Le castagne occhieggiavano tristi già da due settimane dal loro contenitore in bella mostra sul ripiano più basso della scaffalatura di cucina. Non castagne qualsiasi, ma begli esemplari dei “marroni” di Drena, qualità di frutto da noi conosciuta e rinomata come dire, le noci di Sorrento. Lucidi e sodi al momento dell’acquisto ed ora… un po’ vizzi e sciupati. Perché si sa come succede, uno li compera immaginando chissà quali scorpacciate, poi ne cucina un pugno un giorno e gli altri, dimenticati, finiscono col diventare parte dell’arredamento.
Eh no, mi sono detta ieri, con quello che mi sono costati! Così, coltellino in mano, operato l’indispensabile taglio della buccia, li ho messi a cuocere e li ho presentati all’husband sotto la veste di caldarroste.. meglio, simil-caldarroste.
-Castagne?- ha detto il consorte guardandole un po’ dubbioso –le me par quele de la Fausta!-
“La” Fausta è una signora della buona borghesia trentina, di solido benessere (la si potrebbe definire “ricca”, ma sarebbe la prima a schermirsi, sentendolo affermare), che insieme a noi e ad altri volonterosi, faceva parte di un’associazione di genitori i quali periodicamente si riunivano a casa ora dell’uno ora dell’altro per parlare di “massimi sistemi educativi”, mentre i figli adolescenti, intanto, crescevano…. Consuetudine non scritta di tali incontri era che, nel corso della serata, l’ospitante di turno offrisse ai convenuti una fetta di torta casalinga, due biscotti, un caffè, qualche bibita, insomma preparasse un sia pur minimo spuntino.
E quella sera di novembre fu la volta di Fausta di accoglierci nel suo elegante e armonioso salotto, pieno di quadri, ninnoli di valore, tappeti, qualche mobile antico di sicuro pregio. Cinque genitori seduti sugli ampi divani in pelle che parlavano di adolescenza, paletti da mettere, libertà da concedere, orari, confrontandosi fra loro….
-Ho messo quattro castagne in forno. Vado a vedere se sono pronte.-
Fausta si alzò, si recò in cucina e tornò qualche minuto più tardi reggendo fra le mani una candida zuppiera di porcellana ed alcuni piattini altrettanto nivei, che posò sull’elegante carrello di fianco ad uno dei divani. L’husband mi lanciò uno sguardo interrogativo, notando, come tutti gli altri avevano notato, che le castagne non erano avvolte nel consueto tovagliolo che mantenesse quel giusto punto di umidità. La padrona di casa poi si sedette e riprendemmo i nostri discorsi.
-Forse è meglio mangiarle, finché sono calde….- azzardò timidamente uno dei presenti.
-Già, le castagne! Mangiamole!!-
Ci avvicinammo al carrello e ciascuno ne prese quattro o cinque, non di più. Non ce ne sarebbero neppure state tante altre a disposizione… Quattro castagne, aveva detto e non aveva mentito, la Fausta. Quatto barra cinque a disposizione per ciascuno. E di quelle mignon, per giunta.
Evitando di guardarci l’un l’altro, cominciammo a sbucciarle, scoprendo, ahimé, che minimo due erano immangiabili, nei casi più fortunati, s’intende. Insomma non facemmo indigestione.
La riunione finì di lì ad un po’, quindi salutammo Fausta, la ringraziammo per l’ospitalità ed uscimmo. Per i commenti dovemmo attendere ancora qualche minuto, perché la padrona di casa ci accompagnò per un tratto, breve, con il cagnolino che doveva adempiere le sue serali funzioni fisiologiche.
Quando ci fummo definitivamente congedati, percorremmo qualche decina di metri in silenzio, poi, accertatisi di essere fuori portata d’orecchie della nostra amica, prorompemmo in una sonora risata!
-Bisogna proprio imparar dai siori! T’hai capì come se fa a far i soldi!! Quattro castagne, binade su da tera e via…-
Ancor adesso, a distanza di più di dieci anni, quando ci incontriamo con quegli amici, basta un accenno “e le castagne dela Fausta?” per ridere oggi come allora.





