sabato, 13 giugno 2009

Lunedì 8 giugno.

Una nuova giornata di sole ci accoglie al risveglio, ottimo auspicio per l’escursione sul monte Saccarello, la cima più alta della Liguria, a due passi dal confine francese.

Ed il sole mattutino, unito al caldo subito ieri, mi induce ad un errore colossale, in cui potrebbe incorrere solo un principiante della montagna e parto senza giacca a vento, né pantaloni lunghi che lascio a riposare nell’armadio della stanza…

Errore grossolano di cui mi rendo conto non appena il pullman prende la strada verso l’interno. Già, perché man mano ci avviciniamo alla meta, a comode due ore di distanza, le condizioni meteo cambiano decisamente e dal sole della costa andiamo incontro ad una nuvolaglia sempre più fitta che non promette nulla di buono.

E se piovesse? Meglio non pensare a questa evenienza… Non avrei nulla con cui ripararmi…

Perciò guardo con apprensione silenziosa e crescente l’indicazione della temperatura esterna che il display sopra il cruscotto dell’autista segnala. 16 gradi a Pieve di Teco, 15 sul col di Nava, 14 a Monesi, dove il pullman ci “sbarca” e dove troviamo in nostra attesa alcuni soci del Cai sanremese, presidente Mirella in testa, che ci accompagneranno nel nostro cammino. E indossano tutti abiti pesanti…

-C’è un po’ di vento…- dicono –ma camminando ci si riscalda…-

Sarà…

Partiamo tutti assieme e risalite per un tratto le piste da sci, ci portiamo sul versante che conduce alla cima. Non è un percorso faticoso e lo compiamo a ranghi quasi compatti, seguendo gli amici del Cai ligure. Nessuno corre, neppure i “pié veloce”, tutti obbedendo agli ordini del capogita che si era espresso in modo categorico.

-Star tutti dietro l’Adriano! Che no se perda qualchedun… -

Peccato che il cielo sia grigio e l’arietta sia frizzante… il che ci induce a mantenere un buon passo e circa a mezzogiorno siamo al Rifugio Sanremo, graziosa costruzione di proprietà della sezione sanremese, aperto per l’occasione proprio per noi. E menomale! Perché mangiare il pranzo al sacco all’aperto, al freddo e tra la nebbia che ci circonda, non sarebbe stato l’optimum. Invece così siamo al coperto e possiamo perfino gustare un buon caffè che le solerti socie sanremesi preparano per noi.

Al momento di rimetterci in cammino, ecco che incontro sulla mia strada la Provvidenza, nelle vesti del buon Pierino che mi presta la sua giacca a vento grazie alla quale sono pronta ad affrontare anche bufere polari…

Qualche foto di gruppo, bene intabarrati e via. Ci attende un’altra salitella lungo la cresta per raggiungere dapprima la sommità con la statua del Redentore, quindi, pochi minuti più tardi, la cime vera e propria del Saccarello con la stele commemorativa di un gruppo di alpini morti travolti da una valanga. Di qui dovremmo godere di vasti panorami, sui versanti italiano e francese, fino al Monviso e alla Costa Azzurra, ma questo, ahimé, rimane un pio desiderio… Nebbia, nebbia e null’altro che nebbia…

La sosta è perciò brevissima, giusto il tempo per un canto corale ed un’ultima foto di gruppo, quindi la discesa verso Monesi, in “direttissima” lungo il tracciato delle piste da sci. Un “bel” percorso, ideale per chi avesse le ginocchia sofferenti…

Comunque scendiamo e man mano perdiamo quota si dirada pure la nebbia, cosicché, quando un paio d’ore più tardi siamo a Monesi e all’unico locale aperto, siamo perfino accolti da qualche timido sprazzo di sole.

Una breve cerimonia di saluto con i rappresentanti del Cai di Sanremo, con scambio del gagliardetto sezionale, quindi non ci resta che risalire in pullman per il lungo rientro verso l’hotel.

E nel giardino dell’albergo, dopo un’ottima, ultima cena, si elevano alti i canti degli alpinisti trentini in trasferta, tra un brindisi e l’altro, mentre la sottoscritta e le altre tre compagne di camminata ripercorrono ancora una volta le strade della Sanremo by night…

 

 

Martedì 9 giugno.

Si parte. Sistemati i bagagli nell’apposito vano del pullman, un ultimo sguardo alle splendide ortensie e alla coloratissima bouganville del giardino dell’hotel, prendiamo posto a bordo e Walter è pronto alla partenza.

Con noi c’è Marco, l’altra guida sanremese che ci ha accompagnati nei giorni precedenti, assieme a Sara, il quale ci condurrà stamattina a visitare alcuni piccoli centri, prima del pranzo conclusivo in un agritur della zona.

Ripercorriamo così le vie di Sanremo, ascoltando le ampie spiegazioni del nostro cicerone che ci fa osservare eleganti ville e armoniosi giardini e nel giro di una mezz’ora siamo a Taggia, la prima meta odierna.

Un giro per il centro storico, la visita ad alcune chiese sempre accompagnati da interessanti annotazioni ed è già ora di risalire sul pullman per recarci a Badalucco, dal curioso nome…

Anche qui visitiamo il centro storico, ammiriamo la chiesa principale, il museo della ceramica, attraversiamo un caratteristico e antico ponte di pietra, quindi ci rechiamo all’antico oleificio di Panizzi Gio Batta, detto “Cicin”, dove siamo accolti da un piccolo buffet di degustazione dei prodotti della casa. Pesto, patè d’olive, pomodori secchi sott’olio, olive taggiasche accompagnati da buon pane casereccio. Una vera bontà a cui facciamo onore…

E dopo la visita al frantoio c’è la possibilità di acquistare dei prodotti ed ecco i satini uscire dall’edificio recante ciascuno qualche squisitezza da portare a casa. Per non parlare del consorte che esce addirittura con scatolone ricolmo…

Poi, l’ultima fatica della giornata, il pranzo alla locanda “Le Macine del Confluente”, un posto magnifico, alla periferia di Badalucco, dove possiamo degustare un pranzo sopraffino che resterà a lungo nella memoria dei partecipanti al viaggio…

Sono le 15.30 quando, sazi e pienamente soddisfatti, ripartiamo alla volta di Trento. Un viaggio lungo, con l’imprevisto di una coda di circa 13 km in autostrada causata da un incidente fra tir e “l’accoglienza”, una volta giunti nella pianura padana di una serie di temporali che ci accompagneranno fin quasi alle porte di casa, dove giungiamo quando sono quasi le 23.

