lunedì, 01 dicembre 2008

Affinché nessuno abbia a chiedersi quale fine avevano fatto i nostri eroi in terra d’Albione, ecco la nuova puntata di quel periglioso viaggio.

 

Lasciammo Inverness ed il suo ostello a metà mattina di un grigio lunedì, pronti ad affrontare una nuova giornata avventurosa sulle strade scozzesi, avendo intenzione di raggiungere il piccolo centro di Durness, sulla costa settentrionale, sempre che avessimo trovato brave persone disposte a darci un passaggio. Già, perché non erano arterie di grande traffico, quelle modeste stradicciole fuori città, sulle quali non transitavano che pochi veicoli all’ora e ci disponemmo quindi con animo paziente e speranzoso lungo il ciglio erboso. Inizialmente ci parve di essere fortunati: due lunghi trasferimenti che ci condussero nei pressi di Thurso, sconosciuta località costiera affacciata sull’Atlantico, ma qui cominciarono le dolenti note.

Una lunghissima attesa, con noi derelitti seduti tristemente sul ciglio della strada che scrutavamo l’orizzonte d’asfalto pronti a scattare al minimo rumore che assomigliasse al rombare di un’automobile. Non passava nessuno. Solo i minuti, i quarti d’ora, le mezz’ore.

-E se no ariven a l’ostello?- la preoccupazione cominciava a crescere in me. Tra l’altro non avevamo mangiato più nulla dal momento della colazione ed eravamo già a metà pomeriggio.

-Oh, ariven, te vedrai. Mi, son sempre arivà ala meta..- Il giovanotto cercava di rassicurarmi. Era vero che lui generalmente aveva sempre raggiunto le località prefissate, ma come dimenticare quegli epici racconti di sue passate imprese autostoppistiche con l’amico Flavio, la volta in cui avevano dormito sulla porta laterale del Duomo di Colonia, un’altra in un deposito di biciclette alla stazione di Monaco o quando, sotto una fitta nevicata, avevano cercato rifugio in una canonica da un ospitale parroco?

Finalmente passò un’automobile che ci condusse fino ad un modestissimo centro, quattro case in croce, una quindicina di km da Durness e qui fu la fine. Del viaggio di quel giorno, of course.

E li rivedo ancora lungo la strada, quei due giovani ben intabarrati, perché in Scozia fa freddo assai già in settembre, attendere invano, mentre le ombre serali andavano allungandosi. Lui, alto, fermo, impassibile, lei, quasi accasciata sulla borsa in tela jeans, un po’ prostrata e lamentosa.

-Ghe sarà en Bed and Breakfast, da ste bande- disse alla fine il giovanotto.

C’era.

E fu così che salimmo una erta stradicciola fino ad un cottage dove una signora di età indefinita ci accolse, mostrandoci la camera in cui avremmo trascorso la notte. Non ci chiese nulla, documenti, provenienza, nome, età e si allontanò subito, comparendo una decina di minuti più tardi con una teiera ed un piatto ricolmo di ottimi biscotti casalinghi che non mi parve di averne mai mangiati di migliori. Ci chiese a che ora volevamo la colazione e quale tipo di cereali avremmo preferito, poi si congedò.

Così dormimmo in una romantica stanza da letto scozzese, con tendaggi a grandi fiorami identici al copriletto e ninnoli in porcellana disposti qua e là su alcune mensole. E al mattino, in un lindo soggiorno con grande vetrata affacciata sull’aspra scogliera atlantica, trovammo un “signor” breakfast, ricco e appetitoso che consumammo diligentemente fino all’ultima briciola, compreso qualche bis.

La signora poi fermò per noi il locale scuolabus che ci condusse direttamente a Durness e al momento di pagare, ci fece pure uno sconto sulla tariffa concordata la sera prima.

Una persona di grande generosità a cui probabilmente avevamo fatto una gran pena…

 

Questo “breakfast perfetto” fu ricordato per anni da entrambi tanto da farci pensare che tutti i breakfast fossero così. E non sto a dire la delusione, quando, nel 1977… Ma questa è un’altra storia, per un’altra occasione…

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mercoledì, 19 novembre 2008

Certo, viaggiando in autostop tre settimane come facemmo quell’anno, ogni tanto incontrammo tipi veramente curiosi o buffi.

Come quel macellaio, che ci accolse a bordo del furgone-frigorifero col quale trasportava grossi quarti di bovino di paese in paese. Un uomo di età indefinita, con grossi basettoni che scendevano fin quasi al mento e un mozzicone di sigaro all’angolo della bocca. Ci fece accomodare sul sedile anteriore (e unico), con il giovanotto al centro ed io di lato e cominciò a parlare. Le solite domande, quindi un monologo intercalato da risate sommesse e da una serie di yeees, oh yeees, ai quali il mio compagno di viaggio rispondeva con altrettante risatine e altri oh, yes, eheheh, yes.

