto di quasi trent’anni, che, dopo un travagliato percorso nella scuola superiore, ha praticato diverse occupazioni. L’ultima volta che l’ho incontrato, sempre affettuoso e sorridente (Oh, signò! Come sta?...) era agente immobiliare….

E domani? Chissà…

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venerdì, 19 dicembre 2008

Rapporto informativo:

 

Missione “biscotto natalizio” portata a termine con successo.

Ex alunni in attesa fremente con mazzo di fiori d’accoglienza.

Baci e abbracci d’ordinanza.

Distribuzione regolare e senza incidenti.

Approccio gustativo eccellente.

Unanime giudizio di forte apprezzamento con battimani finale.

Consiglio orientativo: se possibile aumentare numero assaggi.

Prossimo appuntamento festività pasquali.

Ovetti di cioccolata in offerta speciale cercasi fin d’ora.

 

Firmato: ex prof “sollevata”

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venerdì, 21 novembre 2008

Classe 3 E 

La quiete prima della tempesta, ecco cosa rappresenta questa vecchia fotografia, un po’ sfocata, unica testimonianza di quella gita da manuale.

Era la mattina del martedì ed eravamo a Lucca.

Già l’autista ci aveva regalato altri due minuti di brivido, allorché quella stessa mattina, accorgendosi di aver sbagliato direzione, aveva fatto un’inversione di marcia su una superstrada a quattro corsie, ovviamente senza guard-rail centrale. Tra l’assordante silenzio delle cinque derelitte accompagnatrici e il cicaleccio consueto dei ragazzi che non si erano accorti di nulla.

Già avevo trascorso una notte un po’ così nel venerando tre stelle prenotato dalla scuola (-Ma prof, a quando risalgono, quelle tre stelle?- avevano chiesto gli alunni più spiritosi –Forse al tempo di Mussolini??-  Probabilmente sì), per il fatto che i miei otto discepoli maschi erano stati sistemati nella dependance staccata dal corpo centrale dell’hotel e, al momento di coricarmi, mi erano passate per la mente tutte le ipotesi più tetre, col risultato di rimanere con gli occhietti aperti gran parte delle ore notturne…. E’ vero che non erano degli scalmanati, è vero che mi avevano rassicurata,..no, prof, stia tranquilla, non faremo “casino”… In verità, del “casino” a me interessava poco o niente, la paura era che uscissero da quel basso edificio a due passi dalla spiaggia… Al mattino, comunque, si erano presentati puntuali a colazione, gli occhi un po’ assonnati (non è che abbiamo dormito tanto…) ma sani e salvi. Pfuii, sospiro di sollievo.

 

Ed eccoci a Lucca, davanti ad una delle sue belle chiese.

-Svelti, la foto di gruppo…-

Tutti in posa sorridenti, professoresse al centro, l’Elvis che si fa cogliere di sorpresa, l’Antonella che guarda la felpa di Gabriele, ciak, la collega del corso A ha scattato, fatto!

Sciogliamo il gruppo e…

-Ma i due Cristian? [Quello scritto “normale” e quello con la K (già, Kristian!!)]? E il Carlo?-

-Prof, non ci sono!!!-

Non c’erano. Ci mancavano tre alunni! Attimi un po’ da panico, domande, dove saranno finiti, ma come, io ero davanti e tu chiudevi la fila, Madonna santa che facciamo, per fortuna sono in tre, speriamo si ricordino il nome dell’hotel di Camaiore, magari si rivolgono ad un vigile…

Poi la decisione.

-Io torno al pullman rifacendo la strada da cui siamo venuti- dissi alla collega Renata –e tu vai direttamente al parcheggio-

Ci dividemmo i restanti alunni, un gruppetto tornò con me, l’altro seguì la collega.

A passo di carica, a gruppo riunito, a formazione compatta, ripercorremmo le strade già camminate un paio d’ore prima. Dei tre dispersi, nessuna traccia. Con un senso di ansia crescente, arrivammo al pullman, parcheggiato lungo la cinta muraria della città e lì mi venne incontro Renata.

-I era qua, al pullman-

Grazie al cielo! Salii a bordo, ed eccoli lì, i tre dispersi, seduti ai primi posti, con lo sguardo un po’ basso. Probabilmente Renata non si era risparmiata nelle reprimenda. Mi guardarono di sottecchi, aspettandosi un altro fiume di parole…

-Presumo che la prof abbia già parlato…- dissi.