E tra festosi saluti ed un pizzico di malinconia, si ritorna alla vita quotidiana… In attesa di un’altra vacanza…

 

P.S. L’husband, sempre amante della macchina fotografica, ha “pubblicato” sul sito della Sat circa 190 fotografie del viaggio.

Se qualcuno volesse vederle, l’indirizzo è il seguente:

 http://picasaweb.google.it/sezionesatrento/Sanremo#

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categoria:amici, escursioni, vacanza
venerdì, 12 giugno 2009

Una meta senz’altro inusuale, Sanremo, per il gruppo dei montanari della Sat , che aveva suscitato anche qualche domandina un po’ irridente…

-A Sanremo? I ve aspeta al’Ariston?-

No, non ci attendevano all’Ariston, per il quale non avevamo preparato alcun pezzo canoro, ma ci attendevano due interessanti escursioni alla scoperta dei rilievi della zona o, in alternativa la visita a bei borghi arroccati sulle propaggini delle Alpi Marittime.

A ciascuno il suo programma, insomma.

E siamo in 48 ad affrontare questa trasferta, partendo alle 6.30 di sabato 6 giugno, sotto il cielo grigiastro del primo mattino trentino, ancora una volta in questa stagione guidati da Pierino che nei mesi scorsi aveva dedicato lunghe ore all’organizzazione della vacanzina.

Trasferimento tranquillo e verso le 14 siamo alla meta, accolti da un tiepido sole che rallegra gli animi di ciascuno.

Veloce sistemazione nel centrale hotel Eden, un tre stelle di antica assegnazione che avrebbe bisogno di cospicui investimenti per un necessario restyling e siamo pronti per la visita della città. Una lunga camminata per le vie del centro, ascoltando le interessanti spiegazioni di Sara, la guida che ci farà compagnia per tutto il periodo e ammirando gli edifici principali. Il lungomare, la chiesa russa, il casinò, i palazzi del centro, la cattedrale di S. Siro, i vicoli della Pigna con l’oratorio di S. Sebastiano, il santuario che domina la città e poi di nuovo in centro, uno sguardo all’Ariston che, piaccia o meno, rappresenta sempre un pezzo di storia sanremese, un paio di minuti per un caffè o per l’assaggio di una tipica focaccia e, percorrendo caratteristiche stradine, siamo al porto.

Ancora qualche spiegazione e poi dirigiamo i nostri passi adesso all’hotel, dove qualcuno, in attesa dell’ora della cena, approfitta del tempo per un bagno in piscina, incurante dell’arietta frizzante che nel frattempo si è levata.

Infine, dopo cena, a gruppi sparsi ce ne torniamo verso il centro e mentre qualcuno visita le sale del casinò, magari tentando la fortuna, io e tre amiche ripercorriamo le strade del pomeriggio, per una visione di Sanremo by night, prima di ritirarci per il riposo notturno.

Domani ci attenderà una bella performance…

 

Domenica 7 giugno.

Ore 8.00. Il gruppo dei quaranta trentini (otto si dedicheranno ai piaceri della turistica…) è pronto, scarponi ai piedi e zaini in spalla, al porto di Sanremo in attesa di espletare le “pratiche” di iscrizione alla “4000… sul mare”, la camminata non competitiva organizzata dal Cai sanremese alla quale partecipiamo pure noi. Da Sanremo a Baiardo, grazioso paese dell’entroterra, seguendo gli scalini, appunto 4000, che passano a fianco della condotta dell’acquedotto

Due sono i percorsi: quello lungo, circa 32 km di lunghezza e 4000 scalini da superare e quello “breve”, circa 20 km e “solo” 1800 scalini… Una bazzecola, insomma…

Naturalmente i “duri e puri” non hanno dubbi e decidono da subito per il tragitto più impegnativo, mentre la sottoscritta che a volte si sente sorella di Amleto, in quanto a decisionismo, dopo un lungo tira e molla interiore, alla fine opta per il cosiddetto “breve”.

E breve sia, allora. Partito il primo gruppo, abbiamo una bella ora di attesa del pullman che ci condurrà fino al ponte dell’Oxentina, lungo la strada provinciale Taggia-Badalucco, dove cominceranno le nostre fatiche.

Poi, finalmente, arriva anche il nostro turno di partire. Insieme ad un folto numero di escursionisti, compresi molti francesi, a bordo di due autobus colmi fino all’inverosimile, risaliamo le ardite strade dell’entroterra ligure ed ora eccoci in strada.

Sono le 9.30 circa e sotto il sole già caldo ci mettiamo in marcia. Una carrareccia, poi un sentiero nel bosco ceduo e in circa mezz’ora siamo al primo punto di ristoro. Un bicchiere d’acqua o di the freddo, un assaggio di frutta secca e siamo già sulla prima scala.

Più di cento scalini in discesa, sui quali prestare la dovuta attenzione e poi, superato un modesto ponticello, ecco la risalita. Una serie di alti gradini, molti dei quali sconnessi, con due rudimentali corrimano cui sostenersi. Comincio a salire. Senza alzare mai lo sguardo, un passo dopo l’altro. Li conto. Cento, duecento, trecento…  Ogni tanto una sosta è d’obbligo. Dietro di me, una ventina di scalini più in basso c’è Giovanna, dietro la quale due signore “locali” continuano a chiacchierare mentre risalgono.

-Ma dove troveranno il fiato?- mi domando.

Finalmente, quando il conteggio ha già superato il numero seicento, sento il grido di gioia di chi mi precede. Siamo in cima alla salita! Urrah!

Definirmi sudata è un eufemismo. Sembra che sia uscita dalla doccia… Una pausa all’ombra per bere e cambiare la maglietta e poi di nuovo in cammino.

-Il più è fatto- dicono le signore liguri, evidentemente conoscitrici del percorso.

Menomale!

Con Giovanna adesso proseguo nel folto bosco lungo un comodo sentiero pianeggiante, ombreggiato da lecci e castagni, che ci permette di procedere senza fatica, immerse in intense conversazioni, almeno fino alla scala successiva, quindi alle seguenti… Ma queste risalite non sono neppure paragonabili alla prima affrontata e il passo si mantiene costante e cadenzato.

E poi siamo al secondo ristoro: le scale sono finite, ma non la nostra fatica, dato che ci attende un’altra ora abbondante di cammino, dapprima in moderata salita, quindi l’ultimo tratto in discesa nel bosco.