Naturalmente fui subito incuriosita da quello strano dialogo, per cui chiesi

-Ma cosa diselo?-

-Eheh, yes,eheh, mi, yes,yes- rispose il giovanotto con aria imperturbabile- mi… eheh, no capiso… yes, eheh,…gnent!! Yes! Eheh!-

-Non ho capito una parola- disse poi, una volta che il macellaio ci ebbe lasciati ad un bivio –ma cosa dovevo far? Ho fat finta de capir tut!!-

 

Quello stesso giorno, un paio d’ore più tardi, eravamo fermi sul ciglio di una veloce arteria alla periferia di Newcastle, il giovanotto in piedi, con il pollice in alto, io seduta sulla borsa contenente la famosa tenda, uno-due metri più in là, sull’erba. Macchine che correvano veloci e poi, finalmente, si fermò una Mini Morris. La raggiungemmo speranzosi..

-Edinburgh?- chiese il mio compagno di viaggio.

-Edinburgh, yes- rispose l’autista.

Iuuuh uh, che colpo di fortuna! Fino ad Edimburgo! Non saremmo potuti essere più fortunati.

Salimmo. Il conducente era un uomo di mezz’età, con capelli già bianchi, non tanto alto di statura e stava tornando a casa da un viaggio di lavoro, ci spiegò. Poi tra lui ed il giovanotto si svolse il consueto dialogo ed io, ascoltando i due conversare, pian piano scivolai nel sonno e mi appisolai….

Mi risvegliai quando la macchina si fermò in una piazzola lungo il bordo della strada, proprio sulla sommità di una modestissima altura nei pressi di una grande tabella di metallo. Eravamo giunti al confine tra Inghilterra e Scozia. L’uomo ci invitò a scendere, tolse dal bagagliaio una capiente thermos e dei biscotti e li divise con noi, in un’improvvisata, frugale merenda, poi si volse verso nord, con sguardo festante, allargando le braccia e respirando a pieni polmoni…

-Scotland!!- pronunciò con voce alta e piena di gioia –Scotland!- ripeté. Si volse poi verso la direzione dalla quale stavamo provenendo e con un moto di fastidio, con un movimento della mano destra come per scacciare qualcosa di molesto –England, pfui, England…-

Risalimmo in auto, l’uomo rimise in moto e fece per immettersi nuovamente in strada. E fu allora che, per un puro caso, io mi girai verso il finestrino posteriore, facendo appena in tempo a veder volare dal tettuccio dell’auto il pesante giubbotto blu dell’amato bene. Probabilmente, al momento del the, l’aveva tolto e appoggiato, dimenticandolo poi al momento di ripartire.

-El giubet!!- Il mio grido d’allarme risuonò nell’abitacolo –El tò giubet!-

Prontamente recuperato l’indispensabile indumento, si poté ripartire ed il gentile signore scozzese ci condusse ad Edimburgo, addirittura fin sulla porta dell’ostello, un moderno edificio al limitare di un grande parco ricco di alberi secolari.

Alla faccia della tanto dileggiata avarizia scozzese.

 

L’ultima citazione di “generoso automobilista” spetta ad un giovanotto inglese, di Leeds, anch’egli in vacanza sulle strade scozzesi con la fidanzata, a bordo di una vecchia ma confortevole berlina.

Li incontrammo una mattina, appena fuori dell’abitato di Durness, quattro case sparse affacciate sull’oceano Atlantico, quando si fermarono per accoglierci a bordo. Andavano proprio ad Ullapool, la stessa località in cui eravamo diretti noi; un altro colpo di fortuna, non avremmo dovuto più tentare la sorte su quelle sperdute e poco trafficate strade.

Con loro non ci furono grandi discorsi, anzi per chilometri il silenzio regnò sovrano. Il giovane e la ragazza non si scambiarono che qualche rara, sommessa parola e lo stesso facemmo noi, seduti dietro. Viaggiammo lunghe ore, costeggiando rientranze e baie, penisole e promontori. Di tanto in tanto, il ragazzo si fermava, estraeva dal vano sotto il volante un potente binocolo, usciva dall’auto e osservava, presumo, la fauna del luogo, uccelli, soprattutto. Poi rientravamo nella macchina e via, di nuovo, in silenzio, verso la successiva sosta “naturale”, con qualche altra tappa o per la benzina o per fisiologiche necessità …

Il giovanotto accanto a me, invece, teneva fra le mani la carta della Scozia e cerchiava con precisione i luoghi dove si trovavano ampie spiagge, romantiche insenature e tutto quello che gli sembrava degno di nota. Ed io, al suo fianco, dormivo.

