mercoledì, 05 novembre 2008

Oggi l’argomento del giorno dovrebbe essere la vittoria di Obama, per il quale abbiamo fatto il tifo in molti, ma siccome esso sarà inflazionato, io ritorno alle “mie memorie”.

Capitolo 3. Lui ed io = noi

 

Dopo quel sabato cominciammo a vederci regolarmente e ben presto ci rendemmo conto che tra di noi stava nascendo qualcosa di più forte di una reciproca simpatia. Eravamo innamorati e per me cominciò una nuova vita. Non che prima vivessi a mo’ di eremita, ma ora le mie frequentazioni sociali ebbero un impulso impensabile solo pochi mesi prima.

Il giovanotto mi introdusse nel suo ampio e fluttuante giro di amicizie, mi fece conoscere il mondo della solidarietà, portandomi con sé a tutte le riunioni dell’eterogeneo gruppo di inserimento sociale di cui faceva parte e che spesso mi causavano terribili crisi di sonnolenza, mi condusse a manifestazioni culturali di ogni genere, mi fece amare le canzoni di Francesco Guccini e di Leonard Cohen , dei Pink Floyd e degli Inti Illimani, mi fece provare l’emozione di rombanti viaggi con la Lambretta dell’amico Flavio, stupendosi per la mia ignoranza nella geografia del territorio….

E per me tutto era nuovo ed eccitante, ogni giorno una scoperta e ogni giorno qualcosa di speciale.

Insieme ci recammo a Salisburgo, dove da qualche mese viveva Lalla, una mia amica di università. Ufficialmente in treno, in realtà in autostop, perché il giovane era un esperto nell’arte di attendere pazientemente lungo il bordo di una strada, con il pollice alzato, che qualche buon’anima si fermasse e ti desse un passaggio.

Partimmo da Trento, un grigio venerdì mattina di fine marzo, verso le 10 e, attorno alle 16 eravamo a casa della nostra ospite. Un veloce week-end, la giornata del sabato trascorsa a visitare la città e conclusa in una grande birreria ai piedi della Festung, dove bevemmo possenti boccali di birra seduti a lunghi tavoli, accanto a robusti austriaci che cantavano popolari melodie. E noi tre che rispondevamo con classiche canzoni di protesta, che continuammo ad intonare anche durante il ritorno all’appartamento della nostra amica. Il giorno seguente riprendemmo la strada verso l’Italia; di nuovo, pollice alzato e grazie a generosi automobilisti, verso sera fummo a Bolzano. Si era ormai fatta notte, perciò pensammo bene di percorrere l’ultimo tratto verso casa in treno.

Avevamo però un paio d’ore di attesa per cui facemmo una breve passeggiata sotto i caratteristici portici, entrando poi in un bar per bere qualcosa. Ci sedemmo, ordinammo una bibita e, nell’attesa, appoggiai la testa sull’omero del giovanotto, in una postura del tutto innocente.

-STIA RITTA, LEI!!-

La voce tagliente della signora dietro il banco, probabilmente la proprietaria, una donna di mezz’età, dai corti capelli biondastri, mi colpì di sorpresa. Il locale era pressoché vuoto, all’infuori di noi due. Possibile parlasse proprio a me? La guardai infatti con aria interrogativa..

-STIA RITTA, LEI!- ripeté- SIAMO IN UN LOCALE PUBBLICO!!-

La sua palpabile indignazione faceva pari con la nostra sorpresa. Ero rimasta del tutto senza parole e l’unica reazione fu quella di mettermi subito a sedere un po’ discosta dal giovanotto.

-Guardi che il medioevo è passato- le disse lui, senza ottenere risposta alcuna. Bevemmo quanto ordinato e lasciammo il locale più in fretta che mai. Non sapevo se ridere o arrabbiarmi per la situazione: essere trattata in quel modo per un atteggiamento così innocente, era davvero il colmo.

 

E quella fu la nostra prima avventura in autostop, per me il “battesimo del fuoco”. Qualche mese più tardi, invece, il grande viaggio. La prossima puntata, però.

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venerdì, 24 ottobre 2008

Per la serie “Vite vissute”, ecco il secondo capitolo. Dopo L’incontro, a voi , L’appuntamento. (E poi mi fermerò)

 

Il giovanotto telefonò circa alle 14 del venerdì 15 febbraio.

-Vieni a mangiare una pizza domani sera?-

Non finsi neppure di consultare un’inesistente agenda degli impegni e la mia risposta fu immediata. Certamente sarei andata. C’erano dubbi?