Adesso sono con Luisa e Silvana e assieme proviamo un moto di vera gioia nel vedere, usciti dal fitto del bosco, il paese di Baiardo, appollaiato su uno sperone roccioso. La nostra meta! Eccola!

In verità abbiamo ancora una ventina di minuti di strada prima di dire conclusa la nostra camminata, ma oramai è fatta.

E alle 15, vale a dire dopo cinque ore e mezzo di cammino, pressoché senza soste, con il nostro diploma di partecipazione in una mano ed il grande ombrello-regalo nell’altra, raggiungiamo la piazza del paese dove solerti cucinieri stanno preparando chili e chili di pasta a ritmo continuo, da servire ai baldi camminatori man mano giungono all’arrivo.

Così, sedute accanto ai compagni che ci hanno precedute, nell’atmosfera gioiosa e ridente di fine impresa, attendiamo l’arrivo degli altri satini. Tutti soddisfatti e fieri, pur con un velo di apprensione per l’amico Enzo, condotto al pronto soccorso del nosocomio sanremese in seguito ad una caduta lungo il percorso. Nulla di rotto, per fortuna, solo una dolorosa contusione al torace.

 

E infine ce ne torniamo a Sanremo con l’autista Walter che guida con perizia e con ardite manovre lungo le strette strade dell’entroterra… Quindi la cena, i due passi verso il centro gustando un meritato gelato prima del riposo notturno. E mi addormento con le parole del nostro valente capogita che, seduto con altri compagni nel giardino dell’hotel, ripete con la sua voce possente…

“perché se cadevo da quella ripida prima scalinata, i butevo zo tuti come birili… ehehehe!”

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categoria:amici, escursioni, vacanza
lunedì, 01 giugno 2009

Le previsioni meteo non erano delle migliori, si sapeva, ma sembrava che la pioggia attendesse il pomeriggio per venirci a trovare e invece…

Ore 6.30 di domenica 31 maggio. Siamo pronti alla partenza, anche questa settimana numerosi, 53 iscritti per quella che dovrebbe essere un’appagante escursione sulle montagne a cavallo tra le province di Trento e Vicenza, propaggini della catena di Cima Dodici.

Fa più fresco delle domeniche appena trascorse, ma c’è comunque qualche audace che si presenta in tenuta… estiva, con immediato rivestimento non appena scendiamo dal pullman a passo Vezzena, nei pressi del quale, nella sottostante val d’Assa, comincia il percorso odierno.

La temperatura infatti è assai frizzante ed è forse per riscaldarci che affrontiamo a passo celere il primo tratto di strada forestale che sale con pendenza graduale fino al bivio con il sentiero per le malghe soprastanti e la successiva cima Manderiolo, punto più elevato della giornata.

Percorso assai comodo, se non fosse per l’elevato numero di cadaveri arborei che incontriamo sul nostro cammino, decine di alte conifere, schiantate dalle abbondanti nevicate di questo pazzo inverno appena trascorso. Ma percorso allegro, tra lo scavalcare possenti tronchi, l’intrufolarsi tra tunnel di fronde, lo schivare rami appuntiti…

-L’è en percorso de guerra!- ride qualcuno.

-Altro che en percorso vita!-

-Eh sì, che massaggi coi rami dei pézi (=abeti) zo per le gambe…-

Ed infine eccoci all’inizio del sentiero, dove il capogita Pierino sta attendendo i suoi “discepoli”. La parte ad ostacoli è finita e d’ora in avanti le fatiche da affrontare riguarderanno solo la salita…

La quale non è particolarmente ripida tanto da permettere a molti di conversare su e su e così mi capita di farmi una cultura sui Gas (gruppi di acquisto solidale), sentendo i discorsi di Claudio e Ann che camminano proprio dietro di me.

Ma c’è qualcos’altro che fa sentire la sua presenza: la pioggia! Dapprima gocce sparute, poi via via più intense fino ad una vera precipitazione che ci accoglie non appena siamo fuori dal bosco, sui vasti prati antistanti malga Dosso di Sopra.

-Me par la Scozia- dice l’husband, memore dell’abbondante piovosità di quella verde regione.

Ed allora è tutto un rivestirsi, un tirar fuori ombrelli e un indossare mantelle e giacche a vento, un coprire gli zaini prima di incamminarci nella nebbia. Già, perché adesso anche questa cara “amica” è venuta a farci visita ed è pure densa tanto che non si vede a pochi metri di distanza…

Alla Dosso di Sopra, tra l’altro chiusa, la sosta dura il minimo indispensabile, poi, in fila indiana e ravvicinata, ci incamminiamo verso una seconda malga dove tra l’acquisto di formaggio locale, un breve spuntino e il decidere sul da farsi, ci fermiamo una decina di minuti. Che fare adesso?

Pierino, inizialmente intenzionato a raggiungere la cima con i volonterosi volontari pronti a sfidare nebbie, pioggia e terreno sdrucciolevole, opta poi per seguire la strada forestale che scende, dopo lungo percorso, direttamente a passo Vezzena e il folto gruppo dei satini si incammina sotto la pioggia in multicolore e chiassosa brigata….

E sempre in compagnia di quest’acquerugiola che non accenna a smettere, procediamo di buon passo lungo il facile percorso, dalla malga in poi in leggera discesa. Saranno quattro-cinque chilometri di strada, attraverso boschi, passando accanto a prati e a pascoli, poi, lasciato il manipolo di audaci che col capogita sale alla seconda delle cime oggi in programma, la Cima Vezzena, meglio conosciuta come Piz de Levico, puntiamo decisamente verso i bar-ristorante del passo.

Li raggiungiamo quando sono le 13.30 e finalmente possiamo sostare in un luogo caldo e accogliente, rifocillandoci con qualcosa di “buono”, che completi il panino, mangiato lungo la strada…

Sostiamo nella grande sala del bar Vezzena, chi immerso in amichevoli conversazioni, chi dedito ad appassionanti partite a carte, chi, come la sottoscritta, seduta accanto alla stufa ad ole, godendo del tepore da essa emanato, fino a che non rientrano i compagni che hanno raggiunto la cima.

Adesso, prima di ripartire verso casa con largo anticipo sull’orario stabilito, ci attende un’ultima “incombenza”: festeggiare il compleanno dell’amica (e mia coetanea) Alberta, con un assaggio di torta e un brindisi bene augurante, tutti accalcati sotto il grande gazebo esterno del bar, mentre la pioggia scroscia come non mai….

