martedì, 09 dicembre 2008

Della serie “gloriose escursioni del 2008”, ecco la narrazione di quella del 22 giugno con meta la Sefiarspitze, rocciosa cima della val Passiria, ricordata anche come la “gita del gruppo mondadori”. Diciamo subito a scanso di equivoci, che la famosa casa editrice non c’entra né punto né poco, ma la denominazione nasce da un gioco di parole legato all’espressione dialettale “mondadi”, cioè sbucciati, feriti e quindi “mondadori” quei partecipanti che alla fine della giornata presentavano… il segno delle rocce e dei sassi sul loro corpo.

 

Domenica di sole, questa del 22 giugno, già calda alle 6 del mattino, quando il folto gruppo (ben 53 iscritti) degli amanti della montagna si presenta al pullman, come sempre parcheggiato sul lungadige Monte Grappa, nei pressi del grande, libero parcheggio, dove ciascuno può lasciare l’auto.

Il primo brivido della giornata avviene alla partenza, quando per poco non rischiamo di perdere il capogita Roberto, che forse ancora semi addormentato, va a depositare zaino e scarponi non nella bagagliera del nostro pullman, ma in quello della “concorrenza”, vale a dire l’automezzo della Sosat, l’altra storica associazione di amanti della montagna che parte sempre dallo stesso nostro posto, solo dall’altro lato della strada. Stamattina, per caso, alla stessa ora.

-Roberto, ma n’do vat?- L’urlo quasi disumano della metà circa dei nostri coglie del tutto di sorpresa il “conducator”, che ha già sistemato i suoi beni sul pullman sbagliato e ci guarda un po’ stupefatto.

-Ma no elo questo el nos pullman? L’è quel de la Sosat? Ma mi no v’avevo visti!-

Non sarà mica orbo? mi chiedo. Come ha fatto a non vederci, avendo dovuto passarci davanti per recarsi all’altro mezzo? Mah. Comunque, recuperato il capogita, partiamo. Lungo trasferimento fino a Merano e di qui sulle tortuose strade della val Passiria, fino a Plan, nella laterale omonima valle.

Ed ora siamo in cammino in lunga fila indiana, intenti a percorrere il sentiero che sale, ripido ma graduale, il bosco. Ripido sì, ma tale da permettere a molti di conversare con chi ha davanti o con chi sta dietro e l’allegro cicaleccio dei baldi escursionisti rompe la quiete della natura. Io non parlo, ma bado a non perdere il passo di chi mi precede e, stranamente in questa prima parte del tragitto sono addirittura nel gruppo di testa.

Sefiar Spitze 0Le cose cambiano decisamente, una volta raggiunta e superata la Grünboden Hütte, una grande struttura in questo periodo chiusa; di qui in avanti ci troviamo a camminare su un terreno aperto e sassoso, dove ciascuno può decidere un personale percorso e ben presto eccoci sulla neve, tanta neve, l’ultimo residuo dell’inverno, che copre ogni traccia di sentiero.

Così succede che metro dopo metro perda terreno, attenta come sono a controllare dove poggiare il piede e… sono l’ultima. Qualche passo più avanti, Roberto che mi incoraggia a proseguire. Fosse per me, concluderei qui l’ascesa, comunque procedo. Ad un tratto squilla il mio cellulare: è l’Husband che, già avanti, si informa dove mi trovi .

Sefiar Spitze 1-Te aspeto- mi dice. Ahi ahi, brutto segno, se il consorte mi aspetta, significa che c’è qualche passaggio un po’ ostico, mi dico. E così è infatti. Superato il tratto innevato, si cammina su sassi ora coperti di un sottile strato gelato ora instabili, tanti sassi, anche di grandi dimensioni, una vera “sassara” per dirla alla trentina. E su uno di essi, seduto in mia attesa, l’husband.

-Vieni- mi sollecita. Lo raggiungo e da qui in avanti la salita si fa per me drammatica. Una vera sofferenza. Il sentiero non è molto evidente, coperto com’è in molti tratti da resti di neve scivolosa e quando la neve non c’è, è la roccia stessa ad essere sdrucciolevole. Tra l’altro, anche il tempo ha deciso di metterci i bastoni fra le ruote, il sole è sparito dietro spesse nubi e soffia una certa arietta che fa rabbrividire.

-Paolo, mi me fermo! O magari torno de ritorno…-

Ma è una parola, fermarsi, dove? Su quell’erta sassosa? E tornare sui miei passi, altra impresa, se la compissi da sola.. L’husband mi sostiene moralmente, mi sollecita, mi sprona, si spazientisce ed io vado avanti. Imprecando tra me e me e a voce alta. –No, questo non è divertirsi! Questa è sofferenza! Perché mai devo mettermi in pericolo, se cado qui, altro che rotula! E se lo racconto in giro, dicono anche che sono cretina! Ma chi me lo fa fare!-

Così, tra uno scatto d’ira, una scivolata, la ricerca di un passaggio favorevole, vado avanti. Siamo solo noi due, perché tutti gli altri sono assai più in alto e finalmente, ecco giunti a quella che io credevo la cima. Illusa!!

Sefiar Spitze 2E’ solo una forcella, da cui diparte il tratto finale, forse un po’ meno ripido ma altrettanto sassoso, lungo il quale gli audaci, non molto distanti da noi si stanno inerpicando. Non ho alcun intenzione di seguirli, per cui MI FERMO, ma non da sola, dato che lì ci sono alcuni compagni che come me hanno deciso di fermarsi fra cui una signora con sbucciatura sanguinante su una gamba. –Son cascada- dice.

-Io vado- L’husband riprende il sentiero e in poche poderose falcate è già distante. Beato lui, mi dico, gambe lunghe, passo deciso e capace di muoversi agilmente su qualsiasi terreno.

Noi rimaniamo alla forcella, rivestiti con tutti gli indumenti portati nello zaino, osservando le rocce che si intravedono fra le brume che ci circondano. Panorama, zero. Solo nebbiolina e sassi.

Nel giro di una mezz’ora già i primi sono di ritorno e noi li osserviamo scendere seguendo con lo sguardo la loro ricerca di tracce percorribili, le scivolate, le esitazioni e le incertezze di alcuni, i passi più sicuri di altri, partecipando emotivamente alle varie performances. Ma che sta succedendo? Uno arriva con la gamba sanguinante, un altro con un braccio escoriato, un terzo lamenta sbucciature sulla mano ed il numero dei feriti aumenta, via via scendono tutti.

-Ma quanti “mondadi”! Sembré el gruppo “mondadori”!-

E così ritorniamo a valle, i sani ed i “mondadi”, prima ripercorrendo la traccia percorsa al mattino, poi il bel sentiero detto “dei turisti”, con spettacolari panorami sulla valle di Plan, ora che è tornato perfino il sole a concludere questa giornata un po’ così…

Un po’ ricca di asperità e un po’ ricca di cadute.. sul campo e il colmo è che io, con tutte le mie incertezze, cautele e titubanze, me ne torno a casa senza “mondadure”…

postato da: cautelosa alle ore 19:22 | Permalink | commenti (7)
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