-Sì-

E mi spiegarono cos’era successo. Mentre procedevamo dalla piazza del Mercato verso la successiva meta, i tre erano stati attratti da una bancarella che vendeva occhiali e, come spesso accade a molti adolescenti in gita scolastica, del tutto indifferenti alle bellezze artistiche, si erano fermati davanti al “monumento” consumistico. Per pochi secondi, dissero, ma quando avevano distolto l’attenzione dalla paccottiglia in vendita, si erano accorti di essere… da soli. Tra i turisti che affollavano le strade di Lucca, ma soli. Che fare allora? E poiché erano ragazzini svegli e con un discreto senso dell’orientamento erano tornati al pullman, dove ci avevano atteso….

Non aggiunsi alcun rimprovero ma ricordai loro che è facile perdersi di vista quando si cammina per strade affollate e che “bancarelle se ne trovano dappertutto!”

 

E, per concludere in gloria la giornata ci fu ancora il repentino e travolgente innamoramento dell’alunna Marcella, che nel pomeriggio, nella piazza dei Miracoli di Pisa, si trovò a scambiare quattro parole con uno sconosciuto studente di bell’aspetto, anch’egli in viaggio di istruzione e tanto bastò per farla piombare in uno stato di esaltazione e sofferenza che ci accompagnò tutta la sera…

-Prof, sono disperata! Ho conosciuto il ragazzo della mia vita e l’ho perso! Prof, non so come potrò continuare a vivere!! Prof, sono disperata!-

Se questi erano i discorsi fatti a noi insegnanti, che, per quanto amichevoli, sempre insegnanti eravamo, lascio immaginare quelli rivolti alle compagne che dopo qualche ora non ne poterono davvero più. E ci vollero le parole anche troppo drastiche della collega Renata, il mattino successivo (!!) per riportare la tranquillità nel gruppo ed in Marcella stessa.

 

Il terzo giorno non successe nulla di particolare all’infuori di una lieve pioggerella che ci accompagnò lungo tutto il tratto del Sentiero dell’Amore, nella zona delle Cinque Terre…

Ma, a fronte dei giorni precedenti, cos’erano mai due gocce d’acqua??

 

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categoria:ricordi, scuola, colleghi, disavventure, alunni, gita scolastica
giovedì, 20 novembre 2008

Fin dall’inizio avevo avuto il sentore che sarebbe stato impegnativo accompagnare quei venticinque “individui” di età compresa fra i tredici ed i quattordici anni, in un “viaggio di istruzione” della durata di tre giorni.

Già nelle settimane precedenti la partenza, infatti, avevo dovuto mettere in campo tutte le mie abilità diplomatiche per far sì che non ci fossero esclusioni nella scelta dei compagni di stanza, contattando una ad una quelle viperine di alunne in modo che anche le meno popolari trovassero la giusta sistemazione, senza correre il rischio di dovere dormire… con l’insegnante.

Già, poi, avevo dovuto rassicurare la mamma di Carlottina che appunto nessuno avrebbe voluta in stanza, ascoltando in sovrappiù un suo lungo, accorato e giustificato sfogo sull’emarginazione della figlia all’interno della classe.

Insomma, un percorso in salita ancor prima dell’evento in sé.

Né fummo molto rassicurate, le quattro colleghe ed io, vedendo quel lunedì mattina di fine aprile 1988, il vetusto pullman noleggiato dalla segreteria che ci avrebbe accompagnati in terra toscana. Un “gran turismo”, sulla carta almeno, che aveva senz’altro visto giorni migliori qualche decennio prima.

Ma, quello ci passava il convento, quindi salimmo e via.

Tutto si svolse come da copione, autista silenzioso e immusonito, alunni pieni di lazzi, frizzi, musica, risate e noi insegnanti un po’ befanose a controllare… seduto là, abbassa il volume, non gridate… Tutto tranquillo, insomma, fino a che il “potente mezzo” non cominciò ad affrontare il tratto appenninico dell’autostrada del Sole, quando, piazzato dietro un tir senza mai riuscire a sorpassarlo, ci costrinse a respirare tutti i gas di scarico dell’autotreno che entravano dalle fessure dei finestrini impossibili da chiudere totalmente, lasciando in sovrappiù una densa scia di fumo nero dietro di sé.