E a questo punto, che dire di questa strana, uggiosa giornata? E di questo tempo che dopo averci fatto credere che l’estate fosse ormai cominciata, ci ha regalato inattesi sprazzi di “freschezza”?

Nulla diciamo, se non esprimere la speranza che il prossimo fine settimana sia speciale, meteoricamente parlando: ci attendono quattro giorni in quel di Sanremo, stesso capogita e in gran parte stesso gruppo, per una nuova, avvincente avventura…

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categoria:amici, montagna, escursioni
lunedì, 25 maggio 2009

Non ci sono problemi, questa mattina alle 7: pullman puntualissimo, altrettanto gli escursionisti e alle 7.02 possiamo partire, 55 a bordo del grande mezzo, più quattro che seguono in automobile.

Già, perché l’attuale escursione ha riscosso un altissimo gradimento tanto da risultare “completa” fin dal primo giorno delle iscrizioni, con grande soddisfazione per il bilancio della Sat e per la sottoscritta, oggi capogita.

Capogita tecnologicamente avanzata, disponendo delle nuove radiotrasmittenti dalla settimana scorsa in dotazione, una agganciata al mio zaino, l’altra nelle mani del consorte, col quale comunicherò durante il tragitto, ogni volta sarà necessario…

La meta odierna è la cima del monte Balzo, modesto rilievo altoatesino facente parte del gruppo dello Sciliar, a poca distanza da Bolzano. Un percorso considerato facile, che prende quota con pendenza graduale, alternando tratti di comodo sentiero nel bosco fino a raggiungere il bel balcone sommitale dal quale si godono ampi panorami sulla valle dell’Isarco e sull’impressionante sfilata delle montagne che chiudono a nord la regione.

Sono quasi le nove quando siamo pronti alla partenza. L’husband davanti ed io in fondo al gruppo, per seguire e “curare” le eventuali pecorelle in difficoltà e via…

Risaliamo la forestale fino ai prati di Wühn, una velocissima sosta e poi ci tocca una ripida sterrata, prima di entrare nel bosco che costeggia la strada dove il nostro passo può seguire ritmi più tranquilli, camminando lungo più agevoli “zete”.

Ma, ciò che per molti è facile, per qualche altro rappresenta un ostico terreno di prova ed ecco Beppe, che fatica a tenere il passo e Giampiero, alla sua prima uscita stagionale che suda e soffia, soffre e fatica. Per fortuna la grande famiglia Sat si adopera per “soccorrere” il malcapitato e chi gli offre un sorso di the caldo, chi una pastiglia di potassio, chi lo sostiene moralmente.

-Dai, che il rifugio è qui a due passi- lo sollecito.

E così è infatti: un ultimo sforzo e siamo ai prati verdeggianti sui quali sorge la Tschafonhütte, circondata da decine di grandi tavoli in legno, già occupati da una moltitudine di escursionisti che hanno approfittato della bella giornata per un’appagante immersione nella natura.

-Nente subit su la zima?- domanda qualcuno.

-Sì, sì- rispondo e riprendiamo il sentiero raggiungendo la vetta in un quarto d’ora circa.

-Che panorama!-

La vista di qui è spettacolare ed i commenti si sprecano come non manca il susseguirsi degli scatti dei valenti fotografi… Peccato ci sia un po’ di foschia, altrimenti si potrebbe rimanere qui delle ore per immortalare tutto quello che ci circonda.

Invece, a gruppetti sparsi scendiamo al rifugio, dove continuano a giungere escursionisti da ogni dove, così, trovato un tavolo libero, prendo posto con alcune amiche di cammino e ordino qualcosa per pranzo, mentre attendo il ritorno del guerriero…

E il tempo corre veloce, tra l’attesa del piatto ordinato, l’apprezzamento delle vivande, quattro chiacchiere amichevoli, due passi nel prato, una pennichella al sole ed è già ora di cominciare il percorso di rientro.

Così, lasciato l’husband in attesa del gruppetto di quegli irriducibili, i quali, obbedendo agli imperativi del motto “chi si ferma è perduto”, hanno utilizzato la pausa pranzo per una ulteriore performance (sarà per questo che sono così magri, quelli lì?), riprendo la strada con tutti gli altri.

Il tragitto è lungo assai: una camminata a mezza costa nel bosco, una tratto pianeggiante attraverso boschi e verdi pascoli, infine, ahimé, un’ultima salita per ritrovarci ai prati di Wühn, pronti adesso a ripercorrere i passi mattutini che ci conducono al pullman, non senza aver dedicato uno sguardo ammirato alle montagne che si rispecchiano nelle acque un po' torbide del piccolo lago artificiale.

Il tutto non è difficile per chi abbia un minimo di allenamento, ma il caldo pomeridiano e un’afa persistente ci portano a sudare copiosamente e a consumare le riserve idriche portate negli zaini.

Ma eccoci finalmente al pullman, proprio mentre cominciamo a sentire le prime avvisaglie di un temporale. Qualche gocciolina e rombi di tuono lontani che ci spingono ad affrettare le operazioni finali, nonostante qualcuno ricordi ancestrali proverbi legati al mondo agricolo…

-Se ‘l toneza innanzi piover, sta’ nel camp e no te movèr!-

Sarà, ma è meglio salire sul pullman e affrettarci alla partenza, tanto più che ora ci siamo tutti…

Partiamo e per la serie “il brivido dell’imprevisto”, siamo costretti ad un diverso percorso di rientro attraverso alpestri valli altoatesine, superando passi e impiegando una comoda ora in più rispetto al tempo programmato. Ma per fortuna siamo comodamente seduti, c’è l’aria condizionata a bordo e possiamo pure pisolare, cullati dalle melodie del nostro “coro sociale” da tempo immemorabile silenzioso…

Cosa volere di più dalla vita?

 

P.S. L’esperimento “radiotrasmittenti” ha raggiunto la valutazione di appena sufficiente. Un po’ troppo gracchianti, per i miei gusti!

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categoria:amici, marito, escursioni, domeniche
martedì, 19 maggio 2009

Domenica 17 maggio, ore 6.30.

In una mattinata già tiepida che promette una bella giornata pre-estiva, quarantanove satini di buona volontà sono al consueto punto di ritrovo in attesa del pullman che li deve condurre in provincia di Treviso, comune di Crespano del Grappa, nei pressi del rifugio S. Liberale dove cominceranno le fatiche odierne verso la cima del monte Boccaor.