Con i due silenziosi inglesi viaggiammo altri due lunghi giorni, da Ullapool a Fort Williams e da lì, fino a Glasgow, dove le nostre strade si divisero. Tre giorni di silenzio, soste naturalistiche e, per me, lunghe dormite..

-Te dormivi sempre- ricorda ancor oggi l’amato. E cos’altro avrei potuto fare? Parlare in silenzio con me stessa? Beh, avevo finito tutti i discorsi!!

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martedì, 18 novembre 2008

Così tornammo agli ostelli. Non era il caso di ritentare la sorte climatica e poi l’esperienza in tenda mi era bastata. Perseverare, come dice il proverbio, sarebbe stato diabolico. E poi, già la seconda notte nell’ostello di King’s Lynn fu meno traumatica. Primo, non sbagliai stanza, secondo, il mio inglese si era già arricchito di qualche parola che mi facevano sentire “più acculturata”.

Today, yesterday, tomorrow. Tre parole chiave, per una minima conversazione, ad esempio, davanti ad una cartina della Gran Bretagna appesa alla parete.

-Today- e con l’indice indicavi all’interlocutore il punto in cui ci si trovava.

-Yesterday- e stavolta ti spostavi sul nome della città o del paese dove si era nel giorno precedente.

-Tomorrow, York- per esempio. Oppure “tomorrow” e indice sulla località prescelta. Poi indicando se stessi con l’indice, Italy. Aggiungiamo after e before, lasciando infine, ai casi più disperati, la magica formula “aidontandestend”, che oramai pronunciavo come fosse un’unica parola.

 

Il giovanotto si era comunque preso a cuore il compito di arricchire il mio vocabolario e, ogni volta si presentava l’occasione, mi creava, per così dire, una situazione comunicativa. Come il giorno dopo la fredda notte in campeggio, quando mi mandò da sola a comperare una confezione di latte, dopo avermi fatto ripetere più volte la parola milk. Non perché credesse fossi scema, quanto perché non voleva che mi succedesse quello che era accaduto al nostro amico Mario l’anno precedente, quando trascorrendo alcune settimane di vacanza nel regno di her Majesty, aveva incontrato grandi difficoltà ogni volta che in piccole latterie aveva tentato di acquistarne una bottiglia.

-Dovevo sempre indicarla col dito, perché non mi capivano! E sì che mi pareva di parlare con l’accento giusto!- si era lamentato al suo ritorno in patria.

Così entrai un po’ titubante in un supermercato alla ricerca della bevanda. Per fortuna, mi dissi, è un self-service e basta che la trovi, non ho bisogno di chiedere niente a nessuno.

Invece, gira di qua, guarda di là, di latte nessuna traccia. Stavo rifacendo il giro fra le corsie, quando mi si avvicinò un commesso che mi chiese qualcosa..

-Milk- io dissi e, miracolosamente, il giovane me lo indicò. Credo ben che non lo trovavo! Avevano solo del latte in barattolo, non ricordo adesso se condensato o cos’altro. Quello c’era e quello acquistai, uscendo poi trionfante col mio cartoccio.

-Te sei stada pù brava del Mario!- mi gratificò il giovane –Al prim colpo i t’ha capida!-

 

Inoltre, poiché ogni giorno eravamo ospiti di almeno quattro-cinque automobili, stavo imparando a memoria il dialogo che in ognuna di esse avveniva, con minime varianti da una volta all’altra.

Infatti, non appena un’auto si fermava, l’autista si protendeva verso il finestrino dalla parte del passeggero e, appurata la nostra meta e la disponibilità dello chaffeur, salivamo a bordo, il giovanotto davanti ed io sul sedile posteriore, aveva inizio la conversazione, che era pressappoco la seguente.

-Where are you from?-

-Italy?!! Ah, very nice!- (e questo era il momento in cui ogni guidatore “esponeva” le proprie conoscenze riguardo al nostro paese) –Italy? Oh, Florence!, oppure “O’solle mio”, oppure…

-And where do you live in Italy?-

-Trento?!?- e allora il giovanotto spiegava… Trento is in the north of Italy, not far from Austrian borden, near the Dolomite… e qui c’era sempre un movimento circolare delle dita, piegate, della mano destra. E se queste indicazioni non erano sufficienti a localizzare la città del concilio, ecco due nomi più noti..