Come Dio volle, giungemmo alla prima meta della giornata, San Gimignano. Avevamo a disposizione alcune ore per visitare la cittadina, prima di ripartire alla volta di Siena, dove avremmo trascorso il pomeriggio, mentre verso sera avremmo raggiunto l’albergo prenotato, al Lido di Camaiore. Una giornata intensa.

San Gimignano ci apparve bellissima, sulle colline prospicienti la val d’Elsa, con le sue quindici torri a dimostrazione di un glorioso passato medievale e per le vie del centro il folto gruppo di adolescenti trentini e delle loro accompagnatrici sciamò festoso, alla scoperta della città. Ancora più gioiosi, i nostri, quando scoprirono di poter godere di una ventina di minuti di “libertà” dagli sguardi attenti delle signore professoresse.

Il tempo di un caffè gustato in silenzio e “solitudine” e di nuovo a gruppo riunito raggiungemmo il parcheggio del pullman. Svelti a bordo e ripartimmo. Ci attendeva un invitante pomeriggio a Siena e stavo appunto anticipando quanto avremmo potuto ammirare nella bella città toscana, quando fui bloccata da un improvviso grido..

-Presto, sedetevi tutti sui sedili del lato destro, presto…

La voce concitata dell’autista ci lasciò in un silenzio ammutolito e in altrettanta ammutolita immobilità. Che stava succedendo?

-Svelti, dall’altra banda, dall’altra banda…-

-Su, ragazzi, tutti sui sedili di destra, anche in tre, dai che ci state, non fate storie- intervenimmo anche noi con decisione, pur senza capire il significato di quegli ordini.

Stavamo scendendo dalla collina verso Poggibonsi, un tratto in discesa…

-El pullman, gh’è qualcos che no va. Proven en de ‘sto modo… -

Un guasto. Evidentemente era successo qualcosa, sperando non al sistema frenante…

Il silenzio a bordo del pullman era assoluto. Non si sentiva quasi neppure respirare. Chi aveva tentato timide domande, era stato prontamente zittito.

-Zitto! L’autista deve guidare!-

Anche noi insegnanti ci guardavamo con muti sguardi interrogativi, mentre a velocità ridotta, l’autista guidava verso la pianura, seguito da una lunga colonna di impazienti automobilisti…

E fummo finalmente al piano, periferia di Poggibonsi, dove, provvidenziale comparve, prima l’insegna, poi la mole di una grande autofficina. La salvezza!!

Il pullman ebbe appena la forza di entrare dall’ampio, aperto cancello, raggiungendo il grande capannone delle riparazioni ed esalò l’ultimo, meccanico respiro.

 

Erano circa le 13.30 ed eravamo in una zona distante un paio di km dalla stazione ferroviaria di Poggibonsi, dove avremmo potuto prendere il treno per Siena. Un paio di km di trafficata strada statale, lungo il bordo della quale avrebbero dovuto camminare, ordinati come soldati prussiani, 50 alunni e cinque docenti, più la piccola figlia di una di esse. Ci consultammo brevemente e la maggior parte di noi decise che era un rischio eccessivo. Da parte mia, avrei tentato la sorte, ma fui l’unica….

Rimanemmo quindi in attesa della riparazione del pullman, nel fortunatamente grande piazzale dell’officina, in una zona secondaria vicina agli uffici, dove i ragazzi e noi inventammo tutta una serie di passatempi. E dovemmo ringraziare un frisbee casualmente portato nello zaino da qualcuno, mentre qualche mia alunna si dilettò a scoprire quanto fossero “carini” i meccanici più giovani, ronzando loro attorno come api attratte dal miele..

E, nonostante il prodigarsi del personale pressoché al completo attorno al nostro mezzo, esso fu pronto solo verso le 18.30.

Cinque ore in un’officina!!! E Siena? Ahimé, quel giorno non la vedemmo! E neppure gli altri due naturalmente.....