C’è molta eccitazione nell’aria e, accanto a zaini più pesanti del solito, si intrecciano animate conversazioni.

-Te farai anca ti la ferata?-

-No, mi no. Mi varderò i fiori. E ti, Paola?-

-Ah, mi! Mi fago la paesaggistica…-

-Oh varda! Gh’è anca el matelòt.. Ciao, Filippo, ci sei anche tu! Che bello zainetto! Ma che bravo!-

Già, oggi, in questa giornata ricca di alternative, una ferrata e una classica “paesaggistica” con possibilità di ascoltare le dotte disquisizioni di tre esperti botanici circa i fiori che si incontreranno durante il percorso, abbiamo tra di noi anche una giovanissima mascotte: Filippo, di neppure sette anni, che partecipa con la scattante nonna e che già a quest’ora si sta allenando, “scalando” il tronco di uno degli alberi che limitano la strada.

-Nonna, ma quando arriva il pullman?-

-Eh sì, el pulman! Quand’elo che l’ariva?.-

-Ezio, ma l’avè ordinà el pulman?-

Infatti, mentre i minuti passano inesorabili, del potente mezzo della Trentino Trasporti non si vede traccia. Come mai? Le domande si intrecciano sempre più frenetiche, ad Ezio, al mio consorte, a me medesima come se fossi la depositaria di tutti i segreti della sezione Sat.

Frenetiche telefonate dello stesso Ezio e dell’husband al numero “caldo” della azienda di trasporti, ottenendo risposte contrastanti, ma con identica conclusione.

-L’è en arivo!-

E finalmente, con mezz’ora di ritardo, ecco materializzarsi la grande sagoma del pullman, pilotato da un autista “di riserva”, che sarà raggiunto e sostituito, lungo la Valsugana, dall’autista “ufficiale”.

Cos’era successo? Probabilmente un errore dell’ufficio smistamento che aveva fatto un po’ di confusione con pullman, orari, autisti…

Ma adesso tutto è a posto e, grazie anche allo scarso traffico del primo mattino, riusciamo ad essere al punto di partenza quasi nei tempi previsti, non senza una graditissima sosta in una ben fornita pasticceria..

Al parcheggio antistante il “rifugio” S. Liberale c’è l’affollamento della domenica: auto a destra e a manca, in ogni dove, tanto che le operazioni di cambio scarponi devono avvenire alla massima celerità per non intralciare con il nostro potente mezzo la già poco agevole viabilità.

E partiamo, infine. A passo sostenuto lungo la strada dapprima asfaltata e poi sterrata che risale il bosco, in questa zona, teatro di azioni belliche durante la Grande Guerra, a due passi dal monte Grappa, di cui il Boccaor è una propaggine. A gruppo riunito fino al bivio da cui diparte la traccia verso l’attacco della ferrata dove ci dividiamo: a sinistra, gli audaci alpinisti, imbraco pronto, casco e moschettoni d’ordinanza, che saranno guidati dall’husband e a destra le forze “pedestri”, che risaliranno la lunga e tortuosa strada militare che prende agevolmente quota fino alla cima. E saranno i botanici a chiudere la fila di questo secondo gruppo, con le necessarie soste per osservare e ammirare gli esemplari della flora locale.

Manco a dirlo, Filippo cammina gagliardo fra i primi, agile e scattante come solo un bambino della sua età può esserlo…

Il tracciato non presenta difficoltà all’infuori delle normali asperità di una lunga salita, ma quest’oggi mi sento in forma anch’io e “innestato” il passo cadenzato da montanara, un piede avanti l’altro, un tornantino dopo l’altro, arrivo al pianoro finale. Sudata e soddisfatta. Qui attendo quelli che erano dietro di me e assieme percorriamo il tratto pianeggiante, prima degli ultimi 50 metri di salita ed eccoci sulla cima del Boccaor.

Certo, forse è eccessivo chiamare “cima” una tondeggiante ed erbosa sommità, lungo la quale corre il fossato di una vecchia trincea, ma questa è la meta e qui ci fermiamo, appollaiati un po’ qui, un po’ là a consumare il nostro pranzo. E’ infatti già mezzogiorno e gli stomaci reclamano… Poi, di lì a poco, ecco spuntare i gagliardi arrampicatori, ancora con i loro caschi sul capo e l’imbraco indossato, soddisfatti e paghi dell’esperienza, ancorché affaticati ed infine, gli ultimi, gli amanti dei fiori che avanzano con la tipica andatura del botanico: dieci passi, una sosta, trenta metri, un’altra sosta… e finalmente ci siamo tutti!

La pausa dura fino alle 14.15, quando cominciamo il tragitto di rientro. Un tratto pianeggiante lungo la parete rocciosa, con vedute spettacolari sulla valle S. Liberale con l’omonimo rifugio, quasi un puntolino là in fondo, poi la lunga discesa su un percorso opposto e simile a quello della salita.

Ma quanto è distante il rifugio! Il sentiero sembra interminabile, prima sotto il sole, poi nel bosco, giù e giù e quando uno pensa che la meta si stia allontanando, ecco le prime villette ed infine, ecco il punto d’arrivo!

Che gioia poter togliersi gli scarponi, bere qualcosa di fresco al bar aperto, sedersi sull’erba chiacchierando con gli amici e commentando la giornata tra la soddisfazione generale che si legge sui volti sorridenti.

E felice è anche la nostra mascotte Filippo, che cade in un profondo sonno ristoratore non appena il pullman si mette in moto alla volta di casa. Eh sì, oggi ha meritato il titolo di “camminatore D.O.C.!  

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categoria:amici, escursioni, imprevisti, domeniche
lunedì, 11 maggio 2009

Spesso non occorre andare chissà dove per trovare paesaggi ricchi di fascino e bellezza, spesso basta girare l’angolo di casa per scoprire piccoli gioielli naturali che non avremmo mai immaginato…

E tocca al Bondone, la montagna che tutti i trentini conoscono e da molti considerata una meta banale, regalarci quest’oggi l’emozione di un’escursione appagante e piena di sorprese, ancorché discretamente faticosa, alla Malga Albi, grande edificio rustico in mezzo ad una distesa di verdi prati.

Partiamo alle 8; non siamo molto numerosi, solo 24 camminatori guidati dal nostro Pierino, ottimo conoscitore di ogni sentiero e di ogni anfratto di queste zone.