-Verona!! Yes, Giulieta and Romeo… oppure  -Venice? Very nice!-

Le domande successive riguardavano il nostro viaggio, la nostra attività in Italia

-I’m a student, and she (qui cenno con l’indice verso il sedile posteriore), she is a doctor.. (per dire che ero laureata)

Naturalmente il nostro interlocutore capiva che ero laureata in medicina..

-Doctor?- e mi osservava stupito dallo specchietto centrale.

-She studied Lecterature- precisava il giovanotto e, ogni volta, c’era un Aaaah, come dire

-Doctor? Quella lì? Volevo ben dir! Seee, doctor!!

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mercoledì, 05 novembre 2008

Oggi l’argomento del giorno dovrebbe essere la vittoria di Obama, per il quale abbiamo fatto il tifo in molti, ma siccome esso sarà inflazionato, io ritorno alle “mie memorie”.

Capitolo 3. Lui ed io = noi

 

Dopo quel sabato cominciammo a vederci regolarmente e ben presto ci rendemmo conto che tra di noi stava nascendo qualcosa di più forte di una reciproca simpatia. Eravamo innamorati e per me cominciò una nuova vita. Non che prima vivessi a mo’ di eremita, ma ora le mie frequentazioni sociali ebbero un impulso impensabile solo pochi mesi prima.

Il giovanotto mi introdusse nel suo ampio e fluttuante giro di amicizie, mi fece conoscere il mondo della solidarietà, portandomi con sé a tutte le riunioni dell’eterogeneo gruppo di inserimento sociale di cui faceva parte e che spesso mi causavano terribili crisi di sonnolenza, mi condusse a manifestazioni culturali di ogni genere, mi fece amare le canzoni di Francesco Guccini e di Leonard Cohen , dei Pink Floyd e degli Inti Illimani, mi fece provare l’emozione di rombanti viaggi con la Lambretta dell’amico Flavio, stupendosi per la mia ignoranza nella geografia del territorio….

E per me tutto era nuovo ed eccitante, ogni giorno una scoperta e ogni giorno qualcosa di speciale.

Insieme ci recammo a Salisburgo, dove da qualche mese viveva Lalla, una mia amica di università. Ufficialmente in treno, in realtà in autostop, perché il giovane era un esperto nell’arte di attendere pazientemente lungo il bordo di una strada, con il pollice alzato, che qualche buon’anima si fermasse e ti desse un passaggio.

Partimmo da Trento, un grigio venerdì mattina di fine marzo, verso le 10 e, attorno alle 16 eravamo a casa della nostra ospite. Un veloce week-end, la giornata del sabato trascorsa a visitare la città e conclusa in una grande birreria ai piedi della Festung, dove bevemmo possenti boccali di birra seduti a lunghi tavoli, accanto a robusti austriaci che cantavano popolari melodie. E noi tre che rispondevamo con classiche canzoni di protesta, che continuammo ad intonare anche durante il ritorno all’appartamento della nostra amica. Il giorno seguente riprendemmo la strada verso l’Italia; di nuovo, pollice alzato e grazie a generosi automobilisti, verso sera fummo a Bolzano. Si era ormai fatta notte, perciò pensammo bene di percorrere l’ultimo tratto verso casa in treno.

Avevamo però un paio d’ore di attesa per cui facemmo una breve passeggiata sotto i caratteristici portici, entrando poi in un bar per bere qualcosa. Ci sedemmo, ordinammo una bibita e, nell’attesa, appoggiai la testa sull’omero del giovanotto, in una postura del tutto innocente.

-STIA RITTA, LEI!!-

La voce tagliente della signora dietro il banco, probabilmente la proprietaria, una donna di mezz’età, dai corti capelli biondastri, mi colpì di sorpresa. Il locale era pressoché vuoto, all’infuori di noi due. Possibile parlasse proprio a me? La guardai infatti con aria interrogativa..

-STIA RITTA, LEI!- ripeté- SIAMO IN UN LOCALE PUBBLICO!!-

La sua palpabile indignazione faceva pari con la nostra sorpresa. Ero rimasta del tutto senza parole e l’unica reazione fu quella di mettermi subito a sedere un po’ discosta dal giovanotto.

-Guardi che il medioevo è passato- le disse lui, senza ottenere risposta alcuna. Bevemmo quanto ordinato e lasciammo il locale più in fretta che mai. Non sapevo se ridere o arrabbiarmi per la situazione: essere trattata in quel modo per un atteggiamento così innocente, era davvero il colmo.

 

E quella fu la nostra prima avventura in autostop, per me il “battesimo del fuoco”. Qualche mese più tardi, invece, il grande viaggio. La prossima puntata, però.

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