-Sì, volentieri-

Ci accordammo così per ora e luogo dell’incontro e per tutto il pomeriggio e la giornata successiva, non riuscii a non pensare all’appuntamento. Andai perfino dalla parrucchiera, per una veloce piega, in modo da presentarmi al meglio e scelsi con cura l’abbigliamento. Oddio, non che avessi una gran scelta, una povera maestrina di doposcuola che guadagnava giusto due lire, non aveva certo armadi di grande spessore. Non ascoltai neppure i consigli dell’allora amica L, con la quale mi ero incontrata qualche ora prima dell’Evento.

-Non illuderti- mi aveva ripetuto, (quasi un mantra quelle due parole) -tanto è anche più giovane di te- (o almeno così credeva, essendo stata in classe con la di lui sorella…)

E venne l’ora. Il luogo scelto dal giovanotto per quel primo incontro fu una pizzeria, oggi non più attiva, nel centro di Trento, dove prendemmo posto ad un tavolo d’angolo. Il giovanotto mi parve più bello che mai, con quei capelli sottili e un po’ lunghi che gli scendevano sulla fronte, lo sguardo franco e sorridente, che mi guardava come se fossi unica. Indossava un maglione di casalinga fattura, a righe dai colori alternati, blu quelle più larghe, rosso tenue e beige le più sottili e altro non ricordo del suo abbigliamento. Certo, non posso dimenticare il montgomery nocciola, dagli ampi alamari e con cappuccio un po’ fratesco, che lo accompagnò per qualche inverno e che poi finì nelle profondità di qualche armadio della casa paterna.

Ordinammo. Io, una pizza di qualche tipo, lui un piatto di insalata di riso. E parlammo, in attesa delle pietanze, mentre mangiavamo, dopo mangiato. Parlammo soprattutto di noi stessi, parole leggere e scelte con cura, parole per conoscerci. Scoprii che l’amica L. mi aveva parlato del  “fratello sbagliato” della compagna, essendo il giovanotto più vecchio di me di due anni, che era il primogenito di sette figli, che sbarcava il lunario arrabattandosi con lavoretti di ogni genere mentre finiva la facoltà di sociologia. Scoprii che aveva girato mezza Europa in autostop, che era stato in Sud America per lavorare alcuni mesi in una missione, che era stato per anni negli scout, e più parlava, più capivo quanto fosse in gamba.

Ma, nello stesso tempo cominciai ad essere assillata da un dilemma: che fare, al momento del conto? Lasciar pagare lui o fare alla romana? Avevo appena saputo che di soldi non doveva averne più di tanti, non che fossi “ricca” io, ma alla fine di ogni mese, almeno fino alla fine di maggio, quei quattro soldi mi sarebbero entrati in tasca. Non avrei però voluto che si offendesse se avessi chiesto di dividere il conto… Del resto allora era normale che fossero i cavalieri a pagare le consumazioni, ma non potevo neppure far finta di niente e lasciargli l’onore e l’onere di offrirmi la pizza, sapendo che ….

Insomma, gira e rigira, era un bel problema….

-Andiamo?-

-Certo-

Ci alzammo, indossammo i nostri cappotti e ci avviammo verso la cassa. Il giovanotto davanti ed io dietro di lui.

-Duemila lire- disse la cassiera. Lui trasse il portafoglio di tasca, estrasse una banconota da diecimila lire e pagò. Prese il resto e lo stava riponendo, quando io gli allungai mille lire. La mia parte.

-Mi pare che … questa sia…. la mia parte…-

-Sì, grazie- e lui le prese.

Le prese e le ripose insieme alle altre, mentre io esalavo un silenzioso sospiro di sollievo. L’istinto mi aveva suggerito la mossa giusta.

 

Qualche mese più tardi, una sera il giovanotto mi disse che quel mio gesto gli aveva fatto capire che potevo essere la ragazza “giusta” per lui, compatibile cioè con le sue finanze.

Ed io allora pensai ai casi della vita, a come il destino possa dipendere da fatti così semplici e banali. Mille lire!! “Conquistato” con mille lire!

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venerdì, 17 ottobre 2008

Oggi ricorrerebbe il genetliaco della mia nonna paterna, Maria che avrebbe la “biblica” età di 122 anni.