Neppure venti minuti di pullman e siamo ad Aldeno, ridente borgata della valle dell’Adige da dove, bevuto il consueto caffé, ci incamminiamo in festoso e cicalante gruppo, ma bastano poche decine di passi lungo l’antica mulattiera che conduce a Garniga, piccolo centro alle falde del Bondone e prima meta odierna, perché il silenzio torni a regnare sovrano.

Non si sente rumore alcuno al di fuori del fruscio delle erbe calpestate dai nostri pesanti scarponi e del tintinnare metallico di tanto in tanto prodotto dalle punte dei nostri bastoncini che battono contro le pietre consunte dal tempo e dai passi di tanti viandanti.

Tutti zitti, mentre risaliamo l’erto sentiero che prende ripidamente quota tra il fitto e verdeggiante bosco di latifoglie. In silenzio e sudando, perché fa caldo e c’è un alto tasso di umidità che infastidisce non poco.

-L’è tut salute…- bisbiglia qualche signora –l’è come far la sauna…-

Poi l’erta diminuisce ed eccoci a Zobbio, frazione di Garniga, dove è il momento per una doverosa sosta a pochi passi da una provvidenziale fontana. Un pezzetto di cioccolata, una barretta energetica, un sorso di the ed è già ora di rimettersi in marcia, non senza aver atteso le ultime tre della compagnia, che approfittando della “clemenza” della salita in questo tratto, hanno ripreso le conversazioni interrotte più di un’ora prima…

E riprendiamo il cammino: in un’ora e mezzo dovremmo essere a malga Albi. A tratti su sentiero, a tratti su strada asfaltata, sempre seguendo il segnavia 630, raggiungiamo dapprima i vasti prati di Perdiana entrando poi nel bosco dove altre salitelle ci attendono.

-‘Na mez’ora e ghe sen…- ci incoraggia Pierino.

E mezz’ora, se non di più è il tempo che impieghiamo per arrivare nello spettacolare scenario ai piedi della malga: un’estensione di prati verdi punteggiati di fiori colorati, gialle primule, grosse genziane blu, i primi ranuncoli.

-Che posto magnifico!- dico ad Alberta che cammina accanto a me.

Sì, magnifico e magnifica è pure la vista della malga Albi. E’ mezzogiorno da poco passato e finalmente è l’ora della sosta per il pranzo al sacco e della meritata pennichella, godendo del caldo sole, qui rinfrescato da una leggera brezza di cui siamo grati, dopo tanta afa e umidità.

Dopo mangiato, ciascuno si dedica all’attività preferita: c’è chi cerca di schiacciare un pisolino approfittando di estemporanei giacigli, chi ricerca la prima tintarella stagionale, chi conversa con i vicini, chi girella qua e là sui prati e c’è il manipolo di audaci che, non domi del dislivello superiore ai mille metri finora compiuto, affrontano un’ulteriore salita per raggiungere mete più elevate.

Alle 14.30, riunito il gruppo, Pierino dà il via alla discesa. Torniamo sui nostri passi fino ai prati di Perdiana e di qui, attraverso un bel sentiero nel bosco, nel giro di mezz’ora siamo all’antica chiesetta di S. Osvaldo che sorge solitaria, a poca distanza dall’abitato di Garniga, su un pianoro che si affaccia sulla valle dell’Adige e da cui si può godere di un vasto panorama.

Visitiamo l’edificio sacro da poco restaurato poi ci portiamo in paese dove attendiamo il pullman che ci riporterà a Trento, comodamente seduti ai tavolini esterni dei due bar vicini e concorrenti. Un buon caffé, quattro chiacchiere e due risate amichevoli ed è ora di partire.

-Quanti di voi conoscevano questi sentieri?- domanda Pierino.

Una sola, di tutti noi, li aveva percorsi in precedenza. Per gli altri è stata una piacevole sorpresa, perciò un grazie Pierino per averci fatto conoscere questi luoghi a due passi da casa…

verso la malgaMalga AlbigenzianeS.Osvaldovista su Trento 

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categoria:amici, domenica, escursione
lunedì, 04 maggio 2009

Il sentiero del parroco, questo il curioso nome della piacevole escursione che, dalla valle di Funes, per facili percorsi su traccia di antichi viandanti, quest’oggi ci condurrà a S. Andrea di Bressanone. Probabilmente il nome deriva dalle lunghe camminate che qualche povero sacerdote, in tempi lontani, doveva compiere per raggiungere le chiese affidate alle sue cure, sparse sugli aspri pendii di queste vallate.

E partiamo numerosi alle 7 precise, con il pullman al gran completo, alla volta dell’Alto Adige e del paesino di S. Pietro, in val di Funes, dove cominceremo le fatiche odierne. C’è qualche volto nuovo fra i consueti frequentatori delle “paesaggistiche”, come il giovane tunisino Mejri, che affronta la sua prima esperienza di gruppo, con entusiasmo e voglia di conoscere ambienti e persone… E c’è pure l’husband che ha dovuto rinunciare alla prevista uscita sulle nevi della Marmolada, sospesa dopo la rovinosa valanga dell’altro giorno e quindi ritornato fra noi, con la fida macchina fotografica al collo, pronto ad immortalare paesaggi e gitanti.

Non sono ancora le 9 quando, espletato il tradizionale rito del caffè pre-partenza, il folto e colorato gruppo dei gitanti trentini si mette in cammino lungo le strade di S. Pietro, in modo un po’ chiassoso e disordinato, salendo verso i masi che sorgono solitari in mezzo ai verdissimi prati, punteggiati da centinaia e centinaia di gialli fiori di tarassaco. E’ una bella mattinata primaverile, con il cielo sereno ed una temperatura gradevole che ci permette di camminare senza essere gravati da pesanti indumenti…

Durante la salita possiamo ammirare il vasto panorama delle Odle e del Sass de Putia che si stagliano contro l’azzurro del cielo e nel giro di poco più di mezz’ora siamo alla chiesetta di S. Antonio che ci attende, bianca e minuscola, proprio all’imbocco del sentiero. Qui il gruppo è fermo in attesa degli ultimi, compreso quel compagno che, allontanatosi per acquistare le sigarette (quando si dice il vizio!), come nelle più trite storielle, sembra sparito nel nulla. Poi, grazie a frenetici contatti telefonici, il disperso ritrova la retta via e finalmente possiamo riprendere il cammino, snodandoci in lunga fila verso il giogo di Vikoler, che separa la valle di Funes da quella di Eores.