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categoria:scuola, colleghi, alunni, pullman, gita scolastica, guasti
venerdì, 31 ottobre 2008

La famiglia dell’alunno Nic era decisamente fuori dell’usuale. Madre casalinga, padre artigiano, ma dai lavori saltuari, perlomeno tre figli, il maggiore dei quali con forti disturbi di comportamento per i quali era seguito a scuola da un insegnante di sostegno, e la strana abitudine di cambiare abitazione e città, in media ogni diciotto mesi, due anni. Voci maligne sostenevano che ciò accadesse in seguito ai debiti che la famiglia contraeva e mai pagava, come l’affitto tra l’altro, per cui succedeva che rimanessero in un determinato luogo fino a che la situazione diventava insostenibile, riprendendo poi la via per un altro domicilio, nuova categoria di nomadi inseguiti dai creditori.

Naturalmente, gli spostamenti avvenivano senza tener conto di calendari scolastici, necessità dei figli o altro, per cui ogni trasloco comportava anche un cambio di scuola e fu per questo che Nic piombò nella nostra scuola a febbraio inoltrato, un lunedì. E fu un arrivo che non passò certo inosservato, diventando subito foriero di seri problemi.

Per decisione dell’allora preside, Nic venne inserito nella 1G, probabilmente la meno numerosa tra le classi prime e probabilmente senza tener conto della presenza nella stessa classe di un ragazzino originario di un paese del Centro America, vero “castigo di Dio”, capace di stroncare anche la resistenza dell’insegnante più tosto. E naturalmente, già dopo un paio di giorni, i due diventarono una micidiale coppia…da guerra alla scuola, perché come spesso accade, si era immediatamente avviato quel processo di attrazione fra “compagni di merende” (fin dal secondo giorno di scuola Nic si era aggregato, alla ricreazione in cortile, al gruppetto trasversale dei “gioielli della corona”).

Compatti, allora, i docenti di quel corso si recarono dal preside, che, di fronte alle sentite e comprensibili rimostranze, decise seduta stante di spostare l’alunno Nic da quella classe in un’altra. Ma, quale? Ovviamente i vari coordinatori, debitamente interpellati, esposero al capo d’istituto il cahier de doleances di ogni classe, in ognuna delle quali c’era qualche situazione perigliosa, meno grave di quella del corsoG, ma c’era. Fu così che, il sabato mattina, in presidenza, si ricorse al democratico sistema del pubblico sorteggio.

Per noi andò a presenziare il collega Sandro, al quale raccomandammo di portarci al più presto notizie, tenendo bene incrociate le dita, ma di lui non avemmo cenno alcuno.

-E’ nostro!- mi disse la collega Elena –Lo sento!-

E aveva ragione. Nic era stato “vinto” dalla prima B, in cui cominciò a frequentare il lunedì successivo. Primi due-tre giorni passati a studiare il nuovo ambiente e poi l’amico si dette da fare. Del tutto indomabile in certe ore, più controllato in altre; con me, insegnante di storia e geografia, a giornate alterne. A volte seduto nel suo banco, con la mente rivolta ai suoi pensieri, altre più attivo e…canticchiante in modo sommesso. Sommesso ma continuo. Allora “vestivo” un abito di esteriore aplombica indifferenza che faceva a pugni con la mia indole un po’ irruente che mi avrebbe spinta a tappargli la bocca con un mega cerotto Hansaplast e continuavo la mia lezione, con gli altri alunni che, a mo’ di santi precoci, non si lasciavano distrarre dal giovane.

Tentai perciò di coinvolgerlo in lavori più soddisfacenti. Portai in classe volumi di storia e geografia che giacevano inutilizzati nello scantinato, grandi fogli di carta da pacco, forbici, colla, pennarelli e lo invitai ad allestire cartelloni esemplificativi sulle regioni italiane, sugli usi e costumi dei Romani…

-Cosa posso ritagliare, prof?-

-Le cartine delle regioni, guarda, per esempio, la valle d’Aosta, la ritagli poi la incolli e scrivi il nome sotto..-

-E se lo scrivo sopra, prof?-

-Va bene so stesso… -

-Prof, ma che pennarello posso usare? Va bene quello rosso, prof? Prof, o è meglio quello blu? Chi ha un pennarello grosso? E questo, prof? Ma come si chiama questa regione, prof?-

E via di questo passo. Ogni lezione, un happening. Nic, disteso a terra, vicino alla cattedra o in fondo alla classe, con forbici, colla, cartellone e domande, e prof, prof … Questo quando tutto andava bene, naturalmente. Altrimenti non si sapeva a che santo votarsi.