Quando sono nata io, la sua prima nipote, aveva 64 anni ed io la ricordo, fino alla sua morte avvenuta all’età di 90 anni, sempre uguale, piccola, minuta, vestita di nero, con una lunga sottana sopra la quale, unico vezzo, portava dei grembiuli più “vivaci” se tali si possono definire, con minuscoli motivi geometrici o piccolissimi fiori biancastri o verdognoli, ma sempre su fondo rigorosamente nero. Nero era anche il fazzoletto sotto il quale nascondeva i capelli candidi, con le cocche allacciate dietro, alla foggia delle donne di paese di un tempo.

La nonna Maria aveva infatti trascorso tutta la sua vita, tranne il terribile periodo della I guerra mondiale, nel paese a 70 km da Trento da cui proviene l’intera mia famiglia, allontanandosi solo per brevi visite alla casa del figlio (mio padre), quando noi nipoti eravamo piccoli.

La sua non era stata una vita facile: quattro figli, di cui due, Noemi e Giuseppina, morte in tenerissima età, qualche mese di vita, forse, ed una improvvisa vedovanza avvenuta quando non aveva ancora compiuto i 28 anni ed era incinta del suo quartogenito, mio padre appunto. Ma la nonna non parlava mai di quei dolori e di quel terribile periodo; sottolineava soltanto come il figlio non avesse potuto conoscere il padre neppure in fotografia, dato che non aveva alcuna del marito, morto per una polmonite, che a quel tempo, gennaio 1914, era stata letale.

Ci parlava, invece, di quando, nel maggio 1915, aveva dovuto lasciare da un momento all’altro la sua casa ed il paese, al momento dello scoppio della guerra. I soldati italiani, provenienti dalla Lombardia avevano occupato la zona, impartendo alla popolazione l’ordine di allontanarsi immediatamente. Sarebbe stata una lontananza di qualche giorno, avevano sostenuto, qualche settimana al massimo ed invece era durata quasi quattro anni. Gli abitanti, quindi, erano stati sollecitati a portare con sé soltanto qualche misero involto… Via, via, presto, presto… gli ordini ricorrenti.

La nonna Maria, con il suo piccolo di quindici mesi e la bambina maggiore, di neppure sette anni, si era “aggregata” alla famiglia materna e a quella della sorella, la zia Agnese e, un po’ a piedi, un po’ a bordo di qualche carro, era giunta al punto di raccolta degli sfollati e di qui a Brescia, da dove, con il treno avevano raggiunto Torino e quindi erano stati smistati in vari paesi del Piemonte. La nonna ed i suoi familiari erano finiti a Racconigi, dove rimasero per tutta la durata del conflitto.

Per arrotondare il modesto sussidio dello stato, era andata a servizio in casa di un cancellerie del locale tribunale e tra grandi sacrifici era giunta così al 1919, quando, insieme agli altri sfollati, fece ritorno al paese.

Qui, come d’altronde i suoi compaesani, trovò una situazione disastrosa: la casa senza mobili che erano stati usati dai soldati al posto della legna, i pavimenti sfondati in più punti probabilmente alla ricerca di ipotetici nascondigli di denaro, una miseria totale.

Di nuovo si rimboccò le maniche e, forse con qualche aiuto da parte dei parenti più stretti, lavorò duramente per mantenere la sua piccola famiglia. Furono anni di grande povertà e la nonna ci raccontava spesso di come talvolta avessero dovuto dividere un uovo fritto in tre parti, da accompagnare alla quotidiana polenta.

Poi gli anni passarono; la figlia maggiore, Rosina, che non si sarebbe mai sposata e l’avrebbe accudita fino alla morte, imparò il mestiere di sarta e si cominciò a vedere qualche soldo; il figlio, Silvio, dopo aver svolto diversi lavori, dopo aver combattuto in Grecia e in Italia meridionale, si sposò nel 1949, andando, qualche anno più tardi a vivere, con la famiglia, alla periferia di Trento, dove aveva trovato lavoro.

Maria e Rosina rimasero invece nella casa avita e noi, nipoti amatissimi, andavamo da loro ogni estate, trascorrendo là gran parte delle vacanze. Furono, per noi, una nonna ed una zia eccezionali, capaci di un immenso amore e di attenzioni “speciali”, tanto che ci avrebbe regalato anche la luna, se solo gliel’avessimo chiesta…

Maria visse serenamente fino a 90 anni, fragile fisicamente, ma sempre lucida e presente e si spense, mai parola fu più adatta, nel luglio del 1976.

E che la terra ti sia stata lieve, nonna cara.

 

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