Ora seguiamo una comoda strada forestale fino al bivio da cui diparte lo stretto sentiero che, a tratti protetto con una staccionata in legno, taglia a mezza costa un ripidissimo pendio, fino al caratteristico maso che a fondovalle sembra “controllare” il ponte sul torrente Eores. Qui una doverosa sosta al sole prima di risalire l’erto versante opposto della valle fino al paese di S. Giorgio di Eores (oggi viaggiamo… di santo in santo), alla periferia del quale, per la serie “il brivido dell’imprevisto”, una signora del gruppo ha un calo di pressione che le provoca un breve mancamento. Immediate cure dei samaritani presenti e “ripresa” della malcapitata che, inizialmente controllata a vista, percorre le ultime decine di metri che la separano dal grande locale pubblico dove è prevista la sosta pranzo.

Molti accedono all’interno per degustare i caratteristici piatti della cucina tirolese, mentre altri si sistemano all’esterno, dando fondo a quanto portato nello zaino ed affrontando con un po’ di coraggio l’abbassamento della temperatura ogni volta il sole è nascosto da scure nubi minacciose e la sosta in loco dura fin quasi alle 14, quando, adeguatamente rifocillati e addolciti dall’ottimo strudel della casa, ci rimettiamo in cammino verso S. Andrea.

Così, a gruppo un po’ sgranato, conversando amabilmente con chi ci sta accanto, percorriamo la tranquilla strada in direzione di S. Giacomo e attraversiamo le vaste abetaie della selva di Cleran, prima di imboccare l’ultimo tratto di discesa che nel giro di una mezz’ora ci porta al grande parcheggio della stazione a valle degli impianti di risalita della Plose dove il nostro autista è in nostra trepida attesa.

Sono le 16 appena battute e siamo in anticipo sulla tabella di marcia, per cui il capogita Domenico ci “concede” un’ultima pausa rifocillante in qualche locale della zona, in modo che ciascuno possa ristorarsi con quanto ritiene più opportuno. Il caldo sole del pomeriggio e la discesa affrontata a ritmo un po’ sostenuto richiedono infatti qualcosa di refrigerante, una fresca birra o un buon gelato….

E le nostre esigenze trovano risposta in un bar-gelateria alla periferia di Bressanone (a S. Andrea non c’è pressoché nulla…), dove l’unica e giovane cameriera salta come un grillo di qua e di là per rispondere ai bisogni di ciascuno.

Così avviene e, come commenta placida un’amica di “viaggio” mentre assapora voluttuosamente un goloso e cremoso cono “el bel l’è che aven fat tuta sta fadiga per smaltir qualche caloria…. e po’ sen qua che ne magnen en gelato!

Sarà anche un peccato di gola, ma che soddisfazione! Giusto per chiudere una bella escursione…

 

P.S. Per dovere di cronaca, le foto odierne sono dell’husband… dato che, per dirla alla latina, “ubi maior…”

 sentiero del parroco0sentiero del parroco1sentiero del parroco2sentiero del parroco3

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categoria:amici, marito, escursioni, domenica
martedì, 14 aprile 2009

Così sono trascorse anche la festività pasquali, due giorni caratterizzati da un tempo discreto pur con una bella foschia che ha impedito di godere gli ampi panorami sul lago Maggiore…

Ma raccontiamo con ordine..

Partenza mattutina nella giornata di sabato, con tutta una serie di bagagli che farebbero ipotizzare soggiorni di almeno una settimana; viaggio tranquillo sulle italiche autostrade compreso il tratto della Milano-laghi, di solito piuttosto affollato; consueta irritazione per le interminabili soste ai nove (nove!) semafori che si incontrano sulla superstrada tra Sesto Calende e Gemonio e che anche stavolta “becchiamo” col rosso; rallentamenti d’ordinanza fin oltre Luino e finalmente, i sei km di tortuosa strada che risale il versante della montagna ed eccoci a Musignano.

Lasciamo l’auto nella piazzetta esterna all’abitato, all’interno del quale si può circolare solo a piedi e raggiungiamo la grande e ospitale casa di Cora e Giovanni, come sempre accolti con grande affetto. Stranamente siamo in pochi: noi e loro, comprese le due figlie minori; domani giungeranno la maggiore ed una coppia di amici con figlia adolescente per trascorrere assieme il giorno di Pasqua. Ah, dimenticavo, c’è anche la “new entry” di famiglia, la gattina Strale, la sorella pelosa come la chiama affettuosamente Cora, che qui a Musignano gode di piena libertà di movimento.

Pranziamo e poi, quattro passi su per la ripida sterrata che porta al lago d’Elio, come al solito ben divisi: davanti i due “signori” e dietro le “signore” che come accade ogni volta hanno tutta una serie di “aggiornamenti” e di novità da scambiare l’un l’altra. E come sempre, in questa amicizia che dura da quasi cinque lustri, bastano pochi minuti per riallacciare fili comunicativi nonostante ci si veda sì e no un paio di volte l’anno. Ma per il valente cuoco ed il suo fido compare (l’husband) è ben presto ora di far ritorno: c’è da preparare l’impasto per la pizza serale e per la tradizionale pastiera, uno dei capisaldi del pranzo pasquale.

Così i due se ne dipartono a grandi passi, mentre noi ce la prendiamo comoda e torniamo quando l’attività culinaria sta già fervendo. C’è ancora il tempo per amichevoli discorsi ed è presto ora di cena, con la generale approvazione delle pizze di Giovanni.

Ma l’abilità e l’inventiva dello chef si scatenano il giorno di Pasqua, con la preparazione di tagliatelle all’ortica con fave ed erbette dell’orto, la ricca grigliata accompagnata da carciofi e patate, la pastiera e la macedonia e a seguire, cioccolata a volontà. Per non parlare degli antipasti di varia specie che hanno “aperto” il festante convivio.

E hai un bel fare, dopo, due passi “digestivi”, nel pomeriggio, fino alla cappellina nel bosco… E’ il minimo che ci si aspetti!

La serata pasquale si conclude con una buona tisana che ottiene grande successo tra i presenti, che hanno preso comodamente posto su divano e poltrone, compresa quella di “proprietà” di Strale che non trova di meglio se non acciambellarsi sulle ginocchia dello sfacciato usurpatore.