Da parte mia, profondi respiri, auto-esortazioni a stare calma e a pensare al mio fegato e, in un modo o nell’altro, le lezioni andavano avanti.    

Intanto le settimane passavano e si giunse alla fine dell’anno. Allo scrutinio finale, l’alunno Nic fu bocciato, con voti quasi unanimi. Gli unici tre ad alzare timidamente la mano per la promozione, pur con motivazioni diverse, furono il preside, il collega di musica e la sottoscritta.

Bocciato! Nic sarebbe stato mio alunno anche l’anno successivo. Che bella prospettiva!

Fui salvata solo dall’ennesimo trasferimento della famiglia che ai primi di settembre lasciò Trento per altri lidi. E di lui non sapemmo più nulla.

 

Nic è stato uno di quegli alunni per i quali la scuola non è riuscita a fare più di tanto, perlomeno nel periodo in cui l’ho conosciuto. I motivi? Diversi, ma non saprei dare una risposta completa. La famiglia, l’organizzazione scolastica, gli insegnanti? Sicuramente un concorso di … “colpe”.

Nic mi è tornato alla mente leggendo uno degli ultimi post di La Vostra Prof, insegnante ancora “in trincea” e alla quale auguro davvero un buon lavoro, in questi tempi duri, augurio che allargo a tutti gli insegnanti. Resistere, resistere, resistere come aveva detto, tempo fa, il procuratore capo Borrelli. Ed io vorrei aggiungere, il mio di motto: ripetere, ripetere, ripetere. 

 

 

 

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categoria:ricordi, problemi, scuola, colleghi, alunni
mercoledì, 22 ottobre 2008

Ieri sera sono andata al cinema Astra dove proiettavano il film francese, vincitore della Palma d’Oro di Cannes, “La classe” (Entre les murs), tutto ambientato all’interno di una scuola media superiore della periferia parigina.

Una classe multietnica, con ragazzi di recente e di “antica” immigrazione che non sempre riuscivano ad avere buoni rapporti interpersonali, una classe difficile, con studenti poco interessati alla scuola, allo studio, all’impegno.Entre les murs1

E, sopra tutti, la figura del giovane insegnante di lettere, Francois, che con pazienza indicibile cercava di aprire quelle menti alla conoscenza e alla curiosità.

 

Casualmente, l’Husband ed io siamo finiti accanto ad un ex insegnante di nostra conoscenza, che nelle scene clou ha sempre commentato, con un misto di stupore, di umana compassione e di sollievo –ah, ma per fortuna erano meglio i nostri ragazzi…-

Sì, per fortuna! Non ho mai incontrato situazioni simili ed ho sempre potuto lavorare con buona (o perlomeno discreta) soddisfazione. Altrimenti, per dirla con un’espressione giovanile, sarei sclerata in poco tempo.. E di Esmeraldà, grazie a Dio, non ne ho mai incontrate!

 

Comunque, consiglio il film a tutti, ministrella in primis. Forse capirebbe qualcosa della fatica di insegnare.

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categoria:film, problemi, scuola, alunni
mercoledì, 22 ottobre 2008

Al Tonale tornammo nel dicembre 1996, proprio la settimana prima dell’inizio delle vacanze di Natale. Questa volta eravamo pronti a qualsiasi attacco, di virus, di batteri, di qualsiasi nemico si fosse presentato alla porta.

Prima della partenza, infatti, ogni alunno della 2B di quell’anno aveva portato un foglietto, scritto e firmato da uno dei genitori con tutte le prescrizioni in caso di improvviso attacco febbrile, con allegate le necessarie medicine e così i miei bagagli furono appesantiti e da una robusta teca con le domestiche “cartelle mediche” di ciascuno e da una altrettanto robusta borsa di plastica con flaconi di aspirine, tachipirine, novalgine, gocce per le orecchie, sciroppi per la tosse… ciascuno col suo bravo nome del proprietario scritto a chiare lettere. La mia stanza si trasformò subito nella dependance di una farmacia, con tubetti, bottigliette, flaconcini e quant’altro, bene allineati sulla mensola a fianco della finestra. Ce n’erano da curare un battaglione e, come sempre succede in questi casi, nessuno ne ebbe bisogno. Meglio così. Le medicine si limitarono a cambiare aria.

