Affinché nessuno abbia a chiedersi quale fine avevano fatto i nostri eroi in terra d’Albione, ecco la nuova puntata di quel periglioso viaggio.
Lasciammo Inverness ed il suo ostello a metà mattina di un grigio lunedì, pronti ad affrontare una nuova giornata avventurosa sulle strade scozzesi, avendo intenzione di raggiungere il piccolo centro di Durness, sulla costa settentrionale, sempre che avessimo trovato brave persone disposte a darci un passaggio. Già, perché non erano arterie di grande traffico, quelle modeste stradicciole fuori città, sulle quali non transitavano che pochi veicoli all’ora e ci disponemmo quindi con animo paziente e speranzoso lungo il ciglio erboso. Inizialmente ci parve di essere fortunati: due lunghi trasferimenti che ci condussero nei pressi di Thurso, sconosciuta località costiera affacciata sull’Atlantico, ma qui cominciarono le dolenti note.
Una lunghissima attesa, con noi derelitti seduti tristemente sul ciglio della strada che scrutavamo l’orizzonte d’asfalto pronti a scattare al minimo rumore che assomigliasse al rombare di un’automobile. Non passava nessuno. Solo i minuti, i quarti d’ora, le mezz’ore.
-E se no ariven a l’ostello?- la preoccupazione cominciava a crescere in me. Tra l’altro non avevamo mangiato più nulla dal momento della colazione ed eravamo già a metà pomeriggio.
-Oh, ariven, te vedrai. Mi, son sempre arivà ala meta..- Il giovanotto cercava di rassicurarmi. Era vero che lui generalmente aveva sempre raggiunto le località prefissate, ma come dimenticare quegli epici racconti di sue passate imprese autostoppistiche con l’amico Flavio, la volta in cui avevano dormito sulla porta laterale del Duomo di Colonia, un’altra in un deposito di biciclette alla stazione di Monaco o quando, sotto una fitta nevicata, avevano cercato rifugio in una canonica da un ospitale parroco?
Finalmente passò un’automobile che ci condusse fino ad un modestissimo centro, quattro case in croce, una quindicina di km da Durness e qui fu la fine. Del viaggio di quel giorno, of course.
E li rivedo ancora lungo la strada, quei due giovani ben intabarrati, perché in Scozia fa freddo assai già in settembre, attendere invano, mentre le ombre serali andavano allungandosi. Lui, alto, fermo, impassibile, lei, quasi accasciata sulla borsa in tela jeans, un po’ prostrata e lamentosa.
-Ghe sarà en Bed and Breakfast, da ste bande- disse alla fine il giovanotto.
C’era.
E fu così che salimmo una erta stradicciola fino ad un cottage dove una signora di età indefinita ci accolse, mostrandoci la camera in cui avremmo trascorso la notte. Non ci chiese nulla, documenti, provenienza, nome, età e si allontanò subito, comparendo una decina di minuti più tardi con una teiera ed un piatto ricolmo di ottimi biscotti casalinghi che non mi parve di averne mai mangiati di migliori. Ci chiese a che ora volevamo la colazione e quale tipo di cereali avremmo preferito, poi si congedò.
Così dormimmo in una romantica stanza da letto scozzese, con tendaggi a grandi fiorami identici al copriletto e ninnoli in porcellana disposti qua e là su alcune mensole. E al mattino, in un lindo soggiorno con grande vetrata affacciata sull’aspra scogliera atlantica, trovammo un “signor” breakfast, ricco e appetitoso che consumammo diligentemente fino all’ultima briciola, compreso qualche bis.
La signora poi fermò per noi il locale scuolabus che ci condusse direttamente a Durness e al momento di pagare, ci fece pure uno sconto sulla tariffa concordata la sera prima.
Una persona di grande generosità a cui probabilmente avevamo fatto una gran pena…
Questo “breakfast perfetto” fu ricordato per anni da entrambi tanto da farci pensare che tutti i breakfast fossero così. E non sto a dire la delusione, quando, nel 1977… Ma questa è un’altra storia, per un’altra occasione…
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