Giungiamo così al lunedì di Pasquetta, la classica giornata dedicata ai pic-nic fuori porta. Invece per noi è il giorno del ritorno a casa, che comincia qualche minuto dopo mezzogiorno per evitare traffico eccessivo lungo le strade. E infatti così avviene: un viaggio tranquillo su strade e autostrade scorrevoli che ci porta all’uscita di Trento centro quando sono le 16 appena scoccate. Quattro ore di macchina ascoltando le belle canzoni di alcuni dei nostri cantanti preferiti e ripensando alle tranquille e piacevoli giornate trascorse prima del ritorno alle consuete attività che incombono inflessibili….

MusignanoMusignano 2salita al lago dbosco betulleLago dcappella nel boscoStrale

 

 

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categoria:amici, festa, pasqua
sabato, 11 aprile 2009

E per la serie “Pasqua con chi vuoi…”, fra qualche ora partiremo, l’husband ed io verso Musignano, ridente paesello lombardo di mezza montagna, quasi a picco sulle azzurre acque del lago Maggiore, a pochi km dal confine svizzero, ospiti, fino a lunedì, degli amici Cora e Giovanni nella loro casa “di villeggiatura”, per usare un termine ormai desueto.

Qui trascorreremo piacevoli e sereni momenti in compagnia di persone amiche, dedicandoci al relax e… ai piaceri della tavola, essendo Giovanni un grande appassionato di cucina e un ottimo cuoco (poi racconterò…)

 

E intanto giungano a tutti voi, amiche e amici del blog-mondo, i più sinceri auguri di Buona Pasqua.

A presto!

 Pasqua_2

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categoria:amici, auguri, pasqua
domenica, 05 aprile 2009

Ca**o, ca**o, ca**o! Lo so che non è “fine” imprecare, soprattutto per una signora, matura per di più, ma il tipico intercalare di un personaggio di Antonio Albanese è l’immediata reazione alla scoperta che anche stamattina… sta piovendo! No, non è possibile! Ma come, se Katameteo dava condizioni di tempo quasi stabile? Pioggia ben più lieve di quella della scorsa domenica, ma sempre pioggia comunque.

E allora esco di casa di ombrello munita, oltre il solito bagaglio e, con i vicini di casa Carla e Gabriele mi reco al consueto punto di raccolta. Ci sono tutti gli iscritti, che prendono posto sul grande pullman, dopo aver risposto all’appello del capogita Pierino, tutti protesi a scrutare il cielo alla ricerca di spiragli azzurri tra le nuvole incombenti.

Così viaggiamo speranzosi verso Ivano Fracena, ameno villaggio della Valsugana, da dove avranno inizio le fatiche odierne e dove giungiamo dopo una rapida sosta caffè in un bar di Borgo. Pierino ci illustra l’itinerario, con le due possibilità di discesa, o lungo una strada asfaltata o attraverso il bosco con la possibilità di calpestare tratti innevati.

Da parte mia non ci sono dubbi: la strada, la strada, anche a costo di percorrerla in solitaria..

E adesso siamo nella piccola piazza del paese, ai piedi dell’imponente Castel Ivano, storico maniero di proprietà degli eredi di un noto chirurgo di origine trentina e alzando lo sguardo, ecco davanti a noi il monte Lefre, che dovremo ascendere lungo ripido sentiero sassoso.

Siamo pronti: zaino in spalla e scarponi ai piedi, attraversiamo il villaggio, guardati con curiosità dai pochi paesani che incontriamo.

-Salite sul Lefre?- qualcuno chiede –Sperente che vegna fora el sol..-

Speriamo. Per intanto camminiamo circondati da una densa foschia che copre il paesaggio come densa bambagia.

-Pierino, stago mi en font ala fila- dico al “capo”.

Camminiamo in gruppo pressoché compatto fino a che il sentiero non comincia ad inerpicarsi decisamente e di qui in avanti ciascuno “prende” il proprio passo, più o meno veloce. Salgo in silenzio con gli ultimi della fila, come sempre meravigliata di chi riesce a parlare anche sulle erte più ripide ed ecco, il tratto peggiore è finito e siamo su una larga strada che prende quota con pendenze senz’altro più moderate.

Eccoci al belvedere da cui, quand’ero venuta in prova gita una decina di giorni fa, si poteva godere una vista spettacolare sulla Valsugana, poi ancora un’ora o poco più e siamo al rifugio Lefre. Quest’oggi c’è pochissima neve attorno all’edificio, ancora chiuso dallo scorso autunno e possiamo sistemarci sulle panche esterne alla struttura per consumare il nostro pranzo al sacco, mentre qualcuno raggiunge il balcone naturale che si affaccia sulla vallata con di fronte la sfilata delle innevate montagne dell’opposto versante.

Intanto si è fatto mezzogiorno, la foschia si è diradata, lasciando spazio a più ampi squarci di sereno che permettono ad un timido sole di farsi strada nel cielo per la gioia dei presenti.

Rimaniamo qui per una buona ora, fino a che Pierino dà il via per il ritorno a fondovalle, seguendo un percorso del tutto differente da quello del mattino, che ci condurrà nella piana del Tesino, dove il pullman verrà a riprenderci.

Così partiamo, divisi in due gruppi, quello degli amanti della discesa attraverso il bosco e quello, di cui faccio parte, che preferisce percorrere i circa cinque km di strada asfaltata che con ampi tornanti conduce a valle. E’ un comodo tragitto che compiamo senza fatica, discorrendo amabilmente tra di noi e ancor prima di quanto possiamo prevedere siamo alla meta, nei pressi di una grande e moderna birreria a poca distanza di Pieve Tesino, dove attendiamo i compagni dell’altro gruppo, comodamente seduti e all’interno e all’esterno del locale.

Poi, quando tutti sono giusti c’è ancora il tempo di un ultimo caffè, di una fresca birra o di un buon gelato prima di ripartire verso casa…

E l’Husband? Per lui e per gli amanti dello scialpinismo, quest’oggi c’è stata una lunga, faticosa ed appagante escursione nel gruppo dell’Adamello-Presanella alla vedretta orientale del Pisgana, con una discesa di “solo” 2482 metri di dislivello. Così, tanto per dire…

Alle 20 passate, ha fatto ritorno a casa… Ah, l’amore per la montagna, quanti sacrifici ti fa compiere!

 Castel IvanoRifugio Lefrecasetta nel bosco

 

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categoria:amici, escursioni, domenica