Stessa farmacia e stessa robusta teca, nell’ottobre del 1998, l’ultima volta che venimmo al Tonale prima della chiusura del Centro, per una settimana non tanto bianca, quanto “verdolina”  (e umidina, giusto per fare rima). Anche allora, tutti sani e felici. Ma quella fu la volta… dell’incendio.

Un incendio inesistente, solamente immaginato dalle fervide menti delle nostre neppure tredicenni discepole, ma che tenne banco nei discorsi per quasi tutta la durata del soggiorno.

La “sindrome da incendio” scoppiò nella tarda serata del martedì. Era stata una giornata piovosa e sulla zona gravava una densa foschia, che rendeva ancora più inquietante il buio della notte.

I ragazzi si erano coricati, stanchi della lunga giornata densa di attività e finalmente, verso le 11, nel Centro regnò la quiete. Ciascuno nella propria stanza, luci spente, silenzio.

Noi insegnanti allora scendemmo nella saletta del bar, per un momento conviviale da trascorrere assieme, in tranquillità, facendo quattro chiacchiere e quattro risate.

Stavamo bevendo una tisana, quando, improvviso, scoppiò il finimondo. Alte grida femminili si erano alzate dal piano superiore, urla un po’ isteriche che non accennavano a diminuire d’intensità. Di slancio allora corremmo lungo le scale e, giunti al piano delle ragazze, le trovammo tutte sul corridoio, che strillavano, gridavano, qualcuna piangeva, qualcuna batteva i denti, abbracciata ad una strillante compagna e, tra loro, la direttrice del centro che gridava a sua volta cercando di riportare la calma, ma non riuscendo a soverchiare le loro, di voci. Si calmarono un po’, vedendoci.   

-Che succede? Cosa fate qua fuori?-

-Ah., prof, prof, ih, ih, l’incendio, c’è l’incendio…-

-L’incendio?? Dove?-

-Lì, lì- e indicavano le finestre delle stanze.

-Lì, dove?-

E allora capimmo. Dalle finestre delle stanze che guardavano verso est, in lontananza, ma grande lontananza, laddove sorgono i deturpanti edifici del passo Tonale, orribili condomini per turisti, alcuni mega-alberghi, si vedeva un bagliore rossastro che illuminava, fiocamente tra l’altro, la densa foschia.

-QUELLO? L’INCENDIO SAREBBE QUELLO?- A quell’ora la pazienza di noi insegnanti aveva raggiunto il livello minimo.

-Sììì-

-QUELLE SONO LE LUCI DEL TONALE! E ADESSO A LETTO!!-

Non erano convinte. Si erano zittite, tornando più simili ad agnelli che alle aquile di poc’anzi, ma non erano dome.

-Ma quelle sono fiamme! E se arrivano fin qui?-

Da sottolineare che il nostro edificio sorge, solitario, in una spianata erbosa a un km abbondante dal “centro” abitato..

-Non è un incendio… E se anche fosse, qui, noi siamo al sicuro…-

-Ma se stanotte le fiamme arrivano…

-SE LE FIAMME ARRIVANO, VENITE A CHIAMARCI E VI SALVEREMO!! E ADESSO, BUONANOTTE!!-

Finalmente riuscimmo a farle tornare nelle rispettive stanze e potemmo coricarci pure noi.

Il mattino seguente, quando andammo a svegliarle, le invitammo alla finestra, mostrando loro il consueto paesaggio, ma non riuscimmo a convincerle. L’incendio, secondo loro c’era stato e se ne vedevano i segni sulle case.

-Guardi, prof, si vedono i segni delle fiamme-

-Ma sono i poggioli! Di legno! Un po’ rovinati, d’accordo, ma sono i poggioli!-

Le creature parlarono per giorni dell’incendio e delle sue conseguenze e si convinsero solo quando le portammo in paese, dove, novelle sante Tommase, constatarono “de visu” che la casa bruciata era ancora intatta.

E chissà se davvero se ne convinsero! 

postato da: cautelosa alle ore 07:23 | Permalink | commenti